^
«
m m
Éàf^^^^e^^^^^:sft?^
^crTCvÉC^«^*'é5^è^cnx?%^^^
v/
/
ìoi
SAMMLUNG
BIBLIOTHEKSWISSENSGHAFTLIGHER ARBEITEN
BEGRÙNDET VON KARL DZIATZKO f
FORTGEFÙHRT UND HERAUSGEGEBEN
VON
Prof. Dr. KONRAD HAEBLER
DIREKTOR BEI DER KGL. BIBLIOTHEK IN BKRI.IN
32.HEFT
(II. SERIE, I5.HEFT)
MARIANO FAVA e GIOVANNI BRESCIANO
LA STAMPA A NAPOLI NEL XV SECOLO
VOL. I
LEIPZIG
VERLAG VON RUDOLF HAUPT
191 1
^^fò^hViOÒ
LA STAMPA A NAPOLI
NEL XV SECOLO
MARIANO FAVA E GIOVANNI BRESCIANO
VOL.I
NOTIZIE E DOCUMENTI
LEIPZIG
VERLAG VON RUDOLF HAUPT
1911
A
CORRADO HAEBLER
Digitized by the Internet Archive
in 2010 with funding from
University of Toronto
http://www.archive.org/details/lastampanapolineOOfava
Indice della parte prima.
Pag.
Prefazione ix
Opere più spesso citate xv
Introduzione xviii
I. Notizie preliminari i
II. Sisto Riessinger io
III. Francesco del Tuppo 28
IV. Arnaldo da Bruxelles 47
V. Bertoldo Rihing 57
VI. Mattia Moravo, Biagio Romero, Giovan Marco il Cinico
e Pietro Molino 59
VII. Jodoco Hohenstein 78
Vili. Enrico Alding e Pellegrino Bermentlo 81
IX. Corrado Guldenmund 86
X. Nicola Iacopo de Luciferis e Giovanni Adamo di Polonia 88
XI. Domenico Carafa e i tipografi minori 91
XII. Francesco di Dino 100
XIII. Cristiano Preller lOi
XIV. Aiolfo de Cantono, Antonio Gontier, Giovanni Tresser
e Martino di Amsterdam 105
XV. La silografia 110
XVI. I Mecenati della tipografia 135
XVII. I Correttori 142
XVIII. La tipografia ebraica napoletana 152
Appendice. L' arte della legatoria a Napoli 159
Documenti 177
Errata.
Errori. Correzioni.
Pati. 4. 1- 5 1485 1484
„ 4, 1. 16 1491 1492
„ 4, 1. 18 neir anno medesimo . . . nell' anno precedente
„ 30, nota 2 XVIII XVII
„ 99, 1. IO — Il per la forma dell' A, che per la forma del Q, la
è munita di un uncino cui coda è quasi orizzon-
all' apice tale
„ 99, 1. II — 12 Rassomiglia al carattere di Sopprimere.
Florenzio di Argentina.
„ 121, 1. IO lOla I02a
Prefazione.
Il tema proposto dall' Accademia Pontaniana pel concorso
al premio Tenore dell' anno igoi fu la storia della tipo-
grafia napoletana nel XV secolo, e in quell' occasione
fu scritto il presente lavoro che l' Accademia volle onorare
del premio.') Abbiamo quindi procurato di emendarlo e di
migliorarlo per quanto ci è stato possibile, e ci siamo ora
indotti a pubblicarlo non perchè ci lusinghiamo che nulla vi
sia ancora da aggiungere o da emendare e che esso sia
definitivo e, come ora suol dirsi, esauriente, ma perchè nel-
r attuale fervore di studii incunabulistici ci è parso che
non dovesse riuscire privo d' interesse e di qualche utilità
il nostro contributo alla storia della prototipografia ita-
liana, soprattutto perchè riguarda uno dei capitoli più oscuri
di essa.
Il nostro lavoro si compone di una parte storico-biografica
e di una parte bibliografica. Di ciascuno dei tipografi che
impressero a Napoli nel XV secolo abbiamo cercato di dare
nella prima parte un cenno biografico e nella seconda la serie
delle edizioni. Ai cenni biografici dei tipografi e dei loro
i) V. la relazione di Erasmo Pèrcopo negli Atti dell'Accademia
Pontaniana, voi. XXXIII (1903), in principio.
Il lavoro presentato alla Pontaniana era diviso in due parti, di cui la
prima e la principale trattava della tipografia napoletana del Quattrocento ed è
ora contenuta nei due volumi che pubblichiamo, e la seconda, che era piuttosto
un'appendice dell'altra, riguardava il commercio librario a Napoli nello stesso
deriodo. Questa seconda parte, sulla quale speriamo di tornare, potrà più op-
portunamente esser compresa in una monografìa a sé.
X Prefaiione.
socii facemmo seguire nei capitoli XVI e XVII quelle notizie
che ci venne fatto di raccogliere su coloro che ne furono i
più efficaci cooperatori, incoraggiandoli, proteggendoli e aiutan-
doli col loro favore o assistendoli coi consigli e collaborando
con essi come correttori, senz' alcuna pretesa di farne la bio-
grafia; nel capitolo XVIII un breve riassunto degli studii
fatti sinora sulla tipografia ebraica napoletana; nell'Appendice
alcuni cenni suU' arte della legatoria a Napoli nel periodo del
Rinascimento,
Gran parte delle notizie storiche e biografiche raccolte in
questa prima parte furono tratte da documenti conservati negli
archi vii napoletani, lungamente da noi esplorati negli anni
1899, 1900 e 1901. Questi documenti di solito sono stati in-
dicati soltanto, e con la massima brevità, nelle note, o parzial-
mente riportati in queste, ed appartengono o al R. Archivio
di Stato o all'Archivio Notarile di Napoli, al quale s'in-
tendono riferite tutte le citazioni di protocolli, capitoli, testa-
menti ecc., salvo qualche rara eccezione che risulta dalle in-
dicazione date. Abbiamo però creduto opportuno di riportare
nella loro integrità un certo numero di documenti che giu-
dicammo più importanti per il loro contenuto o più atti ad
illustrare certi particolari relativi ai fatti narrati nel testo.
Non tutti questi documenti sono ora ancora inediti, che alcuni,
come abbiamo notato ai rispettivi luoghi, sono stati già pubbli-
cati da altri in questi ultimi anni. Abbiamo tuttavia creduto
di non doverli sopprimere, sia perchè la lezione seguita dagli
editori lasciava talora a desiderare, sia perchè essi si trovano
sparsi in periodici o in cataloghi librarli o in opuscoli che
non sempre è facile trovare.
Nella parte seconda, che intitolammo Bibliografia napole-
tana del XV secolo, abbiamo procurato di dare una notizia,
per quanto ci è stato possibile, esatta e compiuta di tutte
le edizioni napoletane del s. XV, non escluse quelle che
con qualche ragione o anche a torto furono credute napole-
tane. La nostra Bibliografia è divisa per tipografi in modo
da presentare, in tante sezioni distinte, gli annali delle
singole tipografie ossia la serie, cronologicamente disposta,
Prefazione. XI
delle edizioni prodotte da ciascuna officina tipografica.
Seguono le edizioni napoletane di stampatori ignoti o
incerti, che credemmo opportuno raccogliere tutte insieme
in una sola sezione, e quelle di stampatori ignoti ma pro-
babilmente napoletane, indi le edizioni credute a torto napole-
tane, le dubbie o suppositizie o con falsa data e da ultimo
le ebraiche.
Di ciascuna edizione ci siamo studiati di dare una esatta
e sufficiente descrizione e d' indicare gli esemplari superstiti
di cui siamo riusciti ad aver notizia. La massima parte delle
edizioni descritte furono diligentemente esaminate, assai spesso
in più esemplari, ma parecchie sono pure quelle che potemmo
vedere fuggevolmente o in esemplari imperfetti, e non poche
quelle che non ci fu mai dato di vedere e per le quali
dovemmo ricorrere alla cortesia di amici o di colleghi lontani.
Per queste ragioni, ed anche perchè in taluni casi ci parve
di dover essere più larghi d' indicazioni e in altri di poterci
risparmiare una prolissità inutile, si potrà notare qualche
difformità nelle nostre descrizioni, alcune delle quali parranno
forse troppo sobrie. In generale abbiamo procurato di dare
una descrizione più larga e più minuta di quelle edizioni che
ci sono note per un solo esemplare o che da altri sono state
più sommariamente trattate, ed abbiamo più brevemente
descritte quelle che sapevamo men rare o che trovammo da
altri già largamente illustrate.
Abbiamo voluto riportare, quasi sempre integralmente,
le lettere dedicatorie degli editori o dei correttori che accom-
pagnano talune edizioni e che, oltre al contenere talvolta
notizie utili per la storia letteraria o civile, sono da conside-
rarsi e furono da noi considerate come altrettanti documenti
per la storia della tipografia. Di queste lettere, come dei
documenti tratti dagli archivii, abbiamo dato il testo diplo-
maticamente trascritto, e di nostro non vi abbiamo messo che
r interpunzione e, come facemmo anche nelle descrizioni,
qualche raro sic, quando l'errore dell' originale poteva dar
luogo a dubbio o ad equivoco.
Alle solite indicazioni bibliografiche abbiamo aggiunto i
XII Prefazione.
sempre che ci è stato possibile, quella delle filigrane della
carta perchè crediamo che in qualche caso e per talune
ricerche giovi il conoscere la qualità della carta adoperata
per la stampa di un dato libro. Il numero che segue in
parentesi 1' indicazione della filigrana rimanda alla nota opera
del Briquet'* e a quella filigrana alla quale la nostra fu da
noi considerata identica.
Nella enumerazione degli esemplari si potranno notare
molte omissioni, giacche a noi non fu dato di compiere una
larga e metodica esplorazione delle biblioteche. Ci siamo
dovuti contentare perciò di quelle notizie che ci venne fatto
di raccogliere, non essendo cosa facile esplorare di persona le
biblioteche coi mezzi privati, sian pure le sole biblioteche
italiane.
La cortesia dell' editore di questa collezione ci ha per-
messo di accompagnare la nostra opera con un numero suffi-
ciente d' illustrazioni. I tipi adoperati da ciascuno dei tipo-
grafi napolitani, brevemente indicati nella parte 1% sono stati
tutti riprodotti, insieme con le più notevoli silografie, nelle
tavole di fac -simili. Di ciascun tipo si è dato un saggio
riproducendo una pagina di testo, per lo più intera, e quasi
sempre gli alfabeti maiuscolo e minuscolo con le varie ab-
breviature. E noi ci auguriamo che col sussidio di queste
tavole una parte delle tante edizioni anonime sparse nelle
biblioteche e di cui s' ignora 1* origine possa essere rivendicata
alle tipografie napoletane.
E lontano da noi il pensiero che questo lavoro, che pur
ci costò non brevi né lievi fatiche, rappresenti, come suol
dirsi, r ultima parola sulla prototipografia napoletana. Saremo
perciò riconoscenti a coloro che vorranno farci notare le
omissioni e gli errori in cui forse saremo incorsi, e delle
osservazioni dei competenti non mancheremo di tener conto
nelle giunte e correzioni che ci proponiamo e speriamo di
pubblicare.
l) Les filigranes, dictionnaire bistorique des m^rquei du papier. Genève,
A. JullicD, 1907, voi. 4.
Prefazione. XIII
Più imperfetta sarebbe però riuscita quest' opera se non
fossimo stati aiutati dalla benevolenza di molti bibliotecarii
e bibliofili, ai quali ci è grato attestare pubblicamente la
nostra riconoscenza. Al prof. Corrado Haebler non saremo
mai grati abbastanza non solo per gì' incoraggiamenti e i
consigli che ci ha dati e le notizie preziose che ci ha fornite,
ma ancora per la particolare benevolenza che ci ha costante-
mente e in ogni occasione dimostrata, così nel secondare le
nostre ricerche presso biblioteche estere, come nel facilitarci
la pubblicazione di questo lavoro, accogliendolo, benché scritto
in italiano, in questa riputata collezione da lui diretta. Parti-
colarmente grati ci professiamo al Direttore della Biblioteca
Nazionale di Napoli dott. Emidio Martini che per parecchi anni
ci ha usate le più larghe agevolazioni; al sig. L. Polain, alla
cui inesauribile gentilezza non ci siamo mai rivolti invano, ed
a cui dobbiamo la notizia di alcune stampe napoletane a noi
ignote e molte indicazioni intorno ai cimelii napoletani con-
servati nelle collezioni parigine; al sig. E. Gordon Duff alla
cui amabilità siamo debitori della descrizione di parecchi unici
della collezione Cassano Spencer; al sig. H. Guppy Bibliotecario
della „John Rylands Library", che ha avuto la bontà di
fornirci copiose notizie di altri cimelii della stessa collezione
e ce ne ha permesse e gentilmente procurate parecchie ripro-
duzioni; al sig. L. Dorez della Nazionale di Parigi; al Conte
V. Ansidei Bibliotecario della Civica di Perugia, al prof.
F. Donati della Comunale di Siena e al dott. S. Morpurgo della
Nazionale di Firenze, che con grande liberalità e con somma
cortesia ci facilitarono lo studio dei cimelii napoletani delle
rispettive biblioteche; al sig. F. J. H. Jenkinson della Universi-
taria di Cambridge; al P. J. AVickner O. S. B. Bibliotecario della
Biblioteca Abbaziale di Admont; al P. Ritter O. S. B. della
Biblioteca di S. Georgenberg; al dott. K. Steiff della Biblioteca
Reale di Stuttgart; al prof. E. IMotta della Trivulziana; a
Mons. Gennaro Aspreno Galante Canonico Cimeliarca della
Metropolitana di Napoli; al dott. E. Casanova Direttore del
r Archivio di Stato di Napoli e ai suoi collaboratori ; al
dott. I. Giorgi della Casanatense; al dott. E. Al visi della
XIV Prefazione.
Palatina di Parma; al sig. George Dunn e alla libreria L. Rosen-
thal di Monaco.
Sentiamo poi il dovere di esprimere la nostra ricono-
scenza all' editore signor R. Haupt che solo per amore
dei nostri studii ha voluto assumersi la pubblicazione di
quest' opera.
Napoli, 30 marzo 191 1.
Opere più spesso citate.
Indicheremo per brevità con le sigle seguenti quelle opere che dovremo citare più
frequentemente.
C. (o Co.) = Copinger, W. A., Supplement to Hain's Repertorium biblio-
graphicum.
London, H. Sotheran, 1898 — 1902, voi. 3.
D. L. = De Licteriis, Fr., Codicum saeculo XV impressorum qui in
Regia Bibliotheca Borbonica adservantur catalogus.
Neapoli, ex Regio typ., 1833— 184 1, voi. 4.
G. = Giustiniani, Lorenzo, Saggio storico-critico sulla tipografia del
Regno di Napoli. Seconda edizione corretta e di molto accresciuta
dallo stesso Autore.
Napoli, a spese di Nunzio Pasca, 18 17, 4°, p. 294.
H. = Hain, L., Repertorium bibliographicum.
Stuttgartiae, sumtibus J. G. Cottae, 1826 — 1838, voi. 4.
Pe. = Pellechet, M., Catalogne general des incunables des bibliothèques
publiques de France (continuato da L. Polain).
Paris, Alph. Picard (Lille, impr. L. Danel), 1897— 1909, voi. P
— ni° (A— Greg.).
Pr. = Proctor, R., An index to the early printed books in the British
Museum . . . with notes of those in the Bodleian Library.
London, Kegan Paul, Trench, Triibner e C, 1898.
Bohatta, H., Katalog der liturgischen Drucke des XV. und XVI. Jahr-
hunderts in der herzogl. Parma'schen Bibliothek in Schwarzau am
Steinfeld, N.-Ò.
Wien (Druck v. A. Holzhausen), 1909 — 1910, voi. 2.
XVI Opere più spesso citate.
Bòlling, J. A., Index librorum saeculo XV impressorum quorum exempla
possidet Bibliotheca Regia Hafniensis.
Hafniae, 1889 — 1898.
Caronti, A., GÌ' incunaboli della R. Biblioteca Universitaria di Bologna.
Catalogo compiuto e pubblicato da A. Bacchi della Lega e L. Frati.
Bologna, N. Zanichelli, 1889.
Catalogo dei libri dal Conte Angiolo Maria D' Elei donati alla . . .
Libreria Mediceo-Laurenziana.
Firenze, tip. all' insegna di Dante, 1826.
Caiulogue de la Bibliothèque de feu M. Benedetto Maglione de
Naples.
Paris, Ém. Paul, L. Huard et Guillemin, 1894, parti 2.
Catalogne des livres de la Bibliothèque du Prince Michel Galitzin.
Moscou, 1 866.
Delisle, L., Notes sur les anciennes impressions des classiques latins et
d' autres auteurs conservées au XV ^ siècle dans la librairie royale
de Naples. (Mélanges Graux [Paris, Thorin, 1884], p. 245 — -96.)
Denis, M., Annalium typographicorum V. CI. Michaelis Maittaire supple-
mentum.
Viennae, 1789.
Dibdin, T. F., Bibliotheca Spenceriana.
London, 18 14 — 1823, voi. 7.
Fossi, J., Catalogus codicum saeculo XV impressorum qui in publica
Bibliotheca Magliabechiana Florentiae adservantur.
Florentiae, 1793 — 95, voi. 3.
Gùnter, O., Die Wiegendrucke der Leipziger Sammlungen und dar
herzoglichen Bibliothek in Altenburg.
Leipzig, Harrassowitz, 1909 (Zentralblatt f. Bibliothekswesen,
XXXV. Beiheft).
Kristeller, P., Die italienischen Buchdrucker- und Verlegerzeichen bis
Strafsburg, Heitz, 1893.
Laire, F. S., Index librorum ab inventa typographia ad annum 1500.
Senonis, 1791, voi. 2.
Opere più spesso citate. XVH
Marais, P., Dufresne, A., Catalogue des incunables de la Bibliothèque
Mazarine (e supplemento).
Paris, Welter, 1893 — i8g8.
Panzer, G. W., Annales typographici ab artis invenlae origine ad
annum MD.
Norimbergae, 1793 — 97, voi. 5.
Pennino, A., Catalogo ragionato dei libri di prima stampa . . . esistenti
nella Biblioteca Nazionale di Palenno.
Palermo, Lao, 1875 — 86, voi. 3.
Reichling, D., Appendices ad Hainii-Copingeri Repertorium biblio-
graphicum.
Monachii, sumptibus J. Rosenthal, 1905 — 19 11, fasci — VII.
Seemiller, S., Bibliothecae Academiae Ingolstadiensis incunabula typo-
graphica.
Ingolstadii, 1787 — 88, fasci — IL
Van der INIeersch, P. C, Recherches sur la vie et les travaux des
imprimeurs Belges et Néerlandais établis à 1' étranger.
Gand, 1856.
Van Praet, J., Catalogue des livres imprimés sur vélin.
Paris, De Bure, 1822 — 28, voi. 10.
VouUiéme, E., Die Inkunabeln der k. Bibliothek und der anderer
Berliner Sammlungen.
Leipzig, Harrassowitz, 1907 (Zentr. f. Bibl., Beiheft XXX).
— Die Inkunabeln der k. Universitàts-Bibliothek in Bonn.
Leipzig, 1897 (Z. f. B., B. XIII).
— Die Inkunabeln der òffentlichen Bibliothek und der kleineren
Biichersammlungen der Stadt Trier.
Leipzig, 1910 (Z. f. B., Bh. XXXVIII).
Fava e Bresciano, La stampa in Napoli. I.
Introduzione.
Le ricerche sulla prototipografia napoletana dal
1793 al 19 IO.
Sommario : I. La storia della tipografia in Italia. — li. La bibliofilia
a Napoli nel secolo XVllI. — III. Le collezioni napoletane
d' incunabuli. — IV. La collezione Cassano. — V. Il Saggio
del Giustiniani. — VI. Le ricerche di altri: il P. Sterzinger —
VII. A. Gervasio e M. Arditi. — Vili. C. Minieri Riccio. —
IX. Contributi minori. — X. Necessità di un nuovo libro.
I. L' invenzione della stampa, l' introduzione di quest' arte
in Italia e nelle altre regioni d' Europa e i primi e rapidi suoi
progressi furono argomento di ricerche e di studii fin dal
XVII secolo, in cui letterati ed eruditi cominciarono a trattarne
di proposito in particolari monografie. Nei due secoli successivi
le opere di questo genere andarono sempre crescendo di numero
e d' importanza, talché non vi è quasi regione o città storica-
mente notevole che non abbia oggi la propria storia tipo-
grafica, o almeno qualche saggio di storia tipografica. Il
^lallincrot, lo Zuerio, il Mentel, il Meermann, lo Shelhorn,
per tacere di altri più antichi, narrarono e illustrarono le
origini della tipografia e la diffusione dell' arte tipografica per
opera degli artefici tedeschi, e in Italia ne seguirono 1' esempio
r Orlandi, A. M. Querini, il Paitoni, il Barufifaldi, il Laire e
qualche altro, che furono tra noi i primi a riconoscere 1' im-
portanza di questa parte della storia letteraria, e non isde-
gnarono di dedicare ad essa il loro ingegno e la loro dottrina.
E com' era avvenuto della tipografia che, introdotta in Italia,
vi raggiunse rapidamente il più alto grado di perfezione, e
Introduzione. XIX
in parte per opera d' italiani, così avvenne press' a poco degli
studii sulla storia della tipografìa. Se in questo campo gì' Italiani
non precorsero, in ordine di tempo, le altre nazioni dotte, vi
fecero però presto grandi progressi; talché nella seconda metà
del secolo XVIII, quando maggiormente fiorivano presso di
noi le discipline storiche e la grande erudizione, può ben dirsi
che il primato fosse loro. Particolarmente la bibHografia de-
scrittiva dotta deve molto ai nostri eruditi che le dettero
metodo più rigorosamente scientifico e ne agevolarono il
cammino con le loro pazienti ricerche e col sussidio di una
critica sana ed oculata. Prima che il secolo XVIII arrivasse
al mezzo aveva già vista la luce la Historia literario-
typographica del Sassi, e più tardi, ma circa mezzo secolo
avanti che L. Hain pubblicasse il suo classico Repertorio,
r Audiffredi ci dava il Catalogus historico-criticus
romanarum editionum saeculi XV e quindi lo Specimen
editionum italicarum, opere quasi perfette per i tempi in
cui furono composte, che servirono lungamente di fondamento
o di modello alla copiosa letteratura posteriore ed a cui anche
oggi non raramente, né infruttuosamente si ricorre. E quasi
contemporaneamente veniva fuori, sotto il nome del Fossi, il
Catalogus codicum saeculo XV impressorum della
Magliabechiana, che è il primo catalogo di una grande colle-
zione d' incunabuli dottamente e criticamente illustrato.
II. Pari allo studio con cui gli eruditi e i bibliografi
illustravano le antiche edizioni era nel Settecento la passione
con cui le ricercavano i bibliofili. Nella seconda metà special-
mente del secolo XVIII questa passione degli uni e degli
altri nei principali centri di cultura era tale che ad un dotto
contemporaneo parve addirittura furor e.') Ebbero così origine
la maggior parte delle nostre più cospicue collezioni private,
molte delle quali meritamente famose negli annali della
bibliofilia, e innumerevoli collezioni di minor conto, oggi in
massima parte disperse o incorporate in pubbliche biblioteche.
l) Marini, Archiatri pontificii, I, p. 192.
b*
XX Introduzione.
A Napoli, dove i tempi volgevano propizii per la cultura
e per gli studii, si era, massime verso la fine del Settecento,
più che mai diffuso quel gusto o passione per i libri che
anche per il passato e nei tempi meno felici del periodo vi-
cereale era stato comune fra gli uomini di lettere. Filosofi,
giureconsulti, letterati, magistrati ed anche gentiluomini, che
non facevano professione di studii, possedevano cospicue
librerie o volevano possederle, e raccoglievano con amore
libri buoni e libri rari, codici e antiche edizioni. Alcune
librerie private per la ricchezza della suppellettile, per il loro
ordinamento e per la liberalità con cui vi erano ammessi i
dotti, se non il pubblico,'^ meritavano a tutto diritto il nome
di biblioteche, e talune di esse potevano competere, sotto
alcuni aspetti, con le due biblioteche pubbliche, la Brancacciana
e r Oratoriana, anch' esse del resto di fondazione privata. Erano
specialmente celebrate la Biblioteca del Principe di Tarsia
Ferdinando Vincenzo Spinelli, aperta a tutti nella sua magni-
fica sede, di Francesco Vargas Macciucca, del Marchese di
Salsa Francesco Berlo, dell'Arcivescovo di Taranto Giuseppe
Capecelatro, di Domenico Cotugno, di Francesco Carelli, di
Michele Arditi, del Conte di Policastro Carlo M^* Carafa, del
^Marchese Orlando, del Principe di Cimitile e di altri, e nume-
rosissime erano quelle di minore importanza. „Non v' ha
letterato, scriveva il Romanelli,-^ che non abbia una particolare
libreria e specialmente la classe dei magistrati, dei professori
e degli avvocati".
IH. Ma fra le numerose librerie d' indole generale erano
anche sorte, o andavano sorgendo, speciali collezioni di libri
rari, di antiche edizioni, d' incunabuli, come ora comunemente
1) „Ad onore di queste famiglie (Tarsia , Bcrio ecc.) bisogna notare che
esse ammettevano gli studiosi in tutte le ore del giorno, ed erano larghe con issi
di acquisti di nuovi libri o di macchine per le scienze sperimentali". (.\moJco,
Vita matematica napoletana, p. I, 178). V. per qualche altra notizia sulle
biblioteche private napoletane il discorso di B. Capasso per la inaugurazione della
Biblioteca Cuomo nell'Archivio Storico Napoletano, XX, p. lóo.
2) Napoli antica e moderna, II, 189.
Introdurione. XXI
sogliono dirsi le edizioni del XV secolo. Tra queste basterà
ricordare la collezione di IMelchiorre Delfico di poco meno di
looo incunabuli,'^ quella di Francesco Taccone anche più nume-
rosa, ma meno omogenea,^) del Principe di S. Pio Raffaele del
Pezzo, 3> di Carlo del Majno Ivagnez, un bibliofilo milanese
i) Formata da un uomo di grande dottrina, che fu anche valente bibliofilo,
era veramente una raccolta insigne non solo per il numero, ma anche pei il pregio
e la rarità delle opere. Amici e corrispondenti del Delfico erano i più noti
bibliofili di quel tempo, come il Duca di Cassano, G. Selvaggi, Gaetano Melzi, il
Marchese Gian Giacomo Trivulzio, 1' Andres ecc., come si vede dal suo carteggio,
in piccola parte testé pubblicato (V. Opere complete di M.D.Teramo, 1904,
IV, p. 212 e seg.); ed egli molto si giovò delle numerose relazioni che aveva in
Italia e fuori per arricchire la sua collezione, e specialmente del Melzi (ivi, p. 223
— 230) e del Duca di S. Severina (p. 239). La collezione Delfico era particolar-
mente notevole per la serie delle edizioni di C. Sweynheim e A. Pannartz e per
un buon numero di edizioni a quel tempo non conosciute ancora o aneddote,
come allora si soleva dire. Perciò gì' intendenti desideravano che se ne pubblicasse
il catalogo „per istruzione dei bibliografi" (Romanelli, op. cit., II, 186 — 87). Il D.
ne aveva compilato un catalogo, ma esitava a pubblicarlo, perchè diceva man-
cargliene l'abilità e il tempo (Opere, IV, 225). La collezione rimase per molti
anni presso il D. nella sua casa al vico S. Spirito finché nel 1816 fu acquistata
per la Borbonica al prezzo di 8000 ducati. L' inventario si conserva fra i mss.
della Nazionale di Napoli (IX. A A. 16),
2) Il Taccone (n. 1763 f 18 18) fu per lungo tempo Tesoriere generale del
Regno, e grande amatore di libri, di quadri e di cose d' arte. (V. nelle Biografie
degli nomiìii illustri del regno di Napoli [Napoli, Gervasi, s. a., voi. XIV, in
fine] la biografia del T., scritta da Vito Capialbi). La sua biblioteca, raccolta con
grande cura in più di veni' anni e col consiglio e 1' aiuto dei principali eruditi e
bibliofili, era assai stimata e lodata dai competenti. Si accrebbe rapidamente,
forse più che ogni altra collezione , di edizioni rare provenienti dalla dispersione
delle librerie monastiche e dalla insigne biblioteca appartenuta a Pio VI. Il
Capialbi riporta alcuni giudizii di contemporanei o di viaggiatori sulla biblioteca
Taccone e indica pure qualcuno dei libri e dei mss. più notevoli che ne facevano
parte. Nel l8ll il T. fa „cortesemente obbligato" come dice il Capialbi, a cedere
al Governo la sua collezione, che fu il nucleo principale della Biblioteca Gioacchina.
Dismessa questa dopo la restaurazione, la collezione T. finì con 1' essere divisa
tra la Biblioteca dell' Università e la Borbonica.
3) Una „Descrizione di vari libri del sec. XV stampati in Napoli nella
Biblioteca del Principe di S. Pio" è fra i mss. di A. Gervasio (Biblioteca Oraloriana,
ms. XXVI, VI, e. 190 — 199). Vi si descrivono IO edizioni napoletane, di cui
alcune aneddote e non mai conosciute dal Giustiniani, e due di Aquila. Per
qualche notizia sui cimelii principali v. Romanelli, op. cit., II, 186.
XXII Introduzione.
Stabilito in Napoli, appassionato ricercatore di incunabuli special-
mente napoletani, di cui riuscì a formare una piccola raccolta,')
ed infine quella assai più preziosa del Duca di Cassano della
quale diremo poche parole.
IV. D. Luigi Serra Duca di Cassano, fornito di largo
censo e vissuto anche lui, come il Delfico e il Taccone, in
tempi nei quali furono disfatte o vendute molte biblioteche
monastiche e private, riuscì a mettere insieme in più di trenta
anni di ricerche e con la cooperazione di altri bibliofili (fra
questi era il valente P. Sterzinger, di cui diremo più innanzi)
la più scelta e preziosa collezione d' incunabuli che allora fosse
in Italia, di cui egli stesso pubblicò un catalogo sommario nel
1807.^) Faceva parte ed era principal pregio di questa insigne
collezione, che comprendeva circa 500 rare edizioni del s. XV,
specialmente di classici e di poeti, una raccolta di edizioni
napoletane veramente preziosa e singolare, sia per il numero
che si avvicinava al centinaio, sia per la grande rarità delle
edizioni che la componevano, parecchie delle quali „non più
per lo innanzi conosciute" come diceva il Duca,^* sono anche
oggidì rappresentate da quel!' unico esemplare.^)
1) Il Del Majno faceva commercio di libri. Tra i mss. della Nazionale di
Napoli si conservano le minute della sua corrispondenza che va dal 1819 al 1S29,
non prive d' interesse per i bibliofili (IX. A. Si). Parecchie lettere sono indirizzale
a letterati, eruditi e bibliofili ben noti, come A. Mai, V, Pollini, G. Perticari, il
Pezzana, il Renouard, il Principe di Cimitile (di cui il D. M. era bibliotecario)
ed altri. La biblioteca da lui raccolta nella sua casa al Largo Noce a Fonscca,
n. ló era notevole per molte edizioni napoletane del s. XV, (che solo in parte
passarono, dopo la sua morte, nella Borbonica), per una collezione di libri orien-
tali, per una collezione di libri attinenti a Pompei, Ercolano ecc., che il D. M.
legò al Can. De Jorio, e per una collezione concernente le rivoluzioni napoletane,
che legò alla Borbonica. Mori il D. M. nel 1829 e la sua biblioteca Tu venduta
nel 1S32 e in parte acquistata dalla Borbonica.
2) Catalogo delle edizioni del sec. XV esistenti nella Biblio-
teca del Duca di Cassano -Serra. Napoli, s. t. 1807, 8°, p. 52.
Secondo una nota ms. sarebbe stalo compilato dal libraio Gabriele Stasi.
3) V. la prefazione del Catalogo.
4) Nella prefazione del Catalogo, dopo di aver notato che la sua colle-
zione era" siala dai più intelligenti viaggiatoti riguardata, dopo quella di Mylord
Introduzione. XXIII
La collezione Cassano e il nome del Duca di Cassano
sono inseparabili dalla storia dell' antica tipografia napoletana.
E merito precipuo di questo bibliofilo 1' aver raccolti gli sparsi
e sconosciuti monumenti tipografici di Napoli e delle altre
città del Regno e 1' averne salvati non pochi dalla distruzione;
Spencer e del Conte D' Elei, come la più copiosa e la più speciosa che presso di
un privato potevasi ammirare", il Duca si duole che per la „malagevolezza dei
tempi" non gli era stato possibile di arricchirla maggiormente. Infatti non pare
che dopo la stampa del Catalogo avesse avuto notevoli accrescimenti, anzi
alcuni anni dopo, forse appunto per la „malagevolezza dei tempi" il Duca cominciò
a pensare di disfarsene. Per parecchi anni ancora la collezione rimase nel palazzo
Cassano alla via Monte di Dio (Romanelli, op. cit., II, 185 e III, lOi), visitata ed
ammirata dagl' intendenti e dagli stranieri che capitavano a Napoli. Non sapremmo
dire per quali motivi coloro che sopraintendevano al governo della Biblioteca
Reale non avessero fatto quanto era possibile per assicurarle il possesso di una
cosi splendida collezione, o perchè non vi fossero riusciti. Senza dubbio questa
non avrebbe potuto avere sede più acconcia ed onorata della maggiore biblioteca
di Napoli , ed era poi uno stretto dovere dei sopraintendenti di conservare a
Napoli almeno la preziosa ed unica raccolta di edizioni napoletane, assai più ricca
di quella che contemporaneamente era stata formata nella Borbonica per opera
specialmente del Bibliotecario F. S. Gualtieri (Giustiniani, Memorie storico-
critiche della R. Biblioteca Borbonica, p. 93). Ma si arrivò fino all' anno
1819 e la Borbonica che qualche anno prima (iSió) si era arricchita dell' intera
collezione Delfico e per la quale la R. Casa non aveva risparmiato spese quando
si era trattato di acquistare la biblioteca del Principe di Tarsia, non era ancora
riuscita ad assicurarsi il possesso della libreria Cassano. Fu in quel tempo che
il Duca di Cassano, a quanto narra il Dibdin, propose a Lord Spencer che allora
faceva un viaggio in Italia 1' acquisto della sua collezione. Il celebre bibliofilo
inglese, che nella sua già ricca biblioteca non aveva che una sola edizione napole-
tana, il Seneca del Moravo, non si sarebbe forse risoluto ad acquistarla, se fra
le molte rarissime edizioni del Duca di Cassano non vi fosse stata la famosa
edizione di Orazio del 1474, da lui lungamente desiderata e ricercata e di cui non
si conosceva, né oggi si conosce altro esemplare, e, come vogliono altri, il
Petrarca di Napoli del 1477. La vendita, ad ogni modo, fu conclusa non
ostante 1' alto prezzo di 30000 ducati e i libri trasportati nel castello di Althorp.
Qualche anno dopo il Dibdin ne pubblicò un catalogo sommario e non molto
esatto che forma il 7° volume della Bibliotheca Spenceriana e che sarà
spesso da noi citato. E infine parecchi anni or sono i libri del Duca di Cassano,
insieme col resto della Spenceriana, passarono a Manchester nella „John Rylands
Library" e furono poi nuovamente e più esattamente indicati da E. Gordon Duflf
nel Catalogue of the printed books and manuscripts in the John
Rylands Library (Manchester, Cornish, 1899 e a. s., voi. 4).
XXIV Introduzione.
ed a lui si deve se alcuni eruditi concepirono quasi contempora-
neamente il disegno di una storia della tipografia napoletana
del XV secolo, per la quale la collezione Cassano offriva loro
così ricca materia di studio, e se ad uno di essi riuscì di
attuare in breve tempo questo disegno e di scrivere il primo
libro su tale argomento.
V. Prima che il secolo XVIII finisse e pochi anni dopo
la pubblicazione del Catalogus historico-criticus del-
l' Audiffredi, Lorenzo Giustiniani, un napoletano amante del
suo paese, operoso e pieno di buona volontà, '> affinchè non
avesse a lamentarsi la mancanza di una storia della tipografia
napoletana (di cui nel mondo degli eruditi, degli studiosi e
dei bibliofili napoletani doveva sentirsi il bisogno, mentre già
altre regioni e città italiane vantavano opere di tal genere)
volle darsi a studiare e ad illustrare i monumenti dell' antica
tipografia napoletana che nella collezione del Duca di Cassano
aveva trovati già in massima parte raccolti; e valendosi princi-
palmente di questa collezione, liberalmente messa a sua dis-
posizione dal Duca dal 1782 al 1793,''^ pubblicò nel 1793 il
Saggio storico-critico sulla tipografia del Regno di
Napoli. 5)
L' opera riuscì assai imperfetta, com' era naturale, anzi
inevitabile, e per le grandi difficoltà che 1' autore dovette in-
i) Era nato in Napoli nel 1761 da Michelangelo e Girolama Martini. Fu
autore di molte opere relative alla storia letteraria e civile di Napoli e del Regno
e alla bibliografìa, ben note ad ogni studioso, e non poche ne lasciò inedite. Fu
prima bibliotecario e poi prefetto della Borbonica, e fu anche professore di diplo-
matica nella Università di Napoli, ma non pare che in questa materia avesse
molta competenza, a giudicarne da alcuni luoghi delle sue opere. In generale
queste rivelano una cultura letteraria molto imperfetta, ma sono pregevoli e tuttora
utili per il contenuto, frutto di lunghe e faticose ricerche. Mori nel 1824.
Ne scrisse una breve biografia il suo amico Nicolò Morelli, che fu inserita
nel tomo I3« delle Biografie degli uomini illustri del Regno di Napoli
(Napoli, presso N. Gervasi). È accompagnata dal ritratto del G. inciso da
G. Morgben.
2) Giustiniani, Saggio, cdiz. del 1793, p. 12.
3) Napoli, stamp. di V. Orsini, a spese di V, Altobelli, 1793, in 4°, di
p. VIII, 228.
Introduzione. XXV
centrare, e per la fretta con cui fu compilata, stantechè il
pensiero di fare un libro simile era venuto contemporanea-
mente anche ad altri. Lo stesso Giustiniani dichiarava di
essersi affrettato a pubblicare il suo libro „affin di prevenire
le voci sparse da taluni promettitori di esser pronte le loro
opere sullo stesso argomento, e che poi mai più vide il pub-
blico",'^ e riconosceva i difetti del suo „ rozzo" lavoro che diceva
aver voluto „ mettere così a stampa" come „un saggio di ciò
che più ampiamente dir si potrebbe intorno alla tipografia
napoletana",-^ fin d' allora proponendosi di ripubblicarlo più
corretto ed ampliato. 3> E per circa 25 anni egli continuò, con
1' aiuto e forse con la collaborazione del suo amico Carlo del
Majno, a far ricerche e studii per accrescerlo e migliorarlo,
finché nel 1817 cominciò a farne stampare una nuova edizione,
di cui si assunse le spese lo stesso Del IMajno.^)
i) V. Saggio, ediz. del 1817, p. 293.
2) V. Saggio, ediz. del 1793, p. 223.
3) l'i-
4) Da una minuta di lettera di C. del Majno al Cav, G. de Lazara del
3 maggio 1828 ci piace di trascrivere questo curioso brano che illustra la parte
avuta dal Del Majno nella pubblicazione e, se bisogna credere alle sue precise
affermazioni, anche nella compilazione del Saggio. „Siccome la Bibliografia
antica è ancora Bambina in questo Paese, ho potuto quindi fare qualche buon
acquisto, e specialmente dei primi libri stampati in Napoli che in questo Regno
(sic), ed avendo incontrato l'amicizia di un Bibliografo e Bibliotecario nominato
Lorenzo Guistiniani ora defunto, il quale nel 1793 diede fuori un Trattato sulla
Bibliografia Napoletana, trovai che vi aveva commessi una moltiplicilà di errori
nella descrizione per cui mi venne voglia di riprodurre tale opera, ma non mi fu
concesso stante che l'autore trovavasi ancora vivente, quindi convenimmo che io
avrei data la lettura dei libri tale come 1' originale ed egli avrebbe aggiunte le sue
osservazioni biografiche, ma col patto che egli voleva comparirne 1' autore, e 1' opera
fosse di mia proprietà dovendone io fare la spesa (più D. [ucati] 30 di regalia e
sei copie). Si esegui la stampa del Voi. l" in 4", che tratta dei soli 400*', ma
avendo a fare con un uomo cocciuto e presontuoso sono incorsi molti errori, e
per mia mala sorte, secondo il convenuto, la Vedova mi astringe di pubblicarlo
senza errata corrige e senza le mie osservazioni, giacché Ella spera di ottenere
di dedicare il sud. voi. a S. M. come conveniva al defunto di lei marito, e quind*
ottenere un sussidio giacché individuandosi gli errori perderebbe ogni vanto l'opera
e rischerebbe di non essere graziata di tale dedica, quindi nel volume 2^0 che
dovrò fare da me solo in continuazione di d» Tipografia nei seguenti secoli vj
XXVI Introduzione.
La stampa fu condotta però con tale lentezza che dopo
sette anni il G., sorpreso dalla morte nel 1824, non potè veder
finita neppure quella parte che riguarda le edizioni del XV s.
Nel susseguente anno 1825 si finì di stampare questa prima
parte che divenne il 1° volume dell' opera, ma per alcune
divergenze tra il Del Majno che aveva fatte le spese del-
l' edizione e la vedova del G.'^ il volume non fu pubblicato,
e r intero fondo rimase giacente per alcuni anni presso il Del
Majno che ne era il proprietario, finché, morto anche il Del
Majno nel marzo del 1829, il fondo stesso non fu acquistato
nel 1832 dalla Reale Biblioteca Borbonica per 40 ducati."^ Senon-
chè anche nella Borbonica 1' opera del Giustiniani fu „ messa
a giacere", e vi giacque dal 1832 al 1848, quando finalmente
la Giunta della Biblioteca creata in quell' anno e composta da
S, delle Ghiaie, L. Bianco, A. Granito, C. Minieri- Riccio e
S. Volpicella stabilì di darla alla luce 3) e di affidare ad altri
r incarico di continuarla.
Il ritardo di più di venti anni nella pubblicazione del
Saggio del G., che rimase perciò ignoto all' Hain, e la poca
diffusione che esso ebbe anche dopo la pubblicazione, spiegano
in parte la scarsa conoscenza che i bibliografi mostrano
generalmente delle edizioni napoletane del XV s., alcune delle
quali, annunziate o descritte dal G., si videro omesse perfino
nel Supplemento del Copinger.
Il Saggio presenta, anche nella seconda edizione, lacune
e difetti, come riconosceva lo stesso Del Majno. ♦^ Non ostante
aggiungerò in fine le mie osservazioni e correzioni al voi. 1° ed aggiunte di altri
libri da me scoperti del scc. XV, e daiò molte altre notizie analoghe all' Uopo
non senza rissentirmi del Sr. Dibding (sicj, il quale nella descrizione della scelta
Libraria di Lord Spencer ha commessi tanti errori che fanno pietà." (Biblioteca
Nazionale di Napoli, ms. IX. A. 31.)
1) V. la nota precedente.
2) Abbiamo desunto queste notizie in parte dall' archivio della Biblioteca
Nazionale di Napoli, in parte da un avviso a stampa che si vede aggiunto in fine
all' esemplare del Saggio che fu di C. del Majno e che ora si conserva tra i
mss, della Nazionale (XII. B. 68), perchè contiene delle giunte mss.
3) Così è detto neir avviso a stampa citato nella nota 2.
4) Vedi la nota 4 a p. XXIV.
Introduzione. XXVII
la lunga preparazione il G. non riuscì ad evitare degli errori,
né a migliorare di molto il suo lavoro in quello che si attiene
air ordine e al metodo. Nel corso di quest' opera rileveremo
volta per volta, secondo che se ne presenterà 1' occasione, le
sviste più notevoli che si riscontrano nel Saggio e dovremo
rettificare non poche notizie inesatte e dimostrare come siano
prive di fondamento talune sue congetture ed errati alcuni
giudizii. Qui ci limiteremo ad osservare che ben poco altri
avrebbe potuto allora aggiungere alla serie delle edizioni
napoletane indicate o descritte dal Giustiniani,'^ e che la parte
descrittiva lascia poco a desiderare sia per esattezza e sia per
larghezza d' indicazioni. Non fu abbastanza accurato il G.
neir esame comparativo dei caratteri usati dai tipografi napole-
tani, e in molti casi trascurò di valersi di questo metodo, già
felicemente seguito dall' Audiffredi; onde gli accadde di dover
relegare tra quelle di tipografi ignoti non poche edizioni anonime
di cui non gli sarebbe stato difficile determinare 1' origine, e
d' ingannarsi più volte nell' attribuire a questa o a quella tipo-
grafia edizioni evidentemente uscite da altre officine.
Non ostante tutto ciò e non ostante qualche evidente
contradizione che vi si riscontra, il Saggio del Giustiniani
restò una delle opere fondamentali per lo studio degl' incuna-
buli italiani, perchè era 1' unico libro in cui si trovassero notizie
copiose, e generalmente esatte, di edizioni per la massima parte
rarissime: unico anche dopo la pubblicazione dei Repertorii
dell' Hain e del Copinger, ai quali, come si è già notato, rimase
ignota r opera del bibliografo napoletano, e anche dopo le
Appendices del Reichling, in cui soltanto una parte del materiale
descritto dal Giustiniani è stato nuovamente, e non sempre
largamente, descritta.
VI. Contemporaneamente al Giustiniani, come già si
disse, altri studiosi pensarono ad illustrare 1' introduzione e i
primi prodotti della stampa a Napoli. Chi fosse 1' emulo a
i) Vedremo più innanzi che gli sfuggirono alcuni importanti monumenti
tipografici che pure erano conservati a Napoli e già noti al Gervasio,
XXVIII Introduzione.
cui egli alluse') e che si affrettò a prevenire nel 1793, non
oseremmo dire; ma sappiamo di alcuni eruditi suoi contemporanei
che si erano dati a raccogliere elementi e avevano fatto dei
lavori preparatomi per trattare lo stesso argomento, o erano
anche giunti a trattarne in opere rimaste inedite e imperfette.
Il P. Giuseppe Sterzinger Teatino, n. a Innsbruck nel 1745
e morto a Palermo nel 182 1, non ignoto agli eruditi per aver
organizzata la Biblioteca Reale di Palermo {quam pene a funda-
mentis erexit, come dice un' iscrizione) e già ricordato a pro-
posito delle sue relazioni col Duca di Cassano, concepì egli
pure il disegno „di compilare un saggio relativamente com-
pleto della tipografia siciliana al 1400, e di estendere le sue
ricerche e i suoi studii a quella napolitana, correggendo in
ciò il Panzer, facendo più minute ed esatte descrizioni ed
aggiungendo un catalogo delle edizioni da lui omesse." ^^ Questo
lavoro fu presso che compiuto, ma non fu pubblicato, forse a
causa della spesa, e, dopo la morte del P. Sterzinger, rimase
inedito presso i PP. Teatini di Palermo che nel 1832 lo con-
servavano ancora^) e dovettero conservarlo fino alla soppres-
sione degli ordini religiosi. Il manoscritto e le altre carte del
P. Sterzinger capitarono poi, fortunatamente, nelle mani del
Sac. B. Lagumina, il quale ne estrasse e pubbHcò nel 1887,
con opportune annotazioni, tutto quello che si riferiva alla
bibliografia siciliana, riservandosi di pubblicare in seguito il
lavoro sulla bibliografia napoletana del secolo XV, insieme
col carteggio del P. Sterzinger. Sappiamo dal Lagumina che
questo lavoro, contenuto in ,,32 fogli scritti ed in parte numerati"
ed accompagnato da una collezione di lucidi di varii caratteri
di edizioni napoletane, comprendeva le descrizioni di 24 edizioni
datate omesse dal Panzer e di altre 8 senza data. Seguiva il
carteggio del P. Sterzinger col Duca di Cassano, col D' Elei
1) V. Saggio, p. 293.
2) Lagumina, B. Il P. Giuseppe Sterzinger e gli studi di bibliografia sici-
liana del XV secolo {Archivio storico siciliano, XI [Nuova Serie]) anno 1887,
p. I e segg.).
3) V. l'articolo del P. G. R. [Gaspare Rossi], citato del Lagumina, nel
Giornale di Scienze, Lettere e Arti per la Sicilia, tomo XXXVII, p. 215.
Introduzione. XXIX
e col Van Praet, che si componeva di 68 lettere al Duca di
Cassano (1819 — 20) e delle minute di risposte del P. S., di una
lettera del D' Elei (18 17) con la risposta e di 4 lettere del
Van Praet (18 17— 1820).
Senonchè la pubblicazione annunziata del Lagumina nel
1887, per quanto ci è noto, non fu più fatta, forse perchè,
come supponiamo, le edizioni napoletane illustrate dallo
Sterzinger dovevano verisimilmente appartenere, almeno per
la maggior parte, alla collezione Cassano già tutta descritta
dal Giustiniani nel suo Saggio. Sarebbe stato tuttavia de-
siderabile che il Lagumina ne avesse almeno pubblicato un
estratto insieme con tutto o parte del carteggio del P. Sterzinger
in cui non devono, probabilmente, mancare delle notizie inte-
ressanti o curiose.
VII. Prima che il Giustiniani cominciasse a pubblicare
la seconda edizione del suo Saggio un altro erudito napoletano,
Agostino Gervasio, si era dato a raccogliere materiali per un
nuovo lavoro sull' antica tipografia napoletana. Il Gervasio
(n. 1784 j 1863), noto specialmente come archeologo, era anche
un valente bibliografo e nella sua gioventù scrisse varie opere
di argomento bibliografico, rimaste tutte inedite e più o meno
imperfette, che si conservano con gli altri suoi manoscritti
nella Biblioteca Oratoriana di Napoli. Sono notevoli una sua
Biblioteca topografica antiquaria del Regno di Napoli,
un Catalogo delle biografie degli uomini illustri
Napoletani, un Saggio di una bibliografia ragionata
di Storia letteraria napoletana, alcune note riguardanti
edizioni rare e codici mss. e parecchie altre scritture di questo
genere.') Tra le cose contenute nel volume ms. da lui intitolato
Notamenti di storia letteraria e civile (LXXIII, PI. XXVI,
n. VI) sono degni di nota gli Estratti per la Tipografìa Napole-
tana del sec.XV, che hanno la data del settembre 1807 (e. 161
— 187) e contengono, con qualche altra notizia, lo spoglio del
l) V. Mandarini, / codici 7nanoscritti della Biblioteca Oratoriana di
Napoli, p. 170 — 191. Si veggano specialmente i n. LXVIII, LXXIV, LXXVI
— LXXVIII, XC e XCI
XXX Introduzione.
Panzer per quanto ha attinenza con la tipografia napoletana,
e una Descrizio7ie di vari Libri del Sec. XV stampati in Napoli
nella Biblioteca del Principe di S. Pio, con la data del 1808
(e. 190 — 199), di cui facemmo già cenno ed in cui si trovano
esattamente descritte alcune edizioni che rimasero affatto sco-
nosciute al Giustiniani. Nulla di notevole contengono gli
Estratti, che, come la Descrizione, non sono neppure autografi
del Gervasio. Queste carte possono ora servire soltanto ad
attestare che il Gervasio verso il 1807 — 1808 si accingeva ad
un lavoro sull' antica tipografia napoletana, lavoro di cui più
tardi ebbe a smettere il pensiero, forse perchè seppe che
contemporaneamente continuava ad occuparsene il Giustiniani.
Se il Gervasio, che era uomo di forte ingegno e di molta
dottrina, avesse continuato e compiuto il lavoro iniziato appena
nel 1807, ci avrebbe dato un' opera senza dubbio assai più
perfetta di quella del Giustiniani.
Anche Michele Arditi aveva cominciato a comporre una
memoria sulla introduzione della stampa in Napoli. Nel 1824
scriveva al Vermiglioli di averla „fra le mani" mostrandosi
propenso a credere che la stampa fosse stata introdotta in
Napoli prima del 1471 e da Arnaldo da Bruxelles, e pregava
il Vermiglioli perchè lo aiutasse nelle ricerche.'' La memoria
non fu mai pubblicata.
Vili. Camillo Minieri Riccio, tra i molti suoi lavori e
le varie e pazienti ricerche nelle quali impiegò la sua grande
e feconda attività, non trascurò la storia della prototipografia
napoletana, a cui, più che il Gervasio e lo Sterzinger, riuscì
a giovare con le sue ricerche, recandole un piccolo ma pre-
zioso contributo di notizie e di elementi nuovi. Egli che era
pure un appassionato quanto valente bibliofilo non poteva non
aver notato nel Saggio del Giustiniani lacune ed inesattezze,
e se pure non pensò a preparare un nuovo lavoro sullo stesso
argomento, pensò certamente a fare delle aggiunte e correzioni
l) V. Cento lettere inedite . . . scritte ai Cav. Gio. Battista Vermiglioli.
(Perugia, 1842, p. 10 — 12).
Introduzione. XXXI
air opera del Giustiniani. Nella Nazionale di Napoli si conserva
tra i mss. di lui un esemplare del Saggio della prima edizione
interfogliato ed arricchito di alcune notevoli giunte autografe.
Vi sono, tra le altre, indicate e descritte accuratamente due
rarissime edizioni (Bibl. 72 e 143) che fino a non molti anni
fa non erano conosciute altrimenti, e vi si trova riassunto di
sua mano un processo del 1487, che illustra e risolve più
d' una questione relativa alla biografia di Francesco del Tuppo,
ed è senza dubbio uno dei più importanti documenti fra i non
molti che abbiamo sulla nostra antica tipografia.
Al Minieri Riccio si deve anche un cenno biografico di
Francesco del Tuppo,') notevole soprattutto per le notizie
che contiene sulla tipografia Tuppiana, desunte dallo stesso
processo del 1487. Si deve deplorare che al Minieri Riccio
sia mancato il tempo o la voglia di continuare le sue ricerche
e di compiere il lavoro iniziato.
IX. Dopo di lui, per quanto ci è noto, non si fecero per
parecchio tempo particolari ricerche sulla prototipografia napole-
tana. Tuttavia lo spoglio degli archivii fatto eseguire dal Prin-
cipe Filangieri per la storia delle arti e delle industrie napoletane
fruttò alcune notizie nuove sulla tipografia e sul commercio
dei libri a Napoli. Un documento, il più notevole, fu pubbli-
cato parzialmente dal Filangieri^) e altri vennero indicati nel-
r Ifidtce dei suoi Documenti. Seguirono, a intervalli, articoli,
comunicazioni e note che mostrarono come molto ancora vi
fosse da aggiungere a quello che dal Giustiniani e da altri si
era detto dell' antica tipografia napoletana, e che un nuovo
lavoro su questo argomento si rendeva necessario. Delle edi-
zioni ebraiche napoletane trattò ]M. Soave nel 1879,3) parecchie
edizioni napoletane, fin allora non conosciute, furono indicate
e descritte nel 1892 e nel 1896 da uno dei compilatori di
1) Italia Reale, II (l88lj, n. IO: ripubblicato ntWt Biografie degli Acca-
demici Alfonsini, p. 35 — 39.
2) Archivio storico nap., XII, 50, in nota.
3) Corriere Israelitico di Trieste, 1879. n' del 4 giugno.
XXXII Introduzione.
quest' opera, '^ una comunicazione concernente Arnaldo da
Bruxelles fu fatta da L. Delisle nel 1897,^^ un importante
documento del 1481, fu pubblicato, illustrato e discusso in vari
articoli nel 1901,3) altri documenti furono pubblicati più recente-
mente dal Sig. T. de Marinis,'*) tre rarissime edizioni napoletane
furono illustrate dal Sig. Hierta,^) da G. Oliva ^^ e da T. de
Marinis,7> e infine molte edizioni napoletane o credute tali
furono teste accuratamente descritte da D, Reichling nelle sue
Appendices ad Hainii-Copingeri Repertorium bibliographicum^'^
X. Ma tutte queste più o meno tenui contribuzioni „per
la storia della tipografia napoletana" non fecero che dimostrare
o confermare la necessità di una nuova opera che tenendo
conto di tutto ciò che le precedenti ricerche avevano messo
in luce e dei progressi degli studii incunabulistici, e possibil-
mente con r aiuto di ulteriori metodiche indagini negli archivii
e nelle biblioteche, avesse raccolto, vagliato e coordinato tutto
il materiale, dando la serie completa delle edizioni eseguite a
Napoli nel XV secolo e accompagnandola con quelle notizie
storiche, biografiche e bibliografiche che potessero servire ad
illustrare, meglio che per l'addietro non si fosse fatto, que.sta
parte della storia della nostra cultura. Una tale necessità fu
riconosciuta fin dal 1899 dall' Accademia Pontaniana di Napoli,
che per il concorso al premio Tenore dell' anno 1901 volle
che il tema fosse appunto la storia della tipografia napoletana
del XV secolo. Ebbe così origine il presente libro.
1) Rivista delle Biblioteche, IV, 45 e VI, 109.
2) Bibliothèque de 1' Ecole des Chartes, LVIII, 741.
3) Sammlung bibl. Arbeilen, XIV, 13 — 23; De Marinis, Documento
che risguarda Giovanni Stanigamer de Landsperg e Bernero
Raptoris de Marburcs etc. (Napoli 15 maggio 1901, di p. 8); Bibliofilia,
III, 68 e 388.
4) Bibliofilia, IV, loi e Catalogo VI, p. V— XVI.
5) Bibliofilia, V, 238.
6) Napoli Nobilissima, XV, l6S.
7) Il Libro e la Stampa, III (N — S), p. 99.
8) Monachi], sumptibus J. Roseuthal, 1905 — 1911, fase. I — VII.
Capitolo I.
Notizie preliminari.
Sommario: 1. La silografia in Italia prima dell' introduzione della
stampa. — II. La silografia a Napoli: le carte da giuoco. —
III. Uno stampatore immaginario. — IV. Sisto Riessinger intro-
duttore della tipografia.
I. Si è creduto fino a non molti anni addietro che 1' arte
della silografia non fosse conosciuta in Italia prima della intro-
duzione della stampa, eccetto che in qualche parte dell' Italia
settentrionale, a Venezia per esempio dov' era penetrata, pro-
babilmente, dalla vicina Germania. Un autorevole critico
tedesco') affermò anzi che, durante i primi tre quarti del XV
secolo la silografia fu quasi sconosciuta in Italia. Era pure
ammesso generalmente che non si fossero stampati in Italia
libri silografia né prima dell' introduzione della tipografia, né
per alcuni decennii dopo, e si soleva citare come il più antico
libro silografico italiano 1' Opera nova del Guadagnino stam-
pata in Venezia nel principio del secolo XVI.
Ma recenti studi hanno dimostrato che 1' arte della silo-
grafia, conosciuta in Italia forse sin dal XIV secolo, e larga-
mente praticata in Venezia nella prima metà del XV com' é
provato da documenti del 1447 e del 1456, era già in quel
tempo, ed anche prima, esercitata in altre città italiane, probabil-
mente a Firenze, e che in essa si era raggiunta quasi quella
stessa perfezione tecnica che gli artisti italiani avevano toccato
l) Lippmann, The Art of wood-engravÌDg in Italy in the XV. century,
London 1888, p. 2. Citiamo la traduzione inglese, perchè non ci fu possibile
consultare 1' originale.
Fava e Bresciano, La stampa in Napoli I. I
2 Capitolo I.
nelle arti maggiori.'* E per quello che concerne più parti-
colarmente la stampa tabellare ovvero i libri silografici pro-
priamente detti è accertato che a Venezia se ne stampavano
nella prima metà del XV secolo, e da artefici italiani. Il
Cecchetti^> pubblicò nel 1885 alcuni documenti degli anni 1447
e 1456 nei quali è menzionato più volte un Giovanni di Biagio
miniatore, da Bologna, che faceva „alcune forme da stampar
donadi et salterj." E a Berlino, nel R. Museo delle stampe,
si conserva un libro silografico di g carte contenente 18 silo-
grafie, della cui origine veneziana non si potrebbe dubitare
dopo quanto ne è stato detto dallo Schreiber^* e dal Principe
di Essling,^) il quale con opportuni raffronti ha combattuto
r opinione del Bouchot che aveva creduto di attribuire a
quelle figure un' origine lorenese,
Verisimilmente quest' edizione silografica, la cui data
approssimativa tanto lo Schreiber quanto il Principe di Ess-
ling fanno cadere verso il 1450, non sarà stata la prima
eseguita in Italia, e certamente non fu la sola, prima dell' intro-
duzione della tipografia. Lo Schreiber anzi non esclude che
ve ne possano essere altre anche più antiche, e del resto i
documenti a cui poc' anzi abbiamo accennato non lasciano
luogo ad alcun dubbio.
Il Fumagalli osserva a questo proposito che la stampa
tabellare aveva messo così profonde radici a Venezia da soprav-
1) L. Venturi, Sulle origini della xilografia (L'Arte, anno VI [1903],
p. 265— 270). Il V. descrive, fra l'altre cose, un'incisione in legno, d'origine
probabilmente fiorentina, anteriore al 1428. È detta comunemente la Madonna
del Fuoco e si conserva nella Cattedrale di Forlì. Cfr. pure P'umagalli, Lexicon
typographicum Italiae p. XXII — XXIV).
2) La Slampa tabellare in Venezia nel 1447 eie. (Archivio Veneto, anno
XV, tom. XXIX, p. 87—91). Cfr. pure: Heidenheimer, Die Donat-Frage und
Venedig, in Bibliofilia, IV, p. 249 e seg.
j) Manuel de l'amateur de la gravurc sur bois et sur metal au XV= sièclc,
IV, p. 325 e segg.
4) Le premier livre xylographiquc ilalicn imprimé à Vénise vcrs 1450 (Paris,
Gaz. des B. Aris, 1903, in 4°, p. 44). Vi sono riprodotte 8 figure. Cfr. pure
Fumagalli, Lexicon, p. XXII— XXIV e p. 454 — 455, e Les livrcs à figures véniliens
dello stesso Principe di Essling, voi. II, p. 1 — 26, dove sono riprodotte 5 silografie.
Notizie preliminari. 3
vivere per molto tempo all' introduzione della stampa a tipi
mobili.'^ Infatti nel principio del sec. XVI la stampa tabellare
era ancora praticata a Venezia, e non si crede anteriore al
15 IO la data dell' Opera nova, libro silografico inciso da Gio,
Andrea Vavassore detto Vadagnino o Guadagnino e più volte
impresso.
Non oseremmo affermare che in Italia la silografia abbia
avuto prima e dopo 1' invenzione della stampa quello stesso
sviluppo che ebbe altrove, e specialmente in Germania, dov' era
largamente usata per riprodurre non solo immagini sacre e
storie bibliche, ma anche scene della vita quotidiana e perfino
rappresentazioni satiriche e caricature ;^^ ma sarebbe ora un
grave errore il sostenere che non fosse conosciuta in Italia
nei primi tre quarti del XV secolo, come fu creduto.
IL Che la silografia, almeno come mezzo di riproduzione
d' immagini applicato specialmente alla fabbricazione delle carte
da giuoco, fosse praticata in Napoli, e da artisti napolitani,
prima della introduzione della stampa e per tutto il resto del
XV secolo, è fuori di ogni dubbio. Nelle Cedole della Teso-
reria aragonese del 1466 e del 147 1 è ricordato un Cola
Migharese da Maddaloni o Colella di Maddaloni, „mestre de
far cartes de jugar"3> e fornitore della Corte. L' 8 agosto 1476
Jacopo d' Aquino di Capua vendeva a Giovanni de Alferio
per 25 tari „paria ducentum de cartis aptis ad ludendum".^)
Un altro cartaio, Jacopo Gallo da Sessa, contemporaneo di
Jacopo d' Aquino, esercitava probabilmente la stessa in-
i) Lexicon, p. 454—455.
2) Lippmann, Op. cit. p. 2.
3) „Item lo dit Jorn [21. giugno 1466] .... a Colella de Mathalone meslre
de far cartes de jugar l d. t. V gr. los quals lo dit Sor- li mana donar per lo
preu de iii.parelles de jochs de cartes lo present Jorn dell comprats a raho de
j. t. XV gr. casca joch les quals pareli [es] de contanent foron consegna en la
guardaroba del dit Sor. en poter del mag. mes. pasqual diaz garlon" (Cedole, voi. 44,
e. 364 a). Un altro pagamento allo stesso è registrato con la data del 19. aprile
1471 nel voi. 58, a e. 307b.
4j V. Documento I.
I*
4 Capitolo I.
dustria.'^ Nel 1482 un maestro Francesco cartaro, non
diverso forse da quel Francesco Fino libraio e mercante
di pergamene ricordato dal Filangieri, forniva carte da giuoco
alla Corte Aragonese.-^ E sappiamo pure che nell' anno
1485 Jacopo d'Aquino, già nominato, prese a bottega il fan-
ciullo Febo Cervera di 8 anni, obbligandosi ad insegnargli,
tra altre cose, „artem faciendi cartas" e a dargli, finito il tiro-
cinio che doveva durare quattro anni, „par unum de formis".^)
Nel i486 Jacopo Sardano vendeva allo spagnuolo Alvaro di
S. Anna, pittore, „paria mille ducentum cartarum prò ludendo
finarum boni papiri fini, intra et extra bene laboratas cum
coloribus finis." -«^
Altri nomi di artefici di carte da giuoco si trovano in
documenti meno antichi. Il cartaio Francesco Babusco o Babuso,
spesso nominato negli atti notarili dell' ultimo quarto del XV
secolo, neir anno 1491 stringeva un contratto di società con
Giovannello Bocto e Nardello Conte da Napoli „in arte et
ministerio faciendi cartas et vota,*' 5) e nell' anno medesimo ne
faceva un altro, per 1' esercizio della stessa industria delle
carte da giuoco, con 1' artefice Matteo di Giordano da Traetto,
cartaio, il quale prometteva „dictas cartas laborare, pingere et
ipsas vendere et finire in apotoca predicta dicti francisci." ^'
Neil' anno 1500 Antonella Apa, vedova di un Vincenzo Molli-
celli che secondo ogni probabilità fu anche un fabbricante di
carte da giuoco, faceva società con 1' artefice Luca di Jacopo
Ci eh a per la fabbricazione delle carte da giuoco, obbligandosi
a fornire le cose occorrenti, come verzino, verderame, peczocte,
carta, stampe, viti, forbici ecc.'^ E infine nello stesso anno
1) V. Documento I.
2) Filangieri, Documenti per la storia, le arti e le industrie delle Pro-
vincie napolitane, V, p. 2I2; e Barone, Le Cedole della Tesoreria Aragonese
(Archivio storico per le provincie napolitane, IX, p. 422).
3) V. Documento II.
4) V. Documento III.
5) V. Documento IV.
6) V. Documento V.
7) V. Documento VI.
Notizie preliminari. g
un Matteo cartaro, che probabilmente è lo stesso Matteo di
Giordano già nominato '^ vendeva ad Alonso de Palma cento
paia di carte fine al prezzo di sei ducati.^'
La produzione delle carte da giuoco a Napoli nel periodo
Aragonese doveva essere ben notevole, come appare dai non
pochi nomi di fabbricanti che sono giunti fino a noi, e dalla
quantità della merce prodotta in qualche fabbrica; e pare che
le carte napolitane si esportassero fuori del regno, e special-
mente nella Sicilia e nella Spagna. Certo nella sola città di
Napoli il consumo doveva essere ben grande, essendo assai
diffuso il giuoco delle carte 3) non solo nel popolo, ma in tutte
le classi sociali, anche nelle più elevate e nella stessa Corte.-*^
Che, oltre alle carte da giuoco, si stampassero in Napoli
anche immagini silografiche prima della venuta dei tipografi
tedeschi come credette il Giustiniani,-^^ non oseremmo affer-
marlo con sicurezza, perchè non ci fu dato finora di trovare
alcun documento che apertamente e chiaramente attestasse
r esercizio dell' arte silografica propriamente detta in Napoli,
nella seconda metà del XV secolo, per opera di artefici napo-
letani. Sappiamo solamente che un Francesco cartaio, di
Napoli, il quale con ogni probabilità è quello stesso Francesco
cartaio che abbiamo già ricordato, ebbe nel 1489 otto ducati
dalla R. Corte „per un' immagine . . . fatta a similitudine del
Duca (di Calabria) la quale fu da Sua Signoria donata al
Beato Jacopo della Marca in S. Maria la Nova." ^* Ed abbiamo
1) In parecchi documenti degli anni 1482 — 1500 è menzionato un Matteo
di Antonio fiorentino, cartaio e libraio, che crediamo sia diverso da questo Matteo.
2) V. Documento VII. Per qualche altra notizia cfr. Ce ci in Arch. Stor.
Nap. XXI, p. 306, 307.
3) Ce ci, Il giuoco a Napoli nel M. Evo (Arch. stor. nap. XXI, p. 290 e. seg.).
4) Di carte da giuoco napoletane del XV. s. pare che non se ne sia salvata
nessuna. Almeno a noi non è riuscito trovarne alcun cenno nelle opere che
abbiamo potuto consultare, non escluso il catalogo della famosa collezione Schreiber
di M. O'Donoghue (1901) e il recentissimo libro di H. R. d'Allemagne (Les cartes
à jouer du XV* au XXe s. — Paris, Hachette, 1906, voi. 2).
5) Saggio, p. 23. Le ragioni che egli adduce non hanno però alcun valore.
6) Barone, Cedole ecc. (Arch. stor. nap. X, p. 7). — Cfr. pure Filangieri
VI, p. 211.
6 Capitolo I.
già visto che nella bottega di F. Babuso si facevano non solo
le carte da giuoco, ma anche i vota. Siamo ben lontani
dall' attribuire soverchia importanza a queste notizie, abbastanza
vaghe, soprattutto perchè si riferiscono ad un periodo di tempo
molto posteriore all' introduzione della stampa in Napoli, ma
neppure crediamo che esse debbano andare del tutto trascurate.
E certo ad ogni modo che a Napoli e nel regno, non
molti anni dopo 1' introduzione della stampa, si faceva com-
mercio d' immagini stampate. Ad un libraio francese di nome
Ponziano (Poncianus Francigena) furono più volte concessi
dal 1481 al 1485 dei lasciapassare (litterae passus) con la fa-
coltà di vendere nel Regno „libros impressos seu de stampa
sine tabulis et cartas impressas figuratas." '* Ci si vorrà con-
cedere facilmente che questo commercio d' immagini stampate
non dovette cominciare proprio in quell' anno 1481, e che
Ponziano non sarà stato il primo o il solo ad esercitarlo. E,
pure ammettendo che le immagini potessero essere di origine
alemanna o francese, noi crediamo più verisimile che fossero
fabbricate in Napoli, allo stesso modo che in Napoli erano
generalmente stampate le opere che i librai girovaghi, come
Ponziano, andavano vendendo per le provincie.
III. E probabile adunque che a Napoli, come in altre parti
d' Italia, si stampassero immagini silografiche anche prima
dell' introduzione della tipografia, ma nessun indizio abbiamo
di stampa silografìca o tabellare applicata specialmente alla
produzione del libro, ne prima dell' introduzione della stampa
a tipi mobili, nò dopo. Un racconto riferito da uno scrittore
secentista farebbe supporre il contrario, se ad esso potesse
aggiustarsi qualche fede, ma è facile accorgersi che si tratta
di una leggenda.
Narra Vincenzo Maria Cimarelli nella sua Storia dello
Stato di Urbino che un Gio. Camillo da Corinalto, il quale si
l) R. Arch. di St.-ito , Privi le};i.i Summari.ae, voi. 33, e. 37b. Crediamo
che questo Ponziano sia la stessa persona che quel Ponziano Sarrebi, librarius
neapolis, che si trova nominato in un atto notarile del I489 (Protocollo di
Notar Buongiorno Vinciguerra, anno 1489, e. 45 b).
Notizie preliminari. 7
era trovato in Magonza e poi in Argentina quando il Guten-
berg faceva gli esperimenti che lo condussero all' invenzione
della stampa, essendo stato dall' inventore sufficientemente
istruito, nel 1442 passò a Napoli, dove impiantò la sua stam-
peria neir edificio dell' Annunciata. Fece dei discepoli e im-
presse molti libri (?), tra i quali una grammatica in quarto col
suo nome, che il Cimarelli diceva di possedere. ISIolto onorato
in vita dal Re Alfonso d' Aragona, venuto a morte sarebbe
stato sepolto con gran pompa in una chiesa presso il Mercato,
nella quale gli sarebbe stato posto un epitafio.'^
i) Giova riportare integralmente il passo del Cimarelli: „Giovanni Camillo da
Corinalto si trovò in Magonza l'anno 1442, quando Giovanni Cute (sic) ritrovò le stampe
et insieme con lui diede principio all' esperimento di esse in Argentina; et essendo
egli dall' Inventore sufficientemente instrutto 1' istesso anno passò a Napoli, ove
per dare il saggio di si mirabil opera, piantò nell' Annonciata il Torchio, et havendo
in un foglio di carta impressa una lettera sotto forma di memoriale, volle che si
vedesse in publico. Dal popolo considerato 1' artificio e 1' utile, fu 1' Autore come
celeste huomo riverito et ammirato. Essercitandosi dunque nel detto esperimento
allevò discepoli, e molti Libri impresse, dei quali alcuni si vedono hoggi; singolar-
mente una Grammatica di grandezza mediocre, impressa in quarto, che in Napoli
alle mie mani pervenuta fra gli altri miei curiosi Libri si salva; ove non leggendosi
altro nome che del detto Giovanni da Corinalto Impressore, stimasi che il medesimo
di essa il compositore ne fosse. Questo non solo mentre egli visse fu dal Re di
Napoli Alfonso di Aragona oltra modo honorato: ma insieme dopo la sua morte
fé con gran pompa sepelire il suo corpo in una Chiesa, presso il Mercato ed in
marmi caratteri (sic) dei suoi elogij scolpire. Quanto di questo segnalato soggetto
qui si scrive notato vedesi dentro gli Annali di D. Felice Gravina, che in mano
di Gio. Cola Mandini si conservano, et appresso di me autentica sta la copia, per
mano di Gioseppe Caglia, notaro pubblico di Napoli, estratta, procuratami da
Gio. Antonio Piscugli, huomo di questa nostra età famoso in lettere. Et per che
nei secoli a dietro pochi usavano il cognome, di questo in Corinalto la Genealogia
non trovasi: Onde una Casa in quella Patria dai meriti del medesimo illustrata,
degli honori dovuti defraudata resta. Si che forsi per questo medesimo rispetto,
lasciate in bianco furono le sue lodi dalla penna di Polidoro Virgilio e di altri
degni scrittori, che pur non meno celebrar le dovevano, che fecero quelle di Corrado
Tedesco, il quale alcuni anni dopo quest' arte portò in Roma e di Nicolò Gensone,
che sotto il Principato di Agostino Barbarigo introdussela in Venetia." — Istorie
dello stato d' Urbino dai Senoni detta Umbria Senonia delle Città e luochi
che in essa al presente si trovano e di Corinalto .... Brescia, per gli
heredi di Bart. Fontana (per gli Sabba stampatori Episcopali), 1643, in 4°, a pag. 139
(libro 3"). Cfr. Fumagalli, Lexicon p. 98 — 99.
8 Capitolo I.
Quale libro recante il nome dell' impressore Gio. Camillo
da Corinalto abbia veduto il Cimarelli è diffìcile dire, ma è
certo che il nome del notaro napoletano Giuseppe Caglia, che
avrebbe fatto la copia del manoscritto da cui il Cimarelli dice
di aver tratto il racconto, non si conosce, e che nell' Archivio
Notarile di Napoli non si conserva alcuna scheda o protocollo
di questo notaro, né il suo nome si trova altrimenti notato.
IV. Come a Subiaco, a Roma, a Venezia, a Parigi e come
in quasi tutti gli altri paesi, anche a Napoli la tipografia venne
introdotta da un tedesco: Sisto Riessinger di Argentina. Il
nome del benemerito uomo sembra però che in Napoli fosse
presto caduto nell' oblio o quasi, e che rimanesse presso che
ignorato per lungo tempo. Un cronista quasi contemporaneo.
Giuliano Passaro, tacque affatto il memorabile avvenimento,'^
e uno dei più diligenti nostri istoriografi, il Summonte, scrisse
che la stampa era stata introdotta in Napoli nel 1473 da
Arnaldo da Bruxelles, pur aggiungendo che, secondo altri,
l'aveva introdotta nel 1471 Sisto Riessinger.^^
Furono soprattutto scrittori non napoletani quelli che
conservarono e tramandarono il ricordo esatto della data della
introduzione della stampa in Napoli e il nome dell' introduttore.
Il Wimpheling che scriveva nel 1502, mentre il Riessinger
era ancora in vita, fu, se non andiamo errati, il primo ad
assegnare a lui, suo concittadino, il merito di avere fin dal
147 1 introdotta in Napoli la stampa: „Nec solum," scrisse il
Wimpheling, „nostri in hac arte Argentinae floruerunt, sed
eandem etiam alibi tractantes et decus et emolumentum sunt
1) Secondo il Summonle (v. la nota seguente) il Passaro avrebbe attribuito
ad Arnaldo da Bruxelles il merito dell' introduzione della stampa in Napoli nel-
r anno 1473, ma questa notizia non si trova né nell'edizione del 1785, né in
alcuno dei manoscritti che abbiamo potuto consultare.
2) „Nel medesimo tempo [1473] s' introdusse in Napoli 1' Arte di stampar
libri condotta da Arnoldo di Bruscella fiamengo (come nota il Passaro), il quale
ottenne dal Re alcune franchitie etc." E dopo: „Altri dicono che quest'arte fu
portata in Napoli da Sixto Rissinger d' Argentina nell' anno 1471, come lo nota
Tomaso Bozio ecc." Dell' Hisloria della città e regno di Napoli, III, p. 488 (ediz.
del 1675).
Notizie preliminari. g
consecuti. Ita Sixtus Riessinger Argentinus Neapoli an.
M.CCCC.LXXL libri quomodo imprimi possint, primus mon-
stravit . . ." ') Tommaso Bozio lo ripeteva a distanza di quasi
un secolo,^) e quasi contemporaneamente al Summonte un altro
erudito alemanno, il Mallincrot, riconfermava al Riessinger il
merito di aver introdotto in Napoli la tipografia.^)
Ma a Napoli il nome del Riessinger continuò a non essere
abbastanza noto. Verso la fine del secolo XVIII lo stesso
Lorenzo Giustiniani, 1' autore del Saggio sulla tipografia napo-
letana, in un suo lavoro precedente (1788) si mostrava esitante
fra Arnaldo e Sisto j-^' e fino ai giorni nostri è stato ripetuto
in qualche pregevole libro che la stampa fu introdotta a Napoli
nel 1473 da Arnaldo da Bruxelles.
Se non che non si potrebbe ora mettere in dubbio che
Sisto Riessinger sia stato 1' introduttore della stampa in Napoli,
e che nel 1471, se non nel 1470, abbia in Napoli pubblicato i
primi saggi dell' arte sua, laddove di Arnaldo da Bruxelles
non si conoscono edizioni anteriori all' anno 1472. Vedremo
nel capitolo IV come a favore di Arnaldo non si possa ad-
durre alcun valido argomento, ed intanto tenteremo di tracciare
un cenno biografico del Riessinger.
1) Epitoma Germanicarum rerum, cap. LXV, in: Schardius redivivus, sive
rerum Germanicarum scriptores varii etc. (Giessae 1673, voi. 1°, p. 197).
2) „Inde Sixtus Runsiger Argeminensis anno M.CCCC.LXXI illud [inventum]
Neapolim detulit". De Signis Ecclesiae Dei, tom. II, p. 1076 n. XCV (Colon.
Agrippinae, 1592—93)-
3) „Neapolim typorum artificium primus detulit Sixtus Rissinger Argentinus
anno 1471." De ortu et progressu artis typographicae, p. 84 (Colon. Agrippinae, 1640).
4) Memorie degli scrittori legali, voi. Ili, p. 219.
Capitolo II.
Sisto Riessinger.
Sommario: I. La patria. — II. La ricerche dello Steiff. — III. Sulz
o Argentina? — IV. Data probabile della nascita. — V. Il
Riessinger sacerdote e gli ecclesiastici tipografi. — VI. Quando
abbia cominciato a stampare. — VII. Sua probabile dimora a
Roma prima del 1470. — VIII. Il Riessinger e Ferdinando
d' .\ragona. — IX. La società con Francesco del Tuppo:
1473 — 1478. — X. Il Riessinger a Roma. Ritorno a Strass-
burg. — XI. Il Riessinger tipografo. — XII. Il Riessinger
incisore e silografo.
I. Poco sappiamo delle vicende della vita di Sisto Ries-
singer, e poco possiamo aggiungere, dopo quasi un secolo e dopo
le molte indagini fatte in questo lungo periodo di tempo intorno
alle origini ed ai primordi! dell' arte tipografica, a quello che
di lui scrisse il Giustiniani, cui si deve il primo tentativo di
una biografia del nostro prototipografo. Né questa scarsezza
di notizie deve meravigliare, che in generale poco sappiamo
della storia della tipografia nei suoi primordii in Italia, e forse
non riusciremo mai a saperne molto, come recentemente altri
ha osservato.''
Fino a non molti anni fa non era stato mosso alcun
dubbio sulla patria di Sisto Riessinger, che tutti sapevano
essere stata Argentina. A parte le testimonianze concordi
degli scrittori che lo affermano esplicitamente, ciò si desume
anche da documenti contemporanei, i quali derivano dallo
stesso Riessinger. Da alcune delle poche soscrizioni da lui
apposte alle sue stampe, la maggior parte delle quali o non
l) Fumagalli, Lexicon lypographicum Italiae, p. XVI.
Sisto Riessinger. 1 1
ha alcuna nota tipografica o reca in fine il solo suo nome, si
rileva che egli stesso volle indicare Argentina come sua patria.
Così nella soscrizione della Grammatica del Perotti (Bibl. 36)
è detto che fu stampata „per A^enerabilem dominum Sixtum
Riessinger Argentinensem," e nell' altra delle Repetitiones di
Giovanni da Imola (Bibl. 44) che furono impresse „per hono-
rabilem dominum Sixtum de Argentina".'^ Altrove preferì di
dirsi „Alamanus" senz' altro ."^^
II. Se non che poco più di venti anni or sono il Dr. K. SteifiF,
ora Bibliotecario della Biblioteca Reale di Stuttgart, notò che
nella matricola della Università di Friburgo si trova iscritto,
sotto la data del 1° aprile 1461, un „Sixtus rissinger de Sulcz"
della diocesi di Costanza; e parendogli poco verisimile che
due Riessinger, entrambi con lo stesso prenome Sisto, che
raramente s' incontra, fossero vissuti contemporaneamente,
volle identificare il tipografo nostro col Riessinger iscritto
nella matricola. Il vero luogo natio del Riessinger sarebbe
quindi, secondo lo SteifiF, non Stras.sburg, ma Sulz, nella dio-
cesi di Costanza. Ma nell' antica diocesi di Costanza si novera-
vano tre terre di questo nome: a quale di queste, dunque,
spetterebbe 1' onore di aver dato i natali a Sisto? Allo Steifif
pare assai probabile che un tale onore spetti a Sulz sul Neckar,
piccola città del Wurtemberg che ora conta circa 2000 abitanti,
sia perchè delle tre località omonime questa era senza dubbio
molto più importante delle altre due, sia perchè era la più
vicina a Friburgo, sia infine perchè le comunicazioni fra Sulz
a. N. e Friburgo erano più facili che fra Sulz e Basilea, laddove
per andare dalle altre due Sulz a Friburgo s' incontrava sulla
via la città di Basilea, nella cui Università sarebbe stato quindi
più conveniente d' iscriversi per chi fosse nativo di uno di
i) Il Braun (Allgemeine deutsche Biographie, voi. 28, p. 589) scrisse che
il Riessinger si chiamò talora clericus Moguntinus, talora clericus
Argentinensis, ma, per quanto ci è noto, nelle sue soscrizioni non si trova
mai alcun accenno a Magonza.
2) Nella soscrizione della Lectura super feudis di Andrea da Iseruia
(1476) e in altre.
12 Capitolo II.
quei due paesi. Argentina, per conseguenza, sarebbe stata la
patria di adozione del Riessinger: il luogo dove era stato per
un certo tempo sacerdote e da cui si era partito quando volle
recarsi in Italia.'^
Ili, Queste conclusioni non furono però raccolte dal Braun
che, senza né anche accennarvi, aiferma che il Riessinger fu
nativo di Strassburg, e cita un Programma dello Schòpflin,
conservato nella Biblioteca Universitaria di Strassburg, dove
ciò si dimostrerebbe.^^ Se non che lo Schòpflin in questo suo
scritto non fa che nominare Sisto Riessinger fra i tipografi di
Strassburg, senza insistervi più che tanto.3> Laonde, finché
non si possa addurre qualche valido argomento che attesti il
contrario, converrà ammettere che il Riessinger, quantunque
egli stesso si dica di Argentina, abbia avuto i natali in Sulz.
Il caso non sarebbe del resto né nuovo, né strano. Ve-
dremo più innanzi, per non andar lontani dal nostro argomento,
che un altro tipografo, Nicola Jacopo de Luciferis, quantunque
fosse nativo di S. Severo come risulta in modo evidente da
scritture del tempo, era generalmente detto napoletano.
IV. Suir anno di nascita di Sisto non abbiamo alcuna
notizia. Ammettendo però che il Riessinger iscritto nella matri-
cola di Friburgo sia il nostro Sisto, e noi non crediamo che se
ne possa dubitare, non si andrebbe forse molto lungi dal vero
attribuendo al Riessinger, quando era scolare in Friburgo,
cioè nel 1461, una trentina di anni, come fa appunto lo Steiff.
La sua nascita cadrebbe per conseguenza verso il 1430, ed
egli sarebbe venuto in Napoli sui quarant' anni.
V. Pochissimi dati sicuri abbiamo intorno alle vicende
della sua vita. Sappiamo che fu prete, come non pochi altri
tipografi tedeschi ed anche italiani, e che in Argentina era bene-
1) Steiff, Beitràgc zur àltesten Buchdruckergeschichte (Zcntraiblalt fiir
Bibliothekswesen III [i886], p. 260).
2) Braun, 1. e.
3) Dobbiamo alla cortesia del Dr. Barach, Direttore della Universitats- und
Landesbibliothek di Strassburg, la comunicasionc del contenuto di questo Pro-
gramma, che fa parte della Collezione Heitz (n. 2270) conservata in quella Biblioteca
Sisto Riessinger. I^
ficiato.'^ Allo stesso modo che nel medio evo la cultura fu
ordinariamente patrimonio degli ecclesiastici e la professione
di scrittore di codici fu quasi propria dei monaci e dei chierici,
così, quando alla scrittura venne a sostituirsi la stampa, molti
ecclesiastici, specialmente in Germania dove le tradizioni e gli
usi medievali si conservarono più lungamente, si dedicarono
con amore all' arte tipografica. Soprattutto a Strassburg, nota
il già citato Braun, fu cosi vivo 1' entusiasmo per la nuova
invenzione, che non solo giovani appartenenti a famiglie co-
spicue, ma anche ecclesiastici e altre persone che possedevano
una certa coltura letteraria, non isdegnarono di darsi all' eser-
cizio dell' arte della stampa. Senza parlare dei „fratres vitae
communis", i quali avendo per loro principale istituto 1' edu-
cazione pubblica e la diffusione dell' istruzione specialmente
religiosa, ed avendo sempre a questo fine esercitato il com-
mercio dei libri che essi medesimi scrivevano, non appena
r invenzione della stampa offrì loro il mezzo più efficace per
raggiungere 1' intento, seppero in breve tempo rendersi padroni
della nuova arte, e ben presto nelle loro case dei Paesi Bassi
e della Germania stabilirono officine tipografiche; dei Bene-
dettini di S. Udalrico ed Afra di Augsburg, degli Agostiniani
di Norimberga, dei Certosini di Parma ^- e delle monache di
Ripoli, osserveremo che molti preti secolari si occuparono
dell' esercizio della tipografia non solo in Germania, ma anche
in Italia. Ricorderemo i noti tipografi Giovanni Numeister,
„clericum Moguntinum", Adamo Rot, „clericum Metensis dioe-
ceseos", Elia de LoufFen, „canonicum ecclesiae Beronensis" e, fra
gì' italiani. Clemente Padovano, G. B. Farfengo, Boneto Loca-
tello, Gio. Leonardo Longo e 1' Aquilano Onofrio Coccetta. E
anche a Napoli troviamo nel 1484, come vedremo più innanzi,
un Simone di Freiberg della diocesi di Meissen „clericum
missinensis dioeceseos" che litiga, per certi libri, con Francesco
del Tuppo, e che certamente fu uno di quei „Germani fide-
lissimi" che lavoravano nella sua tipografia.
i) V. la soscrizione del Repertorium di Bartolo (1477).
2) Affò, I. Saggio di memorie su la tipografia Parmense, p. XXVIII — XXIX.
14 Capitolo IT.
VI. Le prime edizióni datate di S. Riessinger sono del 147 1.
Ma dei molti libri da lui impressi ben pochi, un quarto appena,
recano la data: la massima parte, e particolarmente quelli che
per la freschezza dei tipi e per altri indizii devono considerarsi
come le prime sue produzioni, non hanno data, né altre note
tipografiche ad eccezione della sola sottoscrizione, ossia del
suo nome, che occorre molto spesso infine ai suoi volumi. Si
deve quindi credere col Giustiniani che egli dovette giungere
in Napoli qualche anno prima del 147 1, e che nel 1470 ebbero
a veder la luce alcune delle sue edizioni, quelle cioè che per
la freschezza dei caratteri e per certe imperfezioni nella ese-
cuzione tipografica devono ritenersi come i suoi primi lavori.
Nel 1470 fu certamente stampata la Bulla Jubilaei (Bibl. i),
che ha la data del 19 aprile 1470, e nello stesso anno, con
grande probabilità, dovettero pubblicarsi l'Aurelio Vittore
(Bibl. 3) e qualche altra edizione impressa con lo stesso carat-
tere (tipo i), o con quello che nel 147 1 fu adoperato per il
Bartolo e per il Floriano (tipo 2) e che in altre stampe
appare anche più fresco, come nella Plutopenia di P. J. de
Jennaro (Bibl. io), da noi appunto per queste considerazioni
riferita all' anno 1470. E dove si tenga conto del tempo ne-
cessario per r impianto di un' officina tipografica, potrà, con
molta probabilità di cogliere nel vero, la sua venuta in Napoli
farsi risalire anche al 1469.') Non altrimenti opinò il De
Licteriis, movendo da analoghe considerazioni.^^
VII. Se non che giova qui fare un' osservazione. Il
Riessinger venne dalla Germania direttamente a Napoli ovvero,
1) L' Abbate Melchiorre di Stamham, volendo stabilire una tipografia in
Augsburg nella Badia di S. Udalrico prese con sé un abile artefice di nome
Jaurloch, ma non impiegò meno di un anno a preparare tutti gli strumenti
necessarii, fra i quali dieci torchi, e cominciò a stampare solo nel 1473, spendendo
per queir impianto 702 fiorini. (Lambinet, Origine de l'Imprimerie. Paris 18 io,
voi. I, p. 308—309).
2) ,,Unde si consideremus non brevi temporis spatio fuissc opus ad totius
apparatus impressori] constructionem, indeque ad integri voluminis forma maiore
impressionem (il Bartolo del 1471), procul dubio ante annum 1470 lypographia a
Sixto Neapoliin fuit advecta" (III, p. 79).
Sisto Riessinger. I5
come già sospettò il Giustiniani,'^ si fermò per qualche tempo
in altre città d' Italia per esercitarvi la tipografia prima di
risolversi a introdurla in Napoli?
Noi non abbiamo elementi sufficienti per rispondere a
questa domanda in modo sicuro, ma dobbiamo far notare che
non manca qualche indizio per ritenere come molto probabile
r ipotesi che il Riessinger si sia fermato per qualche tempo
a Roma prima di recarsi a Napoli.
Il Dibdin^^ credette ed affermò che il Riessinger fosse
stato discepolo di Ulrico Han, sopra i cui caratteri avrebbe
modellato i proprii, senza però addurre altra prova che la
somiglianza, certamente grande, dei caratteri Riessingeriani
con quelli di Ulrico Han. E veramente essa è tale da rendere
verisimile questa congettara del bibliografo inglese, che fu
pur tanto fecondo di congetture, non sempre verisimili e
fondate.
Inoltre sembra oramai accertato che la tanto discussa
edizione delle Epistole di S. Girolamo ordinata da Teodoro
Lelio e sottoscritta JA. RU. (Hain, *855o) fu stampata in
Roma prima dell' anno 1470, e forse prima del dicembre 1468,
data di un' altra edizione di S. Girolamo (Hain, 8551), giacché
un esemplare dell' edizione Leliana fu donato al Vescovo
Giovanni Hynderback nell' anno 1470 ed era, si noti bene,
già miniato e legato.^) Ora a noi pare non meno certo che i
i) Saggio, p. 26.
2) Bibliotheca Spenceriana VII, p. 20.
3) Ci sia permesso di riassumere quello che a questo proposito scrisse magistral-
mente, parecchi anni fa, Leopoldo Delisle. Nella Biblioteca del castello di Chantilly-
si conserva un esemplare del S. Girolamo il quale reca in principio la seguente
nota ms.: „Hanc primam et secundam partem epistolarum beati Hyeronimi (sic) ab
impressoribus litterarum Rome, opera et impensa reverendi patris domini Gasparis
de Theramo, praepositi et canonici ecclesie nostre, qui nobis, post promocionem
nostram ad episcopatum, in praepositura ecclesie nostre per provisionem domini
Pauli pape successit, elaboratas, sic ligatas et miniatas, nobis liberaliter dono
dedit, anno Domini 1470, prò fulcienda bibliotheca nostra, quam ex variis libris,
huius artis impressone magisterio et facilitate multiplicatis, aggregavimus, nec non
in memoriam prefati domini Theodori eius consobrini sive patriote, conservandas
quamvis et alia quedam volumina epistolarum beati Jeronimi antea habueramus,
l6 Capitolo IT.
caratteri di quest' edizione, attribuita ora generalmente a Ulrico
Han, siano proprio quelli di S. Riessinger del tipo più antico
(tipo I del Proctor). Una tale opinione fu già sostenuta
dall' Audififredi '^ contro il P. Laire,^) ma non è stata interamente
accolta dal Proctor ,3^ perchè secondo lui vi sarebbero tra i
caratteri del S. Girolamo e quelli usati dal Riessinger, d' al-
tronde similissimi com' egli stesso ammette, alcune lievi
differenze.
Ma, con buona pace dell' insigne e compianto bibliografo
inglese, noi crediamo che queste piccole differenze non esistano,
e che i caratteri del S. Girolamo siano né più né meno che
quelli adoperati dal Riessinger nel Sesto Rufo e in altre delle
sue più antiche edizioni/-
sed non eo ordine distinctas atque combinatas, prout in istìs duobus voluminibus
continentur." Questa nota è di Giovanni Hynderback Vescovo di Trento, essendo
della stessa mano di un' altia, che si legge nello stesso volume, sottoscrìtta „Johannes
Hynderback Tridentinus". Questi fu uomo di lettere e nel suo castello di Trento
raccolse molti libri, „quos illum diligenter evolvisse declarant notae quas ad
illorum margines adspersit", com' è detto nell' Italia sacra. Il S. Girolamo è
un avanzo di questa biblioteca. Ora dalla nota che si è riprodotta si raccoglie
che r esemplare del S. Girolamo fu donato, nel 1470, a Giovanni Hynderback da
Gaspare da Teramo, il quale aveva contribuito con 1' opera e col suo danaro alla
pubblicazione dell' edizione preparata dal suo cugino Teodoro Lelio: e che
r edizione fu fatta in Roma. (V. Journal des Savants, 1897, P- ^"7 ^ segg.)
E noi aggiungiamo che in un esemplare posseduto alcuni anni or sono da J. Rosenthal
(Calai, n. XL, p. 385, n. 2393) si legge: „Hic liber meus est quem Rome emi
anno domini 147I. P. de Villeta."
1) Confrontati i caratteri del S. Girolamo con quelli del S. Rufo di
S. Riessinger 1' AudifTredi affermò „vel eosdem esse, vel certe ab eadem manu
fabrìcatos fuisse (pag. 13).
2) Specimen, pag. 130.
3) V. n. 6747, in nota.
4) Il Proctor, pur ammettendo che i caratteri del S. Girolamo siano
presso che indistinguibili da quelli di S. Riessinger (tipo l) crede che non
siano proprio gli stessi, e nota parecchie jMccole differenze, le quali sarebbero:
I** Nel S. G. è usato il segno &, mentre il R. usa il segno z; 2" vi si trova il
doppio tratto d'unione, mentre il R. non lo usa; 3° 1' h è stretta, mentre l'h del
R. è di forma piìi larga- 4* 1' N è rovesciata, mentre 1' N del R. è di forma
regolare; 5** le solite 20 linee di stampa danno e. 79 — 80 mm., mentre 20 linee
del carattere Riessingeriano ne danno 78. Ma, conlronlati attentamente i caratteri
Sisto Riessinger. 17
Si noti ancora che, mentre si hanno parecchie edizioni
impresse coi caratteri del S. Girolamo le quali recano il nome
di S. Riessinger, nessuna edizione impressa con quei caratteri
finora si conosce la quale rechi il nome di U. Han, e che tutte
le edizioni Riessingeriane stampate coi caratteri del S. Giro-
lamo (tipo i) mancano dell' indicazione del luogo di stampa.
Alieni dalle congetture ci asterremo dal farne in questo
caso, e ci contenteremo di constatare:
1° che nessuna prova sicura noi abbiamo che le edizioni
di S. Riessinger del tipo più antico (tipo i) siano state tutte
eseguite in Napoli;
2° che una testimonianza contemporanea attesta invece
in modo abbastanza chiaro che una di queste edizioni, 1' Epi-
stole di S. Girolamo, fu fatta in Roma prima del 1470.
Ciò posto crediamo non si possa escludere che il Ries-
singer, prima di stabilirsi in Napoli, sia stato per qualche
tempo in Roma e che vi abbia esercitato la tipografia o per
conto proprio, o in compagnia di U. Han, come potrebbe far
supporre la sottoscrizione lA. RU. messa in relazione con
r altra I. R. che si trova in un' edizione di U. Han, ossia nelle
famose Meditazioni del Torquemada.'^
del S. Girolamo con quelli del Sesto Rufo di S. Riessinger, una delle
edizioni a cui egli appose il suo nome, noi abbiamo constatato: 1° È vero che il
R. usa il segno z, ma usò anche 1' &, e della stessa forma caratteristica che si vede
nel S. G.; 2° il doppio tratto d' unione è usato più volte anche nel Sesto Rufo
(v. a. e. 5 a e altrove); 3° 1' h è di forma più larga generalmente, ma è anche usata
l'altra forma: cfr. haberet nella penultima e. e hùtoria nell'ultima; 4" l'N ro-
vesciata è frequentissima nel Sesto Rufo; 5° 20 linee danno 79 mm. come nel
S. G. Non vi è che il solo segno z che non ci sia riuscito di trovare nel
S. Girolamo, ma ninno, crediamo, vorrà dedurre che i caratteri siano diversi da
questo solo fatto, se anche fosse indubbiamente constatato.
i) Notiamo che in un' altra edizione Riessingeriana (Porphyrius, bibl. 48)
s' incontrano in fine le iniziali I. R. M. S. N. Qual nome si nasconda poi sotto le
sigle lA. RQ. non è possibile dire. Ci contenteremo di accennare le tre ipotesi
messe innanzi dall' Audiffredi, dal Delislc e dal Proctor. Il primo inclinava a
credere che la seconda sigla indicasse il cognome Ruessinger, forma adoperata
dallo stesso R. in qualche soscrizione (p. es. nella Lectura di Domenico da
S. Gimignano), e, appoggiandosi alla conformità dei caratteri, concludeva: „Typo-
Fava e Bresciano, La stampa in Napoli. I. 2
l8 Capitolo n.
Non vogliamo da ultimo tralasciare un' altra osservazione
che forse potrebbe connettersi in qualche modo con quello
che abbiamo già detto. E notevolissima, come fu già rilevato,
la singolare conformità dei caratteri di S. Riessinger con quelli
usati in due stamperie romane contemporanee. Il carattere
rotondo più grande e più antico (tipo 2) è similissimo, se non
identico, a quello delle edizioni romane eseguite „in domo
Raphaelis de Vulterris" o „apud S. Eustachium" e, cosa anche
più degna di nota, identico è pure il grande carattere gotico
Riessingeriano (tipo 3), adoperato sempre col precedente per le
parole iniziali, col carattere gotico che si vede adoperato, anche
per le parole iniziali, nelle predette edizioni romane. Questa
rassomiglianza dei due caratteri è tale da rendere assai diffi-
cile il decidere se siano napoletane o romane certe edizioni
sfornite di note tipografiche, quando non soccorrano altri in-
dizii. Inoltre il carattere rotondo adoperato dal Riessinger
dal 1475 in poi e in seguito da F. del Tuppo (tipo 4) è con-
forme a quello delle edizioni romane „apud S. Marcum", salva
qualche piccola diversità nel corpo che è un poco più piccolo
e in qualche lettera o abbreviatura. Non ci è dato presente-
mente di spiegare questo fatto, ma a noi pare che, ove si
ammettesse che il Riessinger prima di venire a Napoli abbia
per qualche tempo lavorato in Roma, come noi incliniamo
a credere, la spiegazione sarebbe più facile.
Checché si voglia pensare di queste nostre osservazioni
crediamo che due fatti non si possano mettere in dubbio: che
r edizione Leliana del S.Girolamo è stampata, non coi carat-
teri di U. Han, ma con quelli di S. Riessinger, e che secondo
una testimonianza contemporanea quest' edizione fu fatta in
Roma.
graphus vel est S. Riessinper, vcl certe alìquis qui Riessingeriano characteie hsus
est, frater pula ipsius Sixti, vel aliquis eiusdem nepos" (pag. I4). Il Dt-lislc si
riferi a qualche socio di Ulrico Han, e suppose che il sodo potesse essere Jacques
Le Rouge (Jacobus Rubeus), il quale avrebbe l'alto in Roma il suo tirocinio
prima di stabilire a Venezia la sua tipografia (Articolo citato, nel Journal des
Savants, 1897, '° fine). Il Proctor opinò che si dovesse escludere questa ipotesi del
Dclisle e che quelle sigle dovessero riferirsi ad un correttore (N» 6747, in nota).
Sisto Riessinger. 19
Vili. A Napoli il Riessinger trovò buona accoglienza nella
Corte e nella cittadinanza. Della protezione, che Ferdinando
d' Aragona dovette accordare all' introduttore di una così utile
arte, benché non si abbiano documenti, non è lecito dubitare:'^
è noto quanto Ferdinando amasse le arti e le utili industrie,
e come fosse largo d' incoraggiamenti, di favori e di privilegi
agli artisti ed ai mercatanti, che in gran numero capitavano
nel regno, non esclusi gli ebrei. Il Wimpheling assicura che
Sisto fu carissimo a Ferdinando e alla nobiltà napoletana, ''^ e
con ogni probabilità dovette saperlo dalla bocca dello stesso
Riessinger suo concittadino e contemporaneo. Se veramente
da Ferdinando fossero stati offerti al Riessinger vescovadi e
cospicui beneficii ecclesiastici {„episcopatus et amplissimae digni-
tates"), come scrisse lo stesso Wimpheling 3) e dopo di lui il
Mallincrot,^^ e come ripetono altri, non possiamo dire con
sicurezza per mancanza di documenti. Il nostro Giustiniani si
credette in dovere, non sappiamo perchè, di mettere in dubbio,
se non 1' offerta del vescovado che ammette essere credibile,
il rifiuto che di esso avrebbe fatto il Riessinger, pel desiderio
di tornare alla sua Argentina. Ma non vediamo in verità
alcuna ragione di dubitare di queste notizie, le quali derivano
con tutta probabilità dallo stesso Riessinger. E bene ricordare
che Ferdinando soleva concedere beneficii ecclesiastici, secondo
r uso del tempo, in ricompensa di meriti letteraria Perchè
1) Niente giustifica 1' affermazione del Giustiniani, che il Riessinger „già
famoso tipografo" fosse chiamato „subito in Napoli con ottimo appuntamento" dal
re Ferdinando (Memorie storico -critiche della R. Biblioteca Borbonica, Napoli
1818, pag. 35). Tra i libri della Biblioteca Aragonese che ora si conservano
nella Nazionale di Parigi e' è un' edizione Riessinger iana (Bibl. 18) splendida-
mente miniata con 1' arme di S. Riessinger (V. la descrizione). Probabilmente è
r esemplare da lui offerto in omaggio al Re, com' era forse anche 1' esemplare
del Lapo un tempo posseduto dal Panzer.
2) V. il passo del W. citato nel capo I, in nota.
3) Ivi.
4) Op. cit. p. 84. Sappiamo che la sua amicizia era apprezzata, anche da
uomini insigni. Pier Luigi Riccio diceva di lui: „ . . . . cuius ego consuetudine, ob
ingenium manusque induslrias, plurimum delector." V. la dedica della Lectura
di A. d' Isernia (1476).
a*
20 Capitolo II.
non avTebbe potuto concederne all' introduttore della stampa?
E non è forse cosa naturale ed ovvia che un uomo molto in-
nanzi negli anni, dopo di aver molto lavorato, desideri di
tornarsene in patria per trascorrervi tranquillamente gli ultimi
anni della vita? Il Riessinger, sacerdote e lavoratore modesto,
ben potè dunque preferire ad un vescovado in paese straniero,
ufficio a cui dopo aver esercitato per tanti anni la tipografia si
sentiva forse impari e disadatto, la sua professione prediletta
e poi il riposo in patria.
IX. Si è detto che S. Riessinger ebbe fin dal 147 1 nella
sua tipografia come correttore Francesco del Tuppo,'* ma per
quanto ci è noto ciò non risulta da alcuna testimonianza con-
temporanea. Anzi nelle prime edizioni di S. R. sono nominati
come correttori Pietro Oliverio e Paride del Pozzo. Il nome di
Francesco del Tuppo comparisce per la prima volta insieme
con quello di Sisto al principio del 1474, nella soscrizione dei
Reportata di Antonio d'Alessandro (Bibl. 29), che ha la data
del 2 1 febbraio, e continua a trovarsi accanto al nome del Ries-
singer nelle edizioni degli anni seguenti fino al 1478 (8 marzo).
E poiché dai documenti veduti dal Minieri Riccio'' risulta che
il Del Tuppo ebbe fin dal 1473 una tipografia (che il Minieri
Riccio dice propria), e dal 1474 fino al 1478 il suo nome si
trova costantemente associato a quello di S. Riessinger nelle
soscrizioni, mentre non si conosce alcuna edizione di quegli
anni col solo nome di F. del Tuppo, siamo indotti a credere,
contrariamente a ciò che ne pensarono il Minieri Riccio e
altri, che il Riessinger dovette, secondo 1* uso dei tipografi di
quel tempo, unirsi in società con Francesco del Tuppo nel-
r anno 1473 e rimanere in società con lui fino al 1478. Che
il Del Tuppo fosse già socio del Riessinger nel febbraio 1474,
oltreché correttore, e che la loro fosse anche una socie tas
pecuniae è attestato chiaramente dalla citata soscrizione dei
1) Persico, G., nella Rivista delle Biblintcche. IX, 2. Lo aveva anche
afTcrmato il De LoUis nel suo breve studio sul!' Esopo di V. del Tuppo.
2) luHa Reale, anno I (l88l), n. io (sez. 2).
Sisto Riessinger. 21
Reportata di A. d' Alessandro. In essa è detto che il Del
Tuppo corresse 1' edizione „fideliter" e „summis vigiliis et labo-
ribus", che egli e il suo fedele socio (una cum fido sodali
Sixto) impresero a stampare 1' opera a loro spese (propriis
sumptibus) e che la stampa fu terminata il 21 febbraio. Ma
dal titolo si rileva che 1' impressione del grosso in folio fu
incominciata nel 1473, e senza dubbio essa dovette richiedere
molto tempo: è chiaro quindi che la società ebbe principio
neir anno 1473.
La tipografia sarà stata di F. del Tuppo, come credette il
Minieri Riccio, in quanto che egli, oltre ad avervi una parte
importante con lo scegliere i testi da pubblicare, col prepararli
per la stampa e con la sua opera di correttore, dovette fornire
una parte del capitale necessario, come si è visto che fece per
la stampa dei Reportata, mentre il Riessinger poneva soprat-
tutto r opera sua di esperto tipografo.'^ Infatti, se il Del Tuppo
avesse avuto fin dal 1473 una tipografia propria, dopo di
essersi cioè separato dal Riessinger, come si è creduto da al-
cuni, non si spiegherebbe perchè dal 1474 al 1478 (8 marzo)
non si conoscano edizioni col solo nome di F. del Tuppo,
mentre invece in tutte le edizioni pubblicate negli anni pre-
detti si trova sempre accanto al suo nome quello di Sisto
Riessinger. Noi quindi crediamo che questi si unì in società
con F. del Tuppo nel 1473 e che fino al marzo 1478 tennero
entrambi una comune tipografia, la quale, come vedremo in
seguito, era posta nel vicolo di S. Chiara, detto di Cimbro.
La società non ebbe lunga durata, e dovette sciogliersi
nei primi mesi dell' anno 1478. L' ultimo libro in cui il nome
del Riessinger si trovi associato con quello di F. del Tuppo è
il Filocolo del Boccaccio finito di stampare agli 8 marzo 1478
(Bibl. 46). Dopo la pubblicazione del Filocolo, e non molto
dopo giacché il 31 agosto si pubblicava l'Alberto Magno
col solo nome di Francesco del Tuppo (Bibl. 49), i due socii
si dovettero separare, o almeno il Riessinger dovette cedere
l) Anche il prof. E. Pèrcopo dubita che nel 1473 ^^ ^^^ Tuppo avesse
avuto una propria tipografia. (Archivio storico Napolitano, XV, p. 533 e segg.)
22 Capitolo n.
al Del Tuppo i suoi caratteri (tipi 4 e 5), che furono poi
adoperati da costui fino al 1482. In conseguenza di ciò ab-
biamo tolto dalle serie delle edizioni Riessingeriane e assegnate
a F. del Tuppo tutte le opere impresse coi caratteri usati da
Sisto le quali hanno una data posteriore agli 8 marzo 1478,
o possono ragionevolmente credersi venute alla luce dopo
quella data.
X. Nel 1478 adunque, dopo la stampa del Filocolo, il
Riessinger lasciò a F. del Tuppo i suoi caratteri e, forse, si
separò da lui. Non sappiamo se rimanesse ancora in Napoli
per qualche tempo o se partisse subito. E certo che qualche
anno dopo il Riessinger trovavasi a Roma, dove insieme con
Giorgio Herolt'^ pubblicò alcune opere, e che vi rimase
almeno dal 1481 al 1483, come appare dalle date di due
di esse.'^
Neppure sappiamo con precisione quando sia tornato a
Strassburg. Secondo il Braun^^ vi dovette far ritorno nel
i486. Ad ogni modo sembra che dopo il suo ritomo si sia
dato tutto all' esercizio del suo sacro ministero. Lo Schmidt
assicura che egli divenne successivamente Cappellano a
1) Il Braun a questo proposito osserva: .,Wer der zweitgenannte Georgius
gewesen ist, dariiber herrscht vòUipe Unkenntnis; man miifste denn auf Georfj
Laur rathen, der ebenfalls ein deutscher Geistlicher war und damais in Rom
druckte." — Ma che il socio di Sisto (Georgius Alemannus) fosse Giorgio
Herolt si rileva dal confronto dei caratteri (cfr. Proctor, op. cit.).
2) Chiromantia, stampata Rome, per Sixtum et Georgium ale-
mannos, die tertio Decembris 1481 (H. 4973), e Decisione! Rotae
Romanae impresse, senza indicazione di luogo e di tipografo, nel 1483, tertio
idus Decembris (H. *6o49). Neil' una e nell' altra si vede 1' insegna di
S. Riessinger, della seconda forma (Kristeller 115).
3) Il Braun tra gli altri meriti del R. nota che: „Auch die Herstcllung
italienischer Biicher nahm heide Typographen seit 1478 in Anspruch, in wclchem
Jahre sic z. B. des Joh. Boccaccio „Inconencia" (il Filocolo di G. Boccaccio)
druckten." Ma di libri italiani il Riessinger ne aveva pubblicati parecchi prima
del 1478: il Masuccio, la PlutopeDÌa, il Dialogo di Angelo Caracciolo, le
Eroidi ecc. Non parliamo del Dante e del Rinaldo, che noi crediamo non
anteriori al 1478, come diremo piii innanzi.
Sisto Riessinger. 23
Ungersheim presso Colmar e Vicario di S. Tommaso di
Strassburg.''
Era ancora vivente quando scriveva il Wimpheling
r Epitome rerum Germanicarum, cioè nei primi anni del
secolo XVI.^^ Ignoriamo 1' anno della sua morte.
XI. Il Riessinger fu variamente giudicato come tipografo.
Qualcuno osservò che le oue edizioni sono più rare che belle:
altri, come 1' AudifFredi, le giudicarono bellissime e magnifiche.
Il Giustiniani nota che spesso, specialmente nelle più antiche,
vi si osserv*a difetto di registro al torchio, ma ne loda i carat-
teri che dice „niente spregevoli", e fa rilevare che il Riessinger
sarebbe stato il primo in tutta Italia a usare le interlinee, per
rendere più eleganti le stampe, e a tentare la doppia tiratura
in rosso e in nero, nel principio delle Costituzioni del Regno
di Sicilia da lui impresse nel 1475. Che avesse però tentato
per la prima volta in Napoli la doppia tiratura in rosso e nero
nelle Costituzioni del 1475 non è esatto, perchè l'aveva già
usata un anno prima Arnaldo da Bruxelles nelle Pandette di
M. Silvatico (1474). Xon è men vero tuttavia che il primo
tentativo si deve al Riessinger: infatti in qualche esemplare
del suo Floriano, stampato nel 1471 (Bibl. 14), si vede un lungo
Incipit impresso in rosso, mentre in altri esemplari lo spazio
corrispondente è rimasto bianco.
Ebbe ad usare diversi tipi di caratteri rotondi e gotici
che, se non sono belli, non sono però inferiori ai caratteri
adoperati dalla maggior parte dei tipografi contemporanei.
Sono da noi indicati e descritti in fine di questo cenno bio-
grafico. Il Riessinger fu non solo un valente tipografo, ma
quasi certamente anche fonditore di caratteri. In una soscri-
i) „Riefsinger ward Kaplan zu Ungersheim bei Colmar und Vikar von
S. Thomae zu Strafsburg" (Schmidt, C, Zur Geschichte der àltesten Bibliotheken
und der ersten Buchdruckerei zu Strafsburg, 1882, p. 76 in nota).
2) „ . . . estque hodie vita superstes, vir ob dignitatem sacerdotalem et
senium reverendus" scrisse il Wimpheling. V. il brano già riferito nel cap. I.
La Epitome fu scritta nel 1502.
24 Capitolo II.
zione, come notò il Giustiniani, è detto in karacterum arte
ingeniosus, ed è noto il distico
Quas cemis mira Sixtus theotonicus arte
Parthenope impressit composuitque notas.
Non intendiamo di attribuire soverchio valore a queste frasi
che ben potrebbero alludere soltanto alla sua qualità di tipo-
grafo, ma crediamo che egli fosse anche fonditore, perchè i
più antichi tipografi furono generalmente anche fonditori di
caratteri, com' era naturale che avvenisse nei primordii dell' arte.
XII. Molto probabilmente il Riessinger fu anche silografo.
Alcune delle sue edizioni di Napoli sono ornate di figure silo-
grafiche: le Eroidi (Bibl. 47) ne hanno venti, quarantuna il
Filocolo (Bibl. 46), una il Dialogo di Angelo Caracciolo
(Bibl. 24), qualcuna, molto minuscola, il Tractatus de socie-
tate pecuniae di Pietro Ubaldi (Bibl. 27). E delle quattro
o cinque edizioni che, per quanto ci è noto, furono da
lui pubblicate a Roma, tre sono ornate d' illustrazioni silo-
grafiche, vale a dire la Chiromantia, gli Opuscula di Filippo
Barbieri (che il Giustiniani chiama il Libro delle Sibille e
crede sia un' edizione napoletana) e il Liber de fluminibus di
Bartolo, anch' esso creduto finora di origine napoletana. Ci oc-
cuperemo più particolarmente delle illustrazioni di questi libri,
quando tratteremo della silografia. Qui osserveremo solo che
il Riessinger non avrebbe forse trovato in Napoli artisti che
avessero potuto eseguire tali lavori,'^ e che d'altra parte
questi non sembrano di fattura italiana e pertanto dcvonsi
riferire o a lui o a qualcuno degli artefici che egli condusse
con sé dalla Germania. Qualche parola tedesca che s' in-
contra nelle figure del Liber de fluminibus prova in ogni
modo con evidenza 1' origine tedesca di quelle figure. Che
esse siano poi da considerarsi come opera di Sisto anzi che
di altri crediamo poterlo desumere da questo fatto. Ab-
biamo già accennato all' edizione degli Opuscula di Filippo
l) Si vegga il cap. I.
Sisto Riessinger. 25
Barbieri pubblicata da S. Riessinger, non in Napoli come fu
creduto dal Giustiniani e da altri, ma a Roma in società con
Giorgio Herolt (H., 2453), ornata di 13 figure e recante in fine
l'insegna di S. R. nella sua seconda forma (Kristeller, n° 115).
Nella prima di queste figure, che rappresenta la Sibilla Persica
(e, 5b), si vedono in alto due piccoli scudi: a destra di chi
guarda, quello di S. Riessinger (simile in tutto allo scudo che
si vede nella predetta sua insegna, ma più piccolo), a sinistra
quello della città di Strassburg (Kristeller, 1. e), che il Giusti-
niani credette fosse 1' arme di qualche nobile famiglia napole-
tana.'^ Il nostro De Licteriis notò per il primo, se non andiamo
errati, il significato di quei due scudi, e sospettò che autore
delle incisioni fosse il Riessinger: "^^ ipotesi che a noi sembra
la più naturale.
Ricorderemo infine che le professioni di tipografo e d' in-
cisore erano di solito congiunte insieme, com' è provato da
molti esempii notissimi, e che per tali considerazioni appunto
le famose figure delle Meditazioni del Torquemada furono dal
Lippmann^' attribuite al tipografo Udalrico Gallo; né vogliamo
tralasciar di osservare che lo stesso autorevole critico stimò
che a Sisto Riessinger non dovette essere sconosciuta 1' arte
dell' incisione.
Caratteri adoperati da S. Riessinger.
Tipo 1°. Rotondo, piccolo, che altri dissero semigotico,
molto simile al carattere piccolo di Ulrico Han. Fu usato per
le più antiche edizioni (Aurelio Vittore, Sesto Rufo ecc.),
e forse non oltre il 147 1. 20 11. = 78 mm (Haebler 80). Qu/.
(V. tav.I.)
1) p- 53-
2) „Quis novit num Riessinger ipse figuras inciderit? Quid enim significant
insignia eadem quae in parte superiori Sybillae Persicae videntur? Mos enini hic
erat apud antiquos Pictores et Sculptores ad opera cuiusque indlcanda" (III, 119).
3) Op, cit. p. 6.
26 Capitolo II.
Tipo 2°. Rotondo di media grandezza, piuttosto irrego-
lare, molto simile, se non identico, al carattere delle edizioni
romane „apud S. Eustachium" o „in domo Antonii et Raphaelis
de Vulterris." Fu usato dal 1470 al 1476. 20 11. = 94 — 95 mm
(Haebler 97—98). Qu/. (V. tav. II.)
Tipo 3°. Gotico grande, adoperato solo per le parole
iniziali e quasi sempre col carattere precedente. (1. io =
e. 90 mm.) (V. tav. II, a.)
Tipo 4°. Rotondo, abbastanza nitido, presso che eguale al
carattere delle edizioni romane „apud S. Marcum", con qualche
diversità nell' us e nell' cf. Non si trova prima del 1475. Dopo
la separazione del Riessinger dal Del Tuppo rimase a costui,
e fu da lui adoperato dal 1478 al 1482. 20 11. = 92—93 mm
(Haebler 94—96). Qu, raramente Q n. (V. tav. IV e V.)
Tipo 5". Gotico medio simile anch' esso al gotico delle
predette edizioni romane „apud S. Marcum". 20 11. = 104 mm
(Haebler 107). (V. tav. V.)
Come il tipo 4°, non si trova prima del 1475, e fu usato
dopo il marzo 1478 da F. del Tuppo. '^
Insegna.
Soltanto negli ultimi anni, se non nell' ultimo anno, della
sua dimora in Napoli il Riessinger adoperò un' insegna tipo-
grafica e fu, se non andiamo errati, il primo tipografo che in
Italia r adoperasse. Per quanto ci è noto questa insegna non
si trova che in due sole edizioni, il Filocolo del 1478 (Bibl. 46)
e le Eroi di senza data, ma con tutta probabilità di quello
stesso anno (Bibl. 47).
i) Reca il nome di S. Riessinger una ristampa in caratteri gotici (mm. 82,
85) della Lectura super feudis di Andrea d' Isernia (H. *l6249), ma, come ci
avverte l' illustre prof. Haebler, essa fu eseguita in Milano coi tipi 4 e 6 da Ud.
Scinrcnzeller che riprodusse, senza scrupolo alcuno, la soscriiionc dell'edizione
Riessiageriana (Bibl. 38).
Sisto Riessinger. 2"]
Rappresenta una figura muliebre, volta a sinistra, che
sostiene uno scudo, probabilmente 1' arme di famiglia del Ries-
singer. Nello scudo, in campo nero, si vede una lista o assi-
cina di legno di una forma che somiglia ad un I, trapassata
da una freccia. In alto è un nastro svolazzante con le iniziali
S. R. D. A. = Sixtus Riessinger de Argentina. E riprodotta
dal Kristeller (Die italienischen Buchdrucker und Verleger-
zeichen bis zu 1525, Strassburg, Heitz, 1893) al n°. 114 e dal
Fumagalli (Lexicon typographicum Italiae, p. 251, fig. 99).
Cfr. pure Haebler, Typenrepertorium, li, p. 61 e Giustiniani,
p.45. (V. tav.IV.)
Una simile insegna, riprodotta all' inverso e perciò con
la figura muliebre rivolta a destra, si vede in talune edizioni
Riessingeriane impresse in Roma durante la società con Giorgio
Herolt e malamente da alcuni credute napoletane. E ripro-
dotta, oltreché dal Kristeller (n°. 115), dall' Audiffredi (Catalogus
historico-criticus Romanarum editionum saec. XV, fig. 4, p- 476)
e dal Dibdin (Bibliotheca Spenceriana, III, p. 179). Cfr. pure
Haebler, Typenrepertorium, II, p. 99 e Giustiniani, p. 55.
Capitolo III.
Francesco del Tuppo.
Soruniario: I. F. del Tuppo nolla storia della tipografia napoletana:
suoi biografi. — li. Data probabile della nascita. — III. La
gioventù e gli studi: il Del Tuppo paggio di re F"erdinando. —
IV. La società con S. Riessinger. — V. La tipografia di F. del
Tuppo. Cristiano Preller suo socio. Il suo compositore e gli
altri Germani fidelissirai. — VI. II del Tuppo libraio-
editore. — VII. Dov' era la tipografia di F. del Tuppo. —
VIII. Il Del Tuppo studioso: sua coltura. L'opera sua di cor-
rettore. Sua inclinazione per la letteratura volgare. — IX. La
sua edizione di Dante e la lite col Fiero Judio. — X. Altre
questioni avute dal Del Tuppo. La contesa col chierico Simone
di Freiberg. — XI. Ultimi anni.
I. Una delle più notevoli figure del quattrocento napole-
tana, anzi la più notevole per chi studia la storia dell'antica
tipografia napoletana, è Francesco del Tuppo. Egli fu il con-
tinuatore dell' opera di Sisto Riessinger dopo di essere stato
il suo compagno e valido collaboratore. La tipografia che fu
prima del Riessinger, poi dei socii Riessinger e Del Tuppo,
rimase da ultimo al solo Del Tuppo che coi caratteri Ries-
singeriani e con gli stessi antichi artefici tedeschi, i Germani
fid dissimi, continuò senza interruzione a stampare per mol-
tissimi anni fino, come a noi pare, alla fine del secolo e pro-
babilmente fino ai primi anni del secolo XVI. Alla notizia
della vita e alla serie delle edizioni di Sisto Rie.«;.singer crediamo
pertanto di far seguire, immediatamente, le notizie biografiche
e la serie delle edizioni di Francesco del Tuppo che ne sono
la continuazione e il complemento, derogando in questo caso
all' ordine cronologico che ci avrebbe condotti a separare,
frapponendovene altri, due capitoli strettamente connessi.
Francesco del Tuppo. 29
Di Francesco del Tuppo si occuparono in questi ultimi
tempi il De Lollis,'' il Percopo^^ e il Persico: 3> il primo lo
considerò più particolarmente come letterato, il secondo si
fermò a preferenza sui punti controversi della biografia di lui
e il terzo rilevò specialmente il merito di aver procurato, come
da molti si crede, la prima edizione napoletana di Dante.
Il breve studio del De Lollis non contiene, quanto alla
biografia, nulla di notevole, se ne togli alcune congetture molto
discutibili intorno al periodo della maggiore attività di Fran-
cesco del Tuppo che il De Lollis pone verso il 1457. Le con-
clusioni a cui egli arriva sono che alla fine del XV secolo il
D. T, era già molto innanzi negli anni e che quanto all' anno
in cui nacque e a quello in cui morì sarebbe leggerezza affac-
ciare qualunque ipotesi. Il Persico sorvolò sulla parte bio-
grafica che non entrava nel suo compito.
Dobbiamo al Minieri Riccio*) molte e importanti notizie
biografiche sul nostro Francesco ed al Percopo un diligente
studio e tre documenti che stabiliscono con sicurezza alcune
date importanti della vita di lui. Le nostre ricerche in
fine ci hanno fruttato alcune notizie relative specialmente
alla gioventù di F. del Tuppo e parecchie relative ai suoi
congiunti. 5>
i) L' Esopo di Francesco del Tuppo. — Firenze, alla Libreria Dante,
1886, p. 81.
2) Nuovi documenti sugli scrittori e gli artisti dei tempi Aragonesi (Archivio
storico per le provincie napoletane, XVIII (1893), P- 533 — 535)-
3) La prima edizione napoletana della Divina Commedia (Rivista delle
biblioteche, IX, p. 5).
4) Italia Reale, anno II, n" IO (6 marzo 18S1), sez. 2. L' articolo è ripro-
dotto nelle Biografie degli Accademici Alfonsini detti poi Fontaniani
dal 1442 al 1543 (Napoli, 1882), a p. 35 — 39.
5) Giacomo suo padre era ancora vivente l'ii nov. 1459 (Capitoli mairi
moniali rogati da Giacomo Ferrillo, e. 131). Antonio, che forse fu un suo fratello
si trova per la prima volta nominato in un istrumenio del 22 maggio 1469, nel
quale giorno intervenne come testimone nel contratto di matrimonio fra Ant
Maramaldo e Ursina Guindazzo (Protoc. di G. Ferrillo, 1469 — 70, c.liya), e poi
in molti alti del 1473, 75, 77, 78, 80, 85, 87, 88, 90, 94 e 1500 (Protoc. di Fr
Russo, 1473 — 75, passitn, 1476 — 78, e. I28b, 1583, I59b, 7 (seconda numerazione)
20a, 156; 1478 — 79, 0.553; 1479— So, e. Il4b; 1484 — 85, e. 226a, 358; Protoc
30 Capitolo in.
Noi cercheremo di raccogliere e di coordinare insieme
tutte queste notizie per tentare con la scorta di esse uno
schizzo biografico alquanto più largo.
IL Si è creduto che Francesco del Tuppo nascesse verso
il 1430. Così opinò il De Lollis e dello stesso parere mostrò
di essere il Percopo. Ma, come ora vedremo, Francesco ci fa
sapere di essere stato dal re Alfonso il Magnanimo affidato
alle cure di un precettore in età di anni dieci; e dai nostri
documenti risulta infatti che nel 1452 e nel 1456 egli studiava
a spese della Corte, di cui è chiaramente indicato come paggio
(1455): perciò noi incliniamo a crederlo nato parecchi anni
dopo il 1430, probabilmente verso il 1440.
Furono suoi genitori Giacomo e Ilaria de Felice, secondo
che trovò il Minieri Riccio.'' Ma in un documento dell'anno
1485 da noi riportato in fine di questo lavoro ''' la madre è
detta Ilaria de Scarfellitis. Ebbe un fratello di nome Gaspare
che fu mastrodatti della Gran Corte della Vicaria ^^ e una
di M. di Fiore, 1486—87, e. 6a, 56b, 92a, 1403; Protoc. di C. Malfiiano, 1488—89,
e. Sia e 1490, e. 145; Protoc. di M. di Fiore, I488 — 89, e 133, 138, I4lb, 1423,
150; 1488, passim; Protoc. di C. Mal filano, 1499 — 1500, e. 41 e di F. Santoro,
I491 — 1500, passim. Era ancora vivente ai 27 selt. 1504 (Prot. di L.Castaldo,
1502. 1504, e. 102 b). — Berlingicro de Tuppo che forse fu un aliro fratello o un
figlio di Francesco si trova pure nominato trequenlcnientc nelle scritture notarili.
Comparisce ancora, come testimone, in due atti del 9 maggio 1517 e dell' 8 gcnn.
1518 (Protoc. di Giov. V. de Electa, 1516 — 17, e. 282b e 1517 — 18, e. 192). —
Anche Antonio fu mastrodatti della Gran Corte della Vicaria (Protoc. di Buon-
giorno Vinciguerra, 1498, e. 207). Qualche volta è chiamato noiaro, come in un
atto del 23 apr. 1504 (Protoc. di L.Castaldo, 1502 — 1504, e. 2la).
1) V. l'articolo biografico citato.
2) V. tra i documenti la Cessio prò egregio Francisco de Tuppo
(XVIII).
3) Sappiamo che in tale qualità fu nel 1469 mandato dalla Corte in Calabria
per fare un processo tra il Fisco e Antonello Ruffo, per il quale incarico gli
furono assegnati 24 ducati di retribuzione (R. Archivio di Stato: Comune Sommaria,
Voi. II (1469 — 70), e. I27b). Comparisce poi come testimone in molti atti notarili
degli anni 1480, 87, 89, 91, 94 e 95 (Protoc. di Fr. Russo, 1479 — 80, e. 943 e
I22b; 148Ó— 87, e. 28oa e 3383; I488 — 89, e. 159 e 227; Protoc. di C. Malfiiano,
1490—91, e. 2523; Proloc. di F. Russo, 1494, e. 25b e 1495, e. l64b). Nel 1495
Francesco del Tuppo. 31
figlia che si chiamò, come 1' ava, Ilaria e che si maritò con
Pietro di Arnaldo di Bruges, familiare e musico di Federico
d' Aragona/)
III. Nella dedica premessa alla Repetio de iure-
iurando di Giovanni da Imola (Bibl. 44) il Del Tuppo ci ha
lasciate alcune notizie dei primi anni della sua vita, pienamente
confermate dai nostri documenti. Egli narra che, contando
appena dieci anni di età, fu dal re Alfonso, che ne aveva già
notato l'ingegno, affidato alle cure di Ferdinando Valentino
professore di teologia, perchè studiasse logica e filosofia, e
ammesso nella biblioteca reale,-) e che Alfonso lo trattava
come figlio e gli faceva grandi promesse, incitandolo sempre
a studiare. „Stude, Francisce, stude, dicebat: nam locum (sic)
tibi paratum per me eruditum hominem petit." E rimpiange
le ricche vesti di seta e i libri di cui usava, maledicendo alla
morte che troppo presto gli aveva tolto il suo grande pro-
tettore. Narra inoltre di essere stato inviato con due altri
compagni (Antonio di IMaio e Jacobello Pisano?) al Papa
Callisto III (1455 — 1458) e di essere stato rimandato dal Papa
ad Alfonso con doni e onori; e che il re Alfonso, nel ricevere
un legato apostolico gli presentò il giovinetto del Tuppo con
altri quattro compagni (cum quatuor sociis sue biblio-
thecae) con parole molto affettuose per lui e per gli altri. E
soggiunge che prima di morire Alfonso lo raccomandò al
figlio Ferdinando.
gli venne confermata la concessione fatta dalla Regina Giovanna II a Giacomo
suo padre di 26 once l'anno (Esecutoriale, voi. io, e. 227a — 22S).
i) V. l'articolo biografico del Minieri Riccio, già citato. Pietro di Bruges
o Pietro Francese (chiamato anche Pietro Brusia da taluno) era maestro dei
cantori della cappella reale sotto Alfonso I, e fu detto, non sappiamo perchè,
fratello di Arnaldo da Bruxelles dal Mazzatinti (Biblioteca dei re d' Aragona,
p. LXXIII). Un Giovanni di Bruges era copista della biblioteca reale [ibidem).
2) II G. (p. 43) fraintese questo passo e credette che il Valentino avesse
accolto Francesco nella biblioteca propria, ma è chiaro che si deve intendere la
biblioteca reale. — Pochi versi latini di Ferdinando Valentino si leggono nel
codice IV. F. 19 della B. Nazionale di Napoli, verso la fine, non indicati dal
Jannelli, né, per quanto ci è noto, da altri.
32 Capitolo in.
Da tutto ciò si desume abbastanza chiaramente, a noi
sembra, che il Del Tuppo fu assunto al servizio del re Alfonso
negli ultimi anni della vita di costui (1453?); cosicché alla
morte del re egli non aveva ancora conseguito quell' ufficio
che questi gli aveva destinato, probabilmente nella biblioteca,
perchè ancora troppo giovane. Risulta ad ogni modo dai
documenti nostri che nel 1456 il D. T. studiava ancora, né di lui
abbiamo trovato notizia nelle Cedole Aragonesi prima del 1453.
Il De Lollis congetturò che Francesco, già adulto ai
tempi di Alfonso I fosse stato testimone oculare delle feste
celebrate per la venuta dell' Imperatore Federico III (1452).
La congettura è fondata sopra un luogo del Summonte (to. Ili,
lib. 5, cap. I), che, dopo aver citato a conferma della propria
opinione circa le accoglienze fatte da Alfonso all' imperatore
un passo dell'Esopo, chiama il D. T. un Dottore di legge
di quei tempi. Ed osserva, tra le altre cose, che il Tafuri
pone il D. T. fiorito verso il 145 i e che ciò, secondo il metodo
del Tafuri, vuol dire che egli fosse maturo in quel tempo.
Ma è certo che negli anni 1453, 1455 e 1456 Francesco era
ancora studente. Nel 1453 lo troviamo fra gli scolari de la
casa del signor Re, li quali imparano da Mastro
Melchyor(?) ed ai quali dalla Corte si dà graziosamente,
secondo il costume, della stoffa per cappe et robe,'* e
nel 1455 lo troviamo ancora nominato fra gli scolari, a
proposito di due altre largizioni fattegli ai 1 2 di luglio '^ e
agli II di ottobre.^' In questo mese lo troviamo fra i paggi
del re insieme con Antonio de Maio e Jacopo Pisano.'»'
i) „Die Vili [ottobre] A li subscripti V scolari de la casa <le lo S. Re li
quali imparano da Mastro Melchyor graciosament per singulc capp? et robe . . .
Francisco de Tuppo canna I palmi IIII Horen/.a morata" (Ccd. Tes. voi. 22, e. I40b).
(24 aprile) „A. francisco de lo tuppu scolaro in gramaiica pct mancamento di la
forr.-ilura de la cappa et roba li fo data a di Vili di ottobro prossimo passato . . .
bianco palmi I borello . . . palmi II" (Ced. v. cit. e. 165 b).
2) (12 luglio 1455) n* francisco del tupo estudiant graciosament III d."
(Ced. Tes. voi. 28, e. Il4b).
3) Ibidem y e. 23ib e voi. 29, ce. 229 a e 3Óib.
4) (il ottobre 1455) „Itcm doni als patges deius scrits Ics quantitais a cascu
dels designats: A Trancisco del tupo studiant III. d., A anthoni de mayo studiant
Francesco del Tuppo. 33
In queir anno si largheggiò dalla Corte verso il giovane
paggio, che doveva essere molto benvisto: altri donativi di
drappi di lana e di seta e di danaro per pagar les costures
de una roba ricevette nel luglio, nel settembre e, in varie
volte, nel mese di ottobre.'^ Nell'anno seguente 1456 con-
tinuarono le largizioni della Corte e Francesco nel giugno
dell'anno medesimo è chiamato ancora fadri studiant.^^
IV, Secondo alcuni ^^ Francesco del Tuppo sarebbe stato
fin dal 147 1 il correttore della tipografia Riessingeriana, ma
questa non è che un' ipòtesi, non sappiamo su che fiondata.
E certo al contrario che i correttori delle più antiche edizioni
di Sisto Riessinger furono Pietro Oliverio e Paride del Pozzo.
E, come già abbiamo detto nel capitolo II, il nome di F. d. T,
si trova per la prima volta associato con quello di S. R. nel
1474 (nella edizione dei Reportata di Antonio d'Alessandro)
e continua a trovarsi accanto al nome di Sisto fino al 1478
(8 marzo).
Inoltre dagli atti di un processo del 1487 tra Fr. d. T. e
un Leonardo Caracciolo, nel S. R. Consiglio, veduti dal Minieri
III. d., A Jacobello de pisano de la libreria III. d." (Ced. v. 28, c.22ib). (ottobre
1455) „Item . . . los draps de seda etc. a francisco del tupo patge del dit Sor
per dita raho (hun Jupo)" (Ced. v. 29, e. 444b).
1) (lui^lio 1455) „Item doni de manament del Sor Rey ... los draps de
lana deiuscrits ... A francisco de lo tupo studiant graciosament per roba capa e
calces" etc. (Ced. v. 29, e. 2293). (sett. 1455) „Itein doni ... los draps de seda
deiuscrits ... a francisco del tupo studiant per hun Jupo ..." (voi. 29, e. 36ib).
(ottobre) „Item ... los draps de lana ... a francisco de lo tupo graciosament per
una roba e manto e forradura" (v. 29, c.36ib). (ottobre) „Item ... A francisco
del tupo studiant per la dita raho (per pagar les costures de una roba) . . . iij. d."
(voi. 29, e. 3S2b).
2) (maggio 1456) „Item doni los draps de lana ... a francisco delo tupo
fadri studiant graciosament per una roba manto e forradura e per calces" etc.
(Ced. V. 30, e. 540b). (giugno) „Ttem ... per un Jupo ..." (C. v. 30, e. 602 a).
„Item ... a francisco delo tupo fadri studiant graciosament per pagar les costures
... de un vestir que li ha donat la Cort — iij. d." (C. v. 30, e. 58 ib). — Il nome
di F. del Tuppo s'incontra, fra i testimoni, in una quietanza del 6 sett. 1474 (Prot.
di Fr. Basso, a. pred., e. n. n.).
3) Persico, art. cit.(Riv. delle bibl., IX, 2). Lo affermò pure il De Lollis (1. e).
Fava e Bresciano, La stampa in Napoli I. 3
34 Capiu.Io iir.
Riccio,'^ si raccoglie che il D. T. ebbe fin dal 1473 una tipo-
grafia, che il Minieri Riccio dice propria. Noi crediamo
invece, come già si disse altrove, che il D. T. nel detto anno,
secondo il costume dei tipografi di allora, si unì in società
con S. R.,""^ e che questa società durò dal 1473 al 1478, nel
quale anno il Riessinger dovette separarsi da Francesco per
poi stabilirsi a Roma, lasciando all' antico socio i suoi caratteri.
Infatti, dopo 1' 8 marzo non si trova piìi il nome di Sisto nelle
edizioni stampate coi caratteri Riessingeriani, mentre vi si
trova solo quello di Fr. d. T. Insomma nel 1473 il D. T. di-
venne tipografo, entrando in società col R. E in quell'anno
dovette iniziarsi la stampa del grosso volume dei Reportata
del D' Alessandro, terminata il io febbraio del 1474. Noi non
possiamo ammettere che egli avesse avuto dal 1473 una tipo-
grafia propria separata, giacche allora non si potrebbe spiegare
perchè dal 1474 al 1478 non si conosca alcuna edizione, che
rechi il solo nome di F. d. T., laddove, invece, tutte le edizioni
pubblicate in quel periodo hanno il nome di lui sempre asso-
ciato con quello di S. R. La tipografia ben si poteva dire nel
1487 propria di F. d. T., sia perchè in quell' anno era veramente
tale, sia perchè anche per il passato poteva considerarsi come
sua, in quanto che, come già osservammo, il D. T. oltre ad
avervi una parte importante e forse direttiva, per la scelta dei
testi da pubblicare e per la sua opera di correttore, dovette
fornire, almeno in parte, il capitale necessario.
V. Dagli atti del citato processo si raccolgono altre
curiose notizie sulla tipografia Tuppiana e sugli artefici che
vi lavoravano.
Un Magister Cristianus Teotonicus, che vien detto
magister stampa e che, senza dubbio, è Cristiano Preller,
1) Esiste un riassunto ms. ili questo processo latto dallo stesso M.-K., ilei
quale ci siamo giovati in mancanza del documento originario, e che riproduciamo
integralmente in fine di questo capitolo.
2) Anche il Percopo si domandav.i se l' afTennaiione del Minieri -Riccio
non si dovesse intendere nel senso che nel 1473 '' D. T. avesse cominciato ad
avere relazioni col R., appunto perchè gli pareva dubbio che il D. T. avesse
alloia una tipografia propria.
Francesco del Tuppo. 35
era nel 1487 socio di F. d. T. Lo stesso Cristiano lo attesta,
deponendo nel processo che „si è trovato più volte nelle case
predette [di F. d. T.], perchè esso Testimonio faceva compagnia
de stampare con detto Francisco stampando opere nella detta
casa", e che „più volte ha visto detto Leonardo e Francisco
insieme dentro detta casa, dove esso Testimonio era andato
per vedere le stampe che se facevano Uà." Da ciò si rileva
pure che Cristiano non dimorava in quel tempo col D. T., né
lavorava nella tipografìa di lui, come probabilmente fece prima.
È noto infatti che il Preller nel 1487 aveva già una tipo-
grafia propria.
Il suo compositore vien chiamato Magister de Astra-
dan Teotonicus. Nel 1487 questi dichiarava di trovarsi già
da circa 14 anni col D. T. e di essere sempre stato con lui
in buoni rapporti. Dal riassunto, che il Minieri Riccio fa del
processo, ricaviamo che il nome del maestro compositore era
Martino. Era dunque, non crediamo che se ne possa dubitare,
Martino di Amsterdam ben noto agli annalisti dell' antica
tipografia per aver avuto più tardi una propria stamperia in
Napoh, prima in società con Giovanni Tresser (1498) e poi da
solo (1499), e finalmente per averne avuta una seconda in Roma
nel 1500 in compagnia di Giovanni Besicken.'^
Comparisce pure fra i testimonii di questo processo un
Magister Joannes Teotonicus impressor, che quasi certa-
mente è Giovanni Tresser di Hochstadt. Ecco, adunque, al-
cuni dei Germani fidelissimi ricordati nelle edizioni Tuppiane.
Fra questi erano pure secondo ogni probabilità, oltre a quel
Simone di Freiberg, chierico della diocesi di Meissen, di cui
ora parleremo, un Guglielmo Teotonico, un Giovanni de
Genenpach, un Giovanni Teotonico o Giovanni Alemanno (se
questi è diverso dal precedente e dal Tresser), un Riccardo
Teotonico e forse anche un Gualtiero e un Alberto d' Ale-
magna (Balthirus et Albertus de Alamanea) e unjacobo
Tedesco, pei quali, a richiesta e con malleveria di F. d.
Tuppo, vennero concesse alcune litterae passus, ossiano
i) Audiffredi, Cat. edit. rom. s. XV, p. 350 (n. 2, 3).
36 Capitolo III.
delle licenze di libero passo, ad agevolare il commercio che
essi facevano di libri stampati, probabilmente dallo stesso Del
Tuppo.'^
La tipografia Riessingeriano-Tuppiana, che fu la prima
ad essere impiantata in Napoli, ebbe fra le altre tipografie
napoletane la più lunga vita, giacché lavorò senza interruzione
per più di 30 anni e sopravvisse, pare, a tutte le altre tipo-
grafie. È vero che dopo il 1490 (15 sett.) non troviamo che
un solo libro stampato dal D. T., nel 1499, cioè il Breviario
Aversano; ma noi crediamo che dal non conoscersi alcun
libro stampato da lui dal 1491 al 149S non si possa dedurre
che egli abbia in quegli anni dismessa la tipografia: forse i
libri di quegli anni andarono perduti, forse egli attese in quel
periodo, più che ad altro, ad eseguire le commissioni della
Corte, stampando prammatiche, bandi e cose simili.
Nel 1498 era infatti stampatore regio, come appare da
due documenti pubblicati dal Percopo e che ci piace di ripor-
tare,'^ ed era tale, almeno di fatto, anche molti anni prima.
Sappiamo che a lui fu affidata la stampa del Processo dei
Baroni, per la quale gli furono pagati dalla Tesoreria reale
120 ducati, com' è notato nelle Cedole. 3) E se dobbiamo
prestar fede al Chioccarelli, che la merita, nel 1506 il D. T.
curò un'edizione (la terza) dei Ritus Magnae Curiae, che
probabilmente dovette essere eseguita nella sua tipografia.
VI. Oltre air avere uno stabilimento tipografico proprio,
che dal numero e dalla eccellente esecuzione dell' edizioni pro-
1) V. alcune „lillcrae passus" pubblicate da T. de Marinis, Livres anciens eie.
(Catalogo I), p. VI — Vili (Florence, 1904). — Giovanni e Guglielnno son delti
„faniiliares", Riccardo „famulus" di F. d. T.
2) „A. Francisco de Tuppo de Napoli ducati dece et tari uno et so per lo
prezzo de cento et due pragmatiche, quale ba facto stampare per ordine de Signor
Re et dopo lui consignate per mandare per tutto il Regno" (Sigillorum,
voi. XLV, f. l64b, con la data del 12011.1498). „Ad Francesco de Tuppo, il
quale ba facto slampare cento cinquanta prot- sle f.icle per lo .Signor Re al quon-
dam prcncipe di Salerno per ordine del Segretario ... ducati sei" (Sigillorum,
voi. XLVI, in fine. V. Percopo, art. cit.).
3) V. Filangieri, op. ciu (indice).
Francesco del Tuppo. 37
dotte, tra le quali basta ricordare l'Esopo, dobbiamo credere
di primissimo ordine, il D. T, fece anche, come diremmo ora,
il libraio-editore, esercitando un largo commercio di libri, così
in Napoli come in altre città del regno, per mezzo dei suoi
familiari che, come dicemmo testé, viaggiavano muniti di
lasciapassare e di privilegi, che egli loro procurava,'^ e facendo
stampare delle opere, a sua spesa, in altre tipografie. Ciò
risulta chiaramente dalla soscrizione del Floriano, pubblicato
nel 1475, a cura di F. d. T., pei tipi di Bertoldo Rihing.^^
VII. Dov'era la tipografia di Francesco del Tuppo? Il
Minieri Riccio lasciò scritto nelle note biografiche già citate
che il D. T. ebbe la tipografia nella propria casa la quale era
posta nel vico di S. Chiara detto di Cimbro. Ma dov' era il
vicolo di S. Chiara? Lo stesso Minieri Riccio nel suo riassunto
manoscritto del processo dianzi citato s) ci fornisce alcune
indicazioni abbastanze precise che ci possono mettere sulla
buona via. Ricaviamo da esse che la casa di F. d. T. era „sita
in detto vico [di S. Chiara detto Cimbro] iuxta li beni di
S. Chiara e li beni delli Buccaplanula nel vico delli Zuruli."
Ma si soggiunge appresso: „Questa casa si dice in altro luogo
dello stesso processo: quasdam domos ruinosas et conquassatas
sitas Neapoli in regione Sedilis Capuane in Platea seu vico
delli Zuruli iuxta bona domini Pirri Buccaplanule et fratrum
iuxta cortilium Sanct^ Clar^." Sembra, a prima giunta, che
queste due indicazioni non si accordino in tutto: infatti una
volta si dice che la casa era nel vico di S. Chiara, detto
Cimbro, e un' altra volta che era nel vico dei Zuroli. Ma
non solo non vi è alcuna contradizione tra la prima e la
seconda designazione, bensì la seconda conferma la prima.
Quello che vien chiamato prima vico di S. Chiara e poi cor-
1) Come questo pubblicato dal Pércopo e che ci piace qui riprodurre: „Pro
Francisco de Tuppo de Neapoli Die penultimo mensis maij 1480 expedita est
littera passus ad instanciam Francisci de Tuppo, super libris de stampa per totum
regnum, more solito, quibuscumque passageriis, cabellotis, doganeriis et recollectoriis
et exaptoribus vectigaliuni" (Privil. Somm. voi. LUI, f. 30r).
2) Vedi Bibl. 104.
3) V. la nota (appendice) in fine di questo cenno biografico.
38 Capito!.. III.
tilium S. Clarae non è che il fondaco di S. Chiara o de
medio corrispondente all'attuale vico del Carminello ai Man-
nesi'^ e perpendicolare al vico de' Zuroli, che si disse pure
dei Boccapianola, per le case che vi aveva qucst' antica
famiglia. ''^ La casa di F. d. T., confinando da una parte col
palazzo di Pirro Boccapianola, che era nel vico di questo
nome, e dall'altra col fondaco o cortile di S. Chiara, è da
credersi fosse posta ad angolo : ciò spiegherebbe l' apparente
contradizione, perchè in tal caso poteva ben dirsi situata
così nel vico dei Zuroli, come nel vico di S. Chiara.
Vili. Non è compito nostro di considerare il D, T. anche
come letterato. Altri lo ha già fatto ed altri, dato che ne
fosse il caso, potrebbero farlo con maggiore competenza.
Diremo solo che non pare, stando alle notizie che si hanno
della sua vita e che in parte sono date da lui stesso, che egli
facesse professione di lettere. Nelle dediche o epistole, che
accompagnano di solito i libri da lui pubblicati, e nelle soscri-
zioni amò dirsi sempre, con una certa compiacenza, studioso
di leggi (legum studens, legum studiosus, utriusquc
iuris studiosus). E che fosse versato in tali studi si deve
ammettere anche a voler solo tener conto del gran numero
di opere giuridiche di cui curò la pubblicazione, giudiziosa-
mente scelte fra le più importanti e da lui o ridotte a buona
lezione, o corredate di prefazioni, di lettere dedicatorie e forse
anche di note e di indici.?'
Le lettere furono forse per lui una piacevole divagazione. •»>
i) Capasse, La Vicaria Vecchia. (Arch. .Stor. Nap. XIV, p. 731 e segj:.).
2) Era cosi denominalo fin dal sec. XIII (12Ó0). Pirro di Boccapianola
signore di Collclorto visse appunto nella seconda metà del sec. XV. Cfr. Coro-
nelli, Bibliot. universale, voi. VI, col.319 e segg.
3) „Collatis autograpliis ac vetuslis exemplaribus ipsc eorum correclioni
praefuit et de suo annolalioncs, animadvcrsiones, praefationcs, indiccs ci lìminarcs
episiolas ndjecit" (Chioccarelli I, p. i8óì. Ma che abbia f.itto anche annotazioni
ed indici è dubbio.
4) „. . . ut penitus et omnino lustiniani obliuiscar cum uolo solacii causa
ad illa [i suoi versi] legende uacare" scriveva nella dedica della prima edizione
dei Ritus M. Curiae. (V. Bibl. 28.)
Francesco del Tuppo. 39
Ma ove si tenga conto della vita laboriosa da lui menata, tra
i doveri del suo ufficio di scriba regio/^ gli studi legali, le
cure e i fastidii del correttore e le fatiche della tipografia e
della libreria, tra le quali visse per circa trent'anni, non si
può non riconoscere che egli ebbe un ingegno originale e
versatile, che in altre condizioni avrebbe dato certamente ben
altri frutti, e una coltura larga e varia per quanto forse un
poco antiquata pei suoi tempi. Il suo Esopo, dice il De
Lollis, è un prodotto essenzialmente medievale venuto fuori
all' epoca del Rinascimento. A differenza delle umanistiche,
la raccolta di F. d. T. si riconnette alle opere ascetico -morali
del medio evo. A ciò fa riscontro l' erudizione quasi tutta
medievale di lui.-^ Checché sia di ciò è certo che l'Esopo
non solo dovette, come osserva e dimostra il De Lollis, godere
di una certa popolarità, anche fuori di Napoli, ma ebbe, segna-
tamente la Vita, una certa fortuna e una diffusione notevole
in Italia, a giudicare dal numero delle edizioni che seguirono
a brevi intervalli quella del 1485.3^
Dalla lettera di dedica premessa al Confessionale di
S.Antonino stampato nel 1478 da Giovanni Adamo Polono
si rileva che il Del Tuppo si proponeva in quel tempo di
i) Il De Lollis ne dubitò, ma a torto, perchè lo attesta lo stesso D. T.
nella soscrizione delle Constitutiones et Statuta (i475) 7 ag-) dove egli stesso
si dice predicti Regis Ferdinandi scriba, infimus servulus legumque
studens (v. Bibl. 34 e vedi pure il Giustiniani, p. 39). È provato pure da un
documento del 28 agosto 1469, in cui si ordina da Re Ferdinando di pagare
al nobile homo francisco de tuppo scrivano de le Jostre la provvisione
di once 12 all'anno concessagli con privilegio amplissimo (Collater. Cora.
V. 6 [1469 — 70], e. 70b). È forse questo quell'ufficio paterno che gli fu re-
stituito per opera di Diomede Carafa, com'egli dichiara in una dedica (nec eru-
buisti Regi sapientissimo me commissum facere ut paternum officium restitueret),
V. la dedica della Lectura di Andrea da Isernia (1479: Bibl. 5Ó).
2) Op. cit. A spiegare perchè il libro del D. T. porti in pieno rinascimento
una fisonomia medievale, il De L. ricorda le considerazioni del Burckhardt sulle
cause per le quali in Napoli il gran moto intellettuale del rinascimento giunse
più tardi: non ultima lo spagnolismo, che non avrebbe lasciato attecchire nella
Corte la vita italiana della rinascenza. Talché l'Esopo risponderebbe perfetta-
mente all' ambiente.
3) Il De Lolhs ne enumera sei, di cui una è dubbia.
40 Capitolo UT.
scrivere un libro per celebrare le gesta di Diomede Carafa,
ciò che sembra potersi anche dedurre da un' altra dedica allo
stesso Diomede;'^ ma non sappiamo se egli abbia poi attuato
questo proposito. E pare che scrivesse anche dei versi (latini?)
in lode del Duca di Calabria Alfonso. ^^
La coltura di F. d. T. e le sue tendenze verso la lettera-
tura volgare si manifestano pure nelle opere di cui egli pro-
mosse la pubblicazione, sia durante la società con S. R., sia
dopo. Il Novellino di Masuccio Salernitano, il Filo colo, le
Pistole di Ovidio in volgare, 1' Innamoramento di
Rinaldo, Dante, di cui si crede generalmente che egli pro-
curasse la prima edizione napoletana, ed altre pubblicazioni
di testi in volgare, o in materno come il D. T. amava dire,
attestano com' egli, assai più che gli altri tipografi del tempo,
facesse conto della letteratura nazionale e secondasse, non
sappiamo se anche per convenienza di commercio, ma certa-
mente per propria inclinazione, quel moto verso la letteratura
volgare, che è uno dei fatti più notevoli del rinascimento
napoletano e che spinse verso di essa molti dei migliori ingegni.
Della sua coltura e del suo amore per gli studii sarebbe
un' altra prova quella ricca biblioteca che, se dobbiamo credere
al Giustiniani, 3) da lui si possedeva, e che era „per quei tempi
una delle più compiute raccolte di mss. e dei più esatti, onde
a lui si ricorreva per qualche variante lezione."
i) V. la dedicai Oria della Lcclura super conslitulionibus regni di
A. da Iscrnia (Bibl. 56).
2) „. . . de quibus (hastiludiis) tot tanteque carte tneis carminibus scripte
sunt ut penilus et omnino Justiniani obliviscar" ctc. Così scriveva nella dedica
ad Alfonso Duca di Calabria della prima ediz. dei Ritus M. Curiae (v. Bibl. :S).
3) Mem. d. scrittori legali, voi. 3. S'ignora la fonte di questa notizia, die
il G. non indica. Ma un accenno alia biblioteca ed alle non liete condizioni
del possessore si legge nella lettera di dedica che il D. T. appose in fine alla
Lectura di Andrea d* Isernia del 1476 (Bibl. 39), nella quale attesta la sua grati-
tudine verso G. B. de Bentivoglis che gli aveva col proprio danaro riscattali i libri
che si trovavano dati in pegno. (Caiuisscmus honorc, caruissemus utilitato, caruis-
scmus liberiate , si auxiliati nns quidesu tuis fortunis et bonis ac tua pictate non
fuissemus: dum libros studii nostri, Hcet caducos, licet non summis miniis decoratos,
pignori essent, proprio argento illos conscruasti.)
Francesco del Tuppo. 4I
IX. Sarebbe merito peculiare di F, d. T., come si crede
generalmente, 1' aver procurata la prima edizione napoletana
di Dante, vincendo difficoltà e ostacoli. ^^ Ma non è provato
che l'edizione Tuppiana abbia preceduto quella del 1477: anzi,
come mostreremo quando ci accadrà di doverne stabilire la
data probabile, tutto induce a credere che essa non sia venuta
fuori prima del 1478. Qui aggiungeremo soltanto che questa
ipotesi, fondata su validi argomenti, è avvalorata da un fatto
di cui Io stesso D. T. ha voluto serbarci memoria. Nella
lettera agli Eletti della città di Napoli, da lui posta in
fine alla sua edizione di Dante, egli parla di un' aspra lite
avuta con un ebreo, un fiero Judio com' ei lo chiama, il
quale voleva ad ogni modo impedirgli di stampare Dante, ma
non vi riuscì. Ora difficilmente questo ebreo, che doveva
essere un libraio, avrebbe pensato ad impedire la stampa del
Dante, se già non vi fosse stata un' altra edizione dello stesso
libro, eseguita in Napoli, 1' esistenza della quale era certamente
una buona ragione per chiedere che se ne vietasse una
seconda. Non 1' ottenne forse perchè 1' editore o lo stampatore
della prima non aveva il privilegio reale, che ne vietasse la
ristampa.
X. La lite con l' ignoto libraio israelita non fu, però, la
sola che egli avesse. Fin dal 1474, al principio della società
col R., vi furono contrarietà ed opposizioni, che minacciarono
di ostacolare la comune impresa, alle quali si allude un po'
vagamente nella soscrizione dei Reportata del D' Alessandro
(1474: Bibl. 29), scritta certamente dal D. T., nel suo caratte-
ristico stile. In essa, a dispetto degli avversarli, egli dichiara
che S. R. „inter sua adversa floret, viret et claret. Nec per-
fidos malivolos ac versutos existimat, malora perficiet ad
gloriam eterni Dei etc."
A nemici malevoli ed invidiosi ed alle maldicenze di
costoro allude anche il D. T. nella dedicatoria della Re petitio
de iureiurando di Giovanni da Imola (1477: Bibl. 44) indiriz-
l) Persico, art. cit. (Riv. d. biblioteche, IX, 2).
42 Capitolo III.
zata a Giovan Battista Bentivoglio, a cui il D. T. fa la propria
apologia e raccomanda di non porgere orecchio per 1' avvenire
ai suoi detrattori. Del processo che sostenne con Leonardo
Caracciolo nel 1487 si ebbe già occasione di far cenno. Sembra
che il D. T. av^csse usurpato alcune case nelle quali abitava,
al vico di S. Chiara detto Cimbro, del barone Leonardo Carac-
ciolo, che era suo amico, e che in questa faccenda entrasse
pure suo fratello Gaspare. Ignoriamo 1' esito di questo
processo.
Di un' altra questione, accompagnata da atti violenti che
mostrano il carattere non molto mite del D. T., è fatta men-
zione in un curioso documento che riproduciamo integralmente
in fine.') Ebbe Francesco questa grave contesa, alcuni anni
prima (1484), con un chierico tedesco chiamato Simone di
Freiberg, probabilmente tipografo, a causa di certi libri. La
lite si svolse avanti alla bottega del libraio catalano Giovanni
Vaglies-) a piazza dell'Olmo, e il D. T. giunse, per vim et
violenciam, a strappare al povero chierico la bolla dell' ordi-
nazione (bullam sui clcricatus) e a lacerargliela.
XL Dell' ultimo periodo della vita di F. d. T. abbiamo
pochissime notizie. Nelle nostre ricerche 1' abbiamo incontrato
raramente negli atti notarili 3> e per l'ultima volta in una
contrattazione del 4 genn. 1501, nella quale intervenne come
testimone. ■♦)
Se dobbiamo prestar fede al Chioccarclli,') era ancora
vivente nell'anno 1506, nel quale anno avrebbe curato un' edi-
zione dei Ritus M. Curiae. Il De Lollis ne dubita, ma vera-
mente non ve n' è motivo. Il Percopo nota che nel 1506 il
D. T., nato verso il 1430, avrebbe avuto 76 anni circa e che
1) Vedi, Ira i documenti, il n. XIV.
2) Rinomalo libraio e legatore. V. Appendice: 1' arte della iL-j^aloria a Napoli.
3) In un atto del 27 die. 1468 (Prot. di Ben. de Bicnna, 1467 — 1471, e. 7b)
e in un altro del 29 apr. I480 (Prot. di Ben. de Bienna, 1480 — 1481, a e. n. n.
in principio).
4) Prot. di Ben. de Bienna, a. 1500 — 1501, a e. 336a.
5) I, p. iSó.
Francesco del Tuppo. 43
non gli sarebbe stato, perciò, impossibile di curare quest' altra
edizione dei Ritus. Tanto meno ne dubiteremo noi, che pre-
feriamo credere il D, T. nato alcuni anni dopo il 1430. Se
non che non ci è mai riuscito di vedere o di aver notizia di
questa edizione, indicata dal Chioccarelli.'^
Appendice.
Non ci è stato possibile, per quante ricerche ne avessimo
fatte, di vedere il processo di Leonardo Caracciolo con F. d. T.,
di cui si valse il ISIinieri-Riccio pel suo articolo biografico,
pubblicato prima in appendice all'Italia Reale, 1881 (anno I),
n. IO (6 marzo) e poi in un volumetto molto raro, insieme
con le altre biografìe dei Pontaniani.-^ Esiste però un breve
riassunto del processo, fatto di mano dello stesso iNIinieri-
Riccio, che si conserva cogli altri mss. di lui nella Biblioteca
Nazionale (XII. B. 57), e di cui ci siamo più volte giovati.
Poiché vi sono trascritte alcune importanti testimonianze, cre-
diamo utile riprodurlo qui integralmente.
„Dal processo di Leonardo Caracciolo con Francesco
Tuppo nel S. R. Consiglio in banca di Cioffo, olim di Giovanni
degli Umili ed oggi di Gaspare Rubino nell'anno 1487 segnato
i) Non teniamo conto della notizia riferita dal Giustiniani (Scritt. leg., art.
Tuppo), il quale narra che il D. T. „a richiesta di Già. Batt. Bentivoglis da Saxo-
ferrato Consigliere di Ferdinando I e nipote del celebre Bartolo, ebbe mano a far
pubblicare le opere del medesimo nel 1518 in Lione (!)." Il Giustiniani pubblicò
la sua opera giovanile sugli scrittori legali nel 1788. Vi si notano frequenti errori,
anche a proposito delle edizioni napoletane del 400, e da un luogo (III, 219) si
vede che allora egli non era neppur sicuro se la stampa fosse stata introdotta in
Napoli da S. R. o da un certo Arnaldo di Brussel fiammingo nel 1473.
Ad ogni modo 1' edizione Lionese delle opere di Bartolo indicata dal G. non siamo
riusciti a trovarla, neppure nel Catalogo della Nazionale di Parigi che è in corso
di stampa.
2) Biografie degli accademici Alfonsini detti poi Pontaniani dal 1442 al
1543 (Napoli, 1882), p. 35— 39-
44 Capitolo III.
L. 17. fol. I — 68, ricavo le seguenti notizie intorno al Tuppo
ed alla sua tipografia."
„I1 Tuppo fu figliuolo di Giacomo de Tuppo e d' Ilaria
de Felice, ebbe un fratello per nome Gaspare ed una figliuola
per nome Ilaria, che maritò con Pietro di Arnaldo di Bruges,
familiare e musico di Federico di Aragona principe di Alta-
mura."
„Textes examinati super predictis articulis, inter quos
Magister Joannes Teotonicus impressor. Magister de Astradan
(sic) Teotonicus compositor dixit che sono circa cinque anni
che stando esso Testimonio a lavorare o vero stampare nelle
case dove abita detto Francisco, che sono a fronte le case
dove abita lo Barone Leonardo Caracciolo, vedeva detto Barone
e Francesco mangiare et bevere insieme. Che esso Testi-
monio stava a lavorare e stampare libri con detto Francisco,
che sono circa anni quattordici e detto Francisco sempre 1' ha
pagato il salario promessoli, e mai l'ha frodato, e 'perciò lo
reputa de bona conscientia = Magister Cristianus Magister
stamp^. Teotonicus dixit che si è trovato più volte nelle case
predette per che esso Testimonio faceva compagnia de stam-
pare con detto Francisco, stampando opere nella detta casa,
et ha sentito parlar detto Leonardo e dire a detto Francisco
che lui si contentava che le case fossero sue. Che più volte
ha visto detto Leonardo e Francesco insieme dentro detta
Casa, dove esso Testimonio era andato per vedere le stampe
che se facevano Uà."
„Protestatio facta per jMag.»^ Leonardum Carac/.ulum de
Neapoli qui accessit in Vico S. Clar^. qui dicitur Cimbrum ad
presentiam Francisci de Tuppo de Neapoli contra quem pro-
tcstatus fuit come havendo havuto notitia che lui aveva com-
prata la casa sita in detto vico iuxta li beni di S. Chiara e li
beni delli Boccaplanula nel vico delli Zuruli vendutali da
Gaspare Tuppo senza notitia di esso protestante, dichiarando
che detta casa era devoluta a se e perciò non fabricasse in
detta casa perchè si protestava non essere tenuto alle spese
di rifactione e domandava la restitutione di detta casa. Questa
casa si dice in altro luogo dello stesso processo: quasdam
Francesco del Tuppo. 45
domos ruinosas et conquassatas sitas neapoli in regfione Sedilis
Capuane in Platea seu vico delli Zuruli iuxta bona domini
Pirri Buccaplanule et fratrum iuxta Cortilium Sanct^ Clare."
„Da questo documento rilevasi che il Tuppo stampava in
questa sua casa nel vico di S. Chiara detto Cimbro, che ebbe
la stamperia in società col tedesco Maestro Cristiano, che
ebbe compositori tedeschi nella sua tipografìa e che stampava
fin dall'anno 1473, perchè dicendo il compositore Maestro
IMartino che egli lavorava nella tipografia già da 14 anni e
facendo tal dichiarazione nell' anno 1487, è chiaro che in
Napoli già stampava nel 1473."
Caratteri usati da F. del Tuppo.
Tipo I = tipo 4 di S. Riessinger. Fu usato dal 1478 al
1482. (V. tav.IX.)
Tipo 2 = tipo 5 dello stesso (e. s.).
Tipo 2 his. Romano di media grandezza {104; 107 mm.)
e di forma non bella: Q/u (3 forme); l'i qualche volta senza
il punto; h rotonda; invece di R si trova talora K; tratti di
unione semplici. Fu adoperato nel 1480 per la Fiammetta,
e per qualche libro altro s. d. (V. tav. X.)
Tipo 3. Gotico, molto simile al gotico medio del Moravo
(tipo 5) e al gotico minore del Preller (tipo i), ed anche più
al carattere gotico di J. Hohensteyn, Ne differisce per il corpo
(20 11. = 83 mm.; Haebler 85). Fu cominciato ad usare nel
1485. (V. tav. XI.)
Tipo 4. Gotico grande, con capitali di forma curiosa. Fu
adoperato dal 1485 in poi per le rubriche, insieme col tipo 3,
per quanto abbiamo potuto notare. Il Proctor lo assegnò al
Moravo (tipo 7), tratto in inganno forse dalla grande rasso-
miglianza del tipo 3 di F. del Tuppo col tipo 5 del Moravo.
(V. tav. XI.)
46 Capitolo III.
Tipo 5. Rotondo, nitidissimo (20 11. =: 96 mm.; Haebler
98 — 99), usato dal 1485, forse per la prima volta nell'Esopo.
(V. tav. XII e XIII.)
Tipo 6. Gotico più piccolo del tipo 3 (61; Ó3 mm.). Il
D non ha il doppio tratto; M =; n. 49 di Haebler. Fu adope-
rato nel Breviario del 1499 e somiglia al tipo i A di C. Preller.
(V. tav. XI Va.)
Capìtolo IV.
Arnaldo da Bruxelles.
Sommario: 1. Il calligrafo Arnaldo da Bruxelles. — II. È la stessa
persona che il tipografo omonimo? — III. Obiezioni: Angelo
Catone. — IV. Arnaldo e l' introduzione della stampa in Napoli:
quando cominciò a stampare. — V. Diventa cittadino napole-
tano: altre notizie biografiche. — VI. Arnaldo tipografo.
I. Da documenti contemporanei risulta che nella seconda
metà del secolo XV visse a Napoli e vi esercitò lungamente
la sua professione un amanuense fiammingo di nome Arnaldo
e oriundo di Bruxelles. Un codice latino, ora conservato nella
Biblioteca Nazionale di Napoli,'- reca in fine questa sotto-
scrizione: „Absolutum feliciter per Arnaldum de lishout de
Bruxella in Vrbe Parthenope 6 ydus lulii Anno 1455." E da
una notazione delle Cedole della Tesoreria Aragonese ^^ sì
desume che circa dieci anni dopo un copista a nome „Rìnaldo
Bruxella" prestò i suoi servigi alla R. Corte, la quale nel gen-
naio 1465 gli fece pagare il compenso per alcuni lavori da lui
eseguiti, consistenti in un certo numero dì copie dì pramma-
tiche, capitoli e privilegi. Da un atto notarile rileviamo che
ai 12 ottobre 1471 Giovanni Rummo di Napoli nomina suo
procuratore „ad omnia negotia" un Rainaldo da Bruxelles
(„constìtuit procuratorem suum Raynaldum de bruxella"), che
crediamo sìa la stessa persona. 3) Un altro codice infine, pure
della Biblioteca Nazionale di Napoli, già veduto e notato dal
1) È un codice cartaceo di Nonio Marcello, non notato da C. Jannelli nel
suo Catalogo e segnato V. B. 32.
2) Voi. 42, e. iiyb.
3) V. documento Vili.
48 Capitolo IV.
Giustiniani') e, prima di lui, da Agostino Gervasio^^ contiene
due brevi scritture della stessa mano, di cui la prima ha in
fine la data „iii kalendas JNIartii 1474" e la sottoscrizione „pcr
arnaldum de stecatis de brixella" e la seconda: „die 6 aprilis
1484 per Arnoldum de steccatis de Bruxella Neapoli."
Che il copista Rinaldo Bruxella nominato nelle Cedole
sia quello stesso che trascrisse e sottoscrisse i due codici della
Biblioteca Nazionale di Napoli, crediamo che nessuno voglia
revocare in dubbio. Non occorre meravigliarsi che Arnaldo
sia diventato Rinaldo: chi ha pratica dei registri delle Cedole
sa bene che non vi sono infrequenti le storpiature dei nomi
e dei cognomi, ed avrà notato in quante forme diverse siano
dati, per esempio, i nomi dei calligrafi Antonio Sinibaldi,
Callisto Camerete e Venceslao Crispo. Del resto lo scambio
dei nomi Rinaldo, Rainaldo e i^rnaldo non è molto raro nel
quattrocento, come non ò raro, in generale, lo scambio dei
nomi di origine straniera. Ricorderemo, per non uscire dal
campo della storia della tipografia, che Ulrico Scinzenzeler si
trova più volte nominato Enrico o Rigo, e che Stanislao
Polono si trova anche nominato Ladislao (Lanzalao, Lancislao
ecc.) in alcune soscrizioni.^' E che sia uno scambio di nome
è confermato, pare, da un documento recentemente pubblicato, ^^
1) Il G. osservò che un Arnaldo da Bruxelles si trovava, come amanuense,
nominato due volte in qutsto ms., ma ne lesse male il cognome. Il ms. reca ora
la segnatura IV. D. 22bis (Jannelli, n. CXXbis), ed è un volume miscellaneo, car-
taceo, che contiene, tre le altre cose, laCosmografia di Pomponio Mela, un' „anno-
tatio urbium atque provinciarum gallicarum cum privilegiis suis" e una „Summa
de&criptio orbis terre nostre habitabilis". Queste tre scritture, le ultime del codice,
sono di una stessa mano. Le due sottoscrizioni si trovano la prima in fine alla
Cosmografia, la seconda a tergo dell'ultima carta, dove finisce la „Descriplio
orbis".
2) Notamenti di storia letteraria, ms. della Biblioteca Oratoriana,
segnato XXVI, VI, a e. 187.
3) Cfr. Haebler, Typographic Ibérique, tav. LII, LUI.
4) È un bando del l8 genn. 1473, in cui si notifica che il „nobele homo
Arnaldo de bruxella scrivano della Soa M» et del suo sacro consiglio „è nominato
Commissario per fare e rinnovare l'inventario dei beni del Monastero dei SS.
Pietro e Sebastiano. L' ha pubblicato il sìg. T. de Marinis nel suo Catalogo
II. VI, j.ag. VIII— X.
Arnaldo da Bruxelles. 49
da cui si rileva che nel 1473 era ancora ai servigi della Corte
uno scrivano chiamato Arnaldo da Bruxelles, incaricato di far
r inventario de' beni del monastero di S. Sebastiano.
Invece si domanderà ognuno: Arnaldo de Lishout fu
la stessa persona che Arnaldo de Steccatis? E se fu la
stessa persona, perchè volle attribuirsi due cognomi diversi?
Alla prima domanda non è difficile rispondere, non così
alla seconda. Lasciando stare che sarebbe alquanto strano
che fra gli scrittori o amanuensi, che allora dimoravano a
Napoli ed il cui numero sappiamo essere molto ristretto, vi
fossero due fiamminghi dello stesso nome ed entrambi della
città di Bruxelles, osserveremo sólo che i due codici sotto-
scritti da Arnaldo de Lishout e da Arnaldo de Steccatis
sono sicuramente della stessa mano. L' identità della scrittura
è evidente, non ostante il lunghissimo intervallo di tempo che
intercede tra la data del primo e le date del secondo, ed è
attestata non meno dai caratteri generali di essa, che dalla
forma tipica di alcune lettere, fra le quali è specialmente
caratteristica la maiuscola M.
Non è ugualmente facile spiegare perchè Arnaldo da
Bruxelles abbia usato nelle due soscrizioni due cognomi diversi,
o, se si vuole, due forme diverse. Va, però, osservato che
non sono rari casi affatto simili, particolarmente nelle soscrizioni
degli amanuensi e dei tipografi. E noto, per citare un esempio
ovvio, che Eucario Silber usò anche di chiamarsi Franck.
II. Ma qui sorge un' altra questione, la più importante
per noi. Il calligrafo, che si sottoscrive Arnaldo de Lishout
da Bruxelles e Arnaldo de Steccatis da Bruxelles e che,
come abbiamo veduto, è la stessa persona, è proprio il tipo-
grafo Arnaldo da Bruxelles? Non dovrebbe recare alcuna
maraviglia che Arnaldo avesse esercitato, oltre alla professione
di tipografo, anche quella di scrittore o calligrafo, perchè è
noto che molti altri tipografi e librai la esercitarono. Baste-
rebbe ricordare Pietro Schoeffer, il socio di Giovanni Guten-
berg, e Zaccaria Calliergi. Due considerazioni, però, potrebbero
indurre a credere che Arnaldo lo scrittore non sia stato il
Fava e Bresciano, La stampa in Napoli. I. ^
50 Capitolo IV.
tipografo Arnaldo, per quanto strana possa parere la con-
temporanea presenza in Napoli di due fiamminghi omonimi,
entrambi di Bruxelles: il modo di firmarsi dello scrittore, che
nei due codici si sottoscrive col nome e cognome, mentre il
tipografo non indicò mai nelle sue edizioni il cognome, e
segnatamente le date del 1473, del 1474 e del 1484 delle quali
le due prime sono contemporanee, l'altra posteriore al breve
periodo dell' attività tipografica di Arnaldo, che va per quanto
ci è noto finora dal 1472 al 1477. Nessuna maraviglia se
Arnaldo fosse stato calligrafo prima di diventar tipografo, e
anche se fosse tornato alla sua antica professione, dopo avere
smesso l'esercizio della tipografia; ma parrebbe in verisimile
che nell'anno 1473 avesse potuto fare l' inventario dei beni del
monastero di S. Sebastiano, e che nel 1474, quando la sua
officina era nella maggiore attività e produceva successiva-
mente il IDati (9 marzo), il Silvatico (i aprile), il Cicerone
(7 agosto), il Giovenale (6 settembre), l'Orazio (4 novembre),
l'Aristea, l'altro Cicerone ecc., Arnaldo avesse potuto fare
il trascrittore di codici. Si aggiunga a tutto questo che Angelo
Catone da Sepino, 1' editore delle Pandette di IMatteo Silvatico,
pubblicate coi caratteri di Arnaldo nel 1474, nella dedica al
Re Ferdinando premessa al volume, dice di averlo fatto
stampare da un tedesco da poco venuto in Napoli. '^ Ma
Arnaldo il calligrafo era in Napoli da circa vent'anni, fin dal
1455, come vedemmo: si dovrebbe, quindi, concludere col
Giustiniani che lo stampatore Arnaldo non ha che vedere col
calhgrafo omonimo.'^ Senonchè la prima e la seconda ob-
iezione, di cui non sarebbe del resto difficile dimostrare lo
scarso valore, cadono da sé dinanzi ad un documento nuovo,
1) „Cum itaque Deus dederit ut Ne.ipolim nuper advenerit Germanus quidam,
unus ex eis qui imprimendorum characterum arlificium nostrae aetali iradidenint,
institui ego id prò mea virili efficcre ut me duce aliquid afferatur ulilitalis philo-
sophis et medicis" etc. E più avanti: „Curavi id agere ut a germano cuius
mentionem habui sicut aliorum permulta ila et hoc Mathei Pandectarum opus
imprimerelur" (Silvatico, Opus Pand. Medicinac, Ncap. 1474, a e. 9).
2) V. anche le Memorie storico-critiche della R. Biblioteca Bor-
bonica dello stesso G., p. 37, 38-
Arnaldo da Bruxelles. 5^
di cui il Giustiniani non ebbe notizia e sul quale da pochi
anni fu richiamata l' attenzione. La Biblioteca Nazionale di
Parigi possiede un manoscritto '^ che, se non c'inganniamo,
elimina ogni dubbio sulla identità del calligrafo Arnaldo col
tipografo omonimo. ^^ In questo manoscritto, che contiene
diversi trattati ed è stato ampiamente illustrato dal Delisle,^)
il copista ha notato, con molta cura, le date di trascrizione
di cinque trattati. Ci limiteremo a riprodurre queste soscrizioni,
che per noi sono di grande interesse:
A e. 95: ,,22 octobris 1475, per A. de Bruxella," A e. 96,
in principio della Cosmografia di Apuleio: ,,23 mai 1492"; e a
e. 102, in fine dell'Apuleio: ,,7 kalendas iunias 1492. Neapoli."
A e. 17 ib, in fine del Tacuinum Sanitatis: ,,19 septembris
1477, imperfecto. Neapoli, per A. de Bruxella, ex exemplari
corrupto." A e. 172, in principio dell'Opus Agriculturae
di Palladio: „Die 21 decembris 1478"; e a e. 183, in fine: „Die
24 decembris 1478." A e. 226, infine, si legge questa nota
marginale: „In exemplo sic caduco non repperi plus 1476.
15 decembris, hora 15, parum post otium."
Dunque Arnaldo usò di sottoscriversi in tre maniere:
talvolta Arnaldo de Lishout da Bruxelles, talvolta Ar-
naldo de Steccatis da Bruxelles, talvolta semplicemente
Arnaldo da Bruxelles, proprio come nelle soscrizioni dei
libri a stampa, che recano questo nome.
III. Né deve far poi molta meraviglia che egli avesse
fatto dei lavori di trascrizione negli anni 1474, 1475, 1476 e
1477, nei quali la sua tipografia, in esercizio fin dal 1472, non
poteva non richiedere tutte le sue cure. La nota marginale
testé riferita mostra che Arnaldo soleva occupare nelle tra-
scrizioni i suoi ritagli di tempo („parum post otium"), e non é
1) Ms. lat. 10264. Il chiarino L. Dorez, a preghiera nostra, ha avuto la
cortesia di confrontarne la scrittura con una fotografia del codice napoletano di
Nonio ed ha trovato che la scrittura è della stessa mano.
2) V. la descrizione di L. Delisle nel Journal des Savants, 1896, p. 530.
3) L'imprimeur napolitain Arnaud de Bruxelles (Bibl. de l'Ecole des chartes,
1897 (LVIII), p. 741 e segg.).
4*
52 Capitolo IV.
detto che il proprietario di una tipografìa non possa averne.
La composizione stessa del manoscritto, nota il Delisle, sembra
escludere che questo possa essere 1' opera di un copista stipen-
diato. Pare piuttosto, soggiunge il Delisle, una raccolta fatta
per proprio uso da un amatore di trattati scientifici, e si
potrebbe supporre, prosegue 1' autorevole osservatore, che
Arnaldo, dopo aver esercitato, con molto successo, 1' arte tipo-
grafica in Napoli dal 1472 al 1477, abbia continuato a dimorare
in questa città, dedicandosi allo studio delle scienze.'^ L'ipo-
tesi del Delisle diventa tanto più accettabile e tanto più fondata
in quanto che Arnaldo, anzi che darsi a trascrivere codici ed
agli studii dopo aver esercitato la tipografia, come suppone il
Delisle, non avrebbe fatto altro che continuare, negli anni in
cui ebbe la sua stamperia, ad occuparsi un poco della sua
antica professione, dedicandovi qualche ora di libertà, e più
liberamente ancora, dopo di avere dismessa la tipografìa.
Rimane la testimonianza di Angelo Catone, il quale as-
sicura che lo stampatore delle Pandette era da poco venuto
in Napoli; e in verità questa testimonianza fa dubitare forte-
mente dell' identità dei due Arnaldi. Ma ognuno vorrà am-
mettere che essa, se deve credersi esatta, non è poi del tutto
inconciliabile coi fatti, che risultano dalle altre testimonianze
da noi addotte, le quali, a differenza della prima, non possono
essere sospettate d' inesattezza, essendo dei ricordi autografi.
Al contrario Angelo Catone, che non doveva ignorare certa-
mente come la stampa fosse stata introdotta in Napoli alcuni
anni prima da tedeschi, ossia da Sisto e dai suoi compagni,
poteva pure credere che il tipografo Arnaldo, cui si era egli
rivolto per la stampa delle Pandette, e che forse conosceva
poco, fosse venuto in Napoli con costoro. E che Angelo non
lo conoscesse molto potrebbe farlo sospettare 1' aver egli cre-
duto che Arnaldo fosse un tedesco (Germanus quidam). Dopo
tutto Angelo da Sepino potò ingannarsi, ma non occorre di-
mostrare che s* ingannò per poter mettere d' accordo la sua
l) E che abbia continuato a dimorare in Napoli, almeno fino al 1490,
risulta da altri documenti.
Arnaldo da Bruxelles. 53
affermazione con la precedente dimora di Arnaldo a Napoli,
attestata da Arnaldo medesimo. La presenza di costui a
Napoli dal 1466 al 1469 non ci risulta: non poteva essersi,
per avventura, allontanato da Napoli per alcuni anni? Non
poteva forse, sapendo che la stampa, da poco inventata, era
stata già introdotta in Roma, essersi recato colà per ap-
prendere r arte meravigliosa, che forse egli vagheggiava
introdurre, alla sua volta, in Napoli, e aver fatto ritorno
in questa città poco prima o poco dopo la venuta di Sisto
Riessinger? Noi adunque incliniamo a credere che 1' Arnaldo
scrittore sia proprio il tipografo Arnaldo da Bruxelles, come
già credette il Delisle. Né vogliamo tralasciar di notare due
circostanze per quanto scarso possa credersi il loro valore. I
tipi usati da Arnaldo nelle sue edizioni, facilissimi a riconoscere
per la loro forma peculiare, presentano alcune lettere di forma
assai caratteristica come l' y, l' E , l' L e soprattutto la IVI
maiuscola, le quali, specie la M perfettamente simile, si riscon-
trano pure nelle scritture da noi indicate, che recano la firma
di Arnaldo. Inoltre la carta adoperata per scrivere il ms.
parigino, che, come assicura il Delisle, ha per filigrana l'arco
teso (balestra) in un circolo, è quella stessa che da Arnaldo
si usò per alcune delle sue edizioni a stampa, come vedesi nel
Laudivio del 1473, e che, aggiungiamo noi, s' incontra fre-
quentemente nelle più antiche edizioni napoletane.
IV. Ad Arnaldo da Bruxelles fu dal Summonte attri-
buito, suir autorità di Giuliano Passaro, il merito dell' intro-
duzione della stampa in Napoli nel 1473 e l'errore fu ripetuto
anche recentemente da altri. Il Giustiniani narra che Michele
Arditi affermò una volta alla presenza del Conte D' Elei e del
Duca di Cassano d' aver egli trovato non sappiamo che cosa,
il Giustiniani dice un „monumento", da cui appariva che
Arnaldo era stato il primo stampatore presso di noi. L' affer-
mazione è troppo vaga, perchè se ne possa tener molto conto;
oltreché, trattandosi di cose dette in conversazione e che
possono essere state male intese e male riferite, viene perfino
il dubbio che il „monumento", come lo chiama il Giustiniani,
54 Capitolo IV.
rinvenuto dall' Arditi non sia altro che quel documento ond' è
fatto cenno in una lettera dell' Arditi a G. B. Vermiglioli e da
cui non risultava che la presenza di Arnaldo a Napoli nei
primi mesi del 1469.'^
Del resto neppure i biografi belgi, come il Van der
Meersch, osano insistere su questa questione, e riconoscono
che non potrebbe seriamente contestarsi a S. Riessinger il
merito d' aver introdotto in Xapoli la tipografia. E vero che
le più antiche stampe con data, che noi conosciamo, di Arnaldo
da Bruxelles sono del 1472, e che le Riessingeriane di data più
antica sono del 147 1, come è anche vero che qualche edizione
di Arnaldo intanto ci è nota, in quanto che un solo esem-
plare è scampato alla distruzione; ed è da ammettere, infine,
che di qualche altra possano essere andati perduti tutti gli
esemplari, o che qualcuno ne resti, ma ignorato e nascosto a
tutti, in qualche piccola ed inesplorata biblioteca; ma tutte
queste considerazioni valgono tanto per Arnaldo, quanto per
Sisto, di cui più di un' edizione ci è nota per un solo esem-
plare superstite. Stando, adunque, ai monumenti tipografici
che finora ci sono noti dell' uno e dell' altro, non potrebbe
negarsi a Sisto la priorità nell' introduzione della stampa nella
nostra Napoli, quantunque da qualche storico sia stata attri-
buita al fiammingo Arnaldo.
V. E certo però che Arnaldo dovette cominciare a
stampare nel 147 1, giacché ai 15 di gennaio del 1472 era già
finita di stampare la Rhetorica nova.
Delle vicende della vita di Arnaldo sappiamo assai poco.
Da un documento del nostro Archivio notarile,'^ nel quale
1) Cfr. Cento lettere inedite . . . scritte al Cav. G. B. Vermi-jlioli. —
Perugia, 1842, a p. IO — li. Il G. dopo aver ricordato il codice Farnesiano Ira-
scritto da Arnaldo de Steccatis da Bruxelles, di cui già parlammo, fa seguire
alcune sue considerazioni per concludere che l' Arnaldo da B. del codice fu
tutt' altra persona che il tipografo: il che però non proverebbe nulla, visto che
l'Arditi non poteva riferirsi a questo codice, dal quale non risultano in alcun
modo quei fatti, di cui ej^li afTcrmava di aver trovato delle pruove.
2) V. documento XII.
Arnaldo da Bruxelles. 55
si loda la sua fede, la sua probità e la sua sagacia, rilevasi
che gli fu conferita, non si sa quando, ma certamente prima
del 12 dicembre 1482, la cittadinanza napoletana, essendo
qualificato nel documento medesimo come „Civis et habitator
neapolis", e che nel 1482 (12 dicembre) fu eletto console „na-
cionum angrie theotonicorum et scocie" per tutto il regno di
Sicilia di qua dal faro e specialmente per la città di Napoli.
A Napoli lo troviamo ancora il 19 luglio 1490 testimone in
un contratto di società. '^ E vedemmo già che vi era tuttavia
nel maggio 1492, come appare dalla riferita soscrizione del
codice parigino.
VI. Non pare che Arnaldo si fosse mai unito, come si
usava allora, in società con altri per l' esercizio della tipo-
grafia, né si conosce chi fosse il correttore delle sue edizioni,
giacche queste non recano che il solo suo nome e non sempre.
Non è improbabile che ne curasse egli stesso la correzione.
Considerando la materia delle opere pubblicate da Arnaldo,
si noterà che, mentre il Riessinger, consigliato, com'è da
credersi, dal suo fido sodale e compare Francesco Del Tuppo,
mirò principalmente alla diffusione di opere giuridiche, Arnaldo
amò a preferenza di divulgare con la stampa opere di lettera-
tura e di filologìa classica, senza trascurare le scienze, per le
quali, a giudicare anche dalle opere da lui trascritte, sembra
che avesse una notevole inclinazione. La produzione di Arnaldo
ha insomma uno spiccato carattere umanistico.
Egli non ebbe molti tipi di caratteri, giacché non se ne
conoscono che due soltanto certamente da lui adoperati, e
qualche altro che molto probabilmente deve a lui riferirsi; né
usò mai, per quanto si sappia, caratteri gotici. La maggior
parte delle sue edizioni sono impresse in un bel carattere
romano piuttosto grande, molto facilmente riconoscibile per
la forma assai caratteristica di certe lettere. Alcune edizioni
soltanto, le più antiche, furono impresse con un altro carattere
romano, anche più grande e un poco più rozzo. Le sue
i) Prot. di C. Malfitano, a. 1489 — 90, 0.3483.
56 Capitolo IV.
edizioni sono notevoli per la loro buona esecuzione e sono
rarissime.'^ Egli usò la doppia tiratura in rosso e nero fin
dal 1474 nel bel volume delle Pandette di M. Silvatico, e
qualche volta le interlinee, come nel Forciano.
Coi caratteri di Arnaldo hanno analogia quelli del Fiore
di virtù e del Guarino (Bibl. 211 e 213).
Caratteri.
Tipo I. Romano, 'grande e alquanto rozzo. 20II. = 121 —
122 mm. (124 secondo il metodo dell' Haebler). Qu,. V. tav. XV.
Tipo 2. Romano, piuttosto grande. Qu/. 20 11. = 107 —
108 mm. (Haebler 109 — iii).^^ Sono specialmente notevoli l'i
quasi sempre senza il punto e, per la loro forma, la M, la E,
il T e r y. E singolare la somiglianza di questo carattere
con quello delle edizioni romane di Vindelino de Wila, usati
più tardi anche da Bartolomeo Guldinbeck (tipo i), la quale è
tanta che ha fatto attribuire al Guldinbeck edizioni che in-
dubbiamente sono di Arnaldo, traendo in errore perfino il
sagace Audiffredi, e ad Arnaldo alcune edizioni sicuramente
romane. Ma è facile distinguere il carattere di Arnaldo dalla
forma tipica di alcune maiuscule, specie dell' E, che è la più
tipica, e dal corpo, che è un poco più grande, giacché 20 11.
del carattere romano danno 105 — 106 mm. (Haebler loS). Inoltre
nei tipi di Arnaldo il Q ha la coda più grande e un pò spezzata,
la M ha 1' asta di destra notevolmente più lunga, il T ha la
linea orizzontale più grande. Ma si noti soprattutto 1' E col
tratto inferiore notevolmente inclinato in giù, mentre nel ca-
rattere romano è orizzontale. V. tav. XVI.
1) 11 B. Museum non ne possiede che sette (Pr. 6684 — 89) e la Nazionale
di Parigi cinque o sci, secondo il Van der Meersch (p. 379), il quale aggiun^^e
che non se trova neppure una nelle numerose biblioteche pubbliche del Belgio.
La Nazionale di Napoli non ne ha che dodici: \.\ metà circa delle conosciute.
2) Osserviamo però che nelle Pandette di M. Silvatico 20 li. danno lo6 mm.
(H. io3) e l'È non ha quella forma caratteristica che ha nelle altre edizioni.
Capitolo V.
Bertoldo Rihing.
Anche Bertoldo Rihing (Riching, Ruing'^) fu di Argen-
tina. Molto probabilmente venne in Napoli con Sisto Ries-
singer e lavorò per qualche anno nella tipografia di lui. Non
prima del 1474, per quanto ci è noto, ebbe una stamperia
propria, la quale, almeno per quello che risulta dalle poche
edizioni che ora si conoscono, non ebbe lunga vita, giacché
dopo il 1477 non pare che il Rihing abbia più stampato.
Lo Schmidt^) vuole che Bertoldo Rihing lavorasse anche
in Gaeta ed in Roma, ma a noi non risulta, né sappiamo
donde abbia egli tratto queste notizie.
Il Giustiniani 3) credette che il Rihing cominciasse a
stampare nel 1474, poiché ai 12 di gennaio del 1475 finì il suo
Mesue, la stampa del quale dovette richiedere non poco tempo;
ma ora conosciamo un' edizione del Rihing pubblicata proprio
nel 1474, il trattato de febribus di Antonio Guainerio. Nel
1474 adunque, se non nel 1473, egli dovette impiantare la sua
stamperia, e rimase in Napoli almeno fino al 12 di agosto
1477, come si rileva dalla soscrizione dell'ultima sua stampa.
i) Non abbiamo mai incontrato la forma Rying notata dal Burger.
2) „Marcus Reinhard hat zu Lyon und zu Paris gearbeitet, Berthold Riching
zu Gaeta und zu Rom" (op. cit. p. 76).
3) Op. cit. p. 100.
58 Capitolo V.
Angelo Catone usava familiarmente col Rihing e lo giudicava
un ottimo artefice. ■>
Caratteri.
Il Rihing usò una sola forma di carattere romano piuttosto
piccolo (20 11. = 102 — 103 mm.; H. 105 — 106) non molto dis-
simile dal tipo 4 di S. Riessinger. Notevole V &:, molto in-
clinato a destra. V. tav. XVII.
1) V. la dedicatoria del Guaincrio (Bibl. 102).
Capitolo VI.
Mattia Moravo, Biagio Romero, Giovan
Marco il Cinico e Pietro Molino.
a) Mattia Moravo.
Pochissime notizie abbiamo di lui. Sappiamo che fu di
Olmiitz e che nel 1474, prima di venire a Napoli, esercitò la
tipografia in Genova insieme con Michele de Monaco.'^ Giu-
niano Maio assicura che in Napoli si recò per consiglio di
Biagio Romero.^) Questi, secondo il ìMasch, dimorò per qualche
tempo a Genova insieme col Moravo e gli fu socio o almeno
consigliere, come più tardi a Napoli, e da Genova lo avrebbe
poi seguito in Napoli. 3) Il Caballero, invece, crede che, trovan-
dosi il Romero a Napoli, per chiedere il trasporto dei resti
mortali del Re Alfonso nel suo monastero di Poblet, nel
quale solevano aver sepoltura i Re di Aragona, avrebbe
suggerito a Ferdinando d' invitare a Napoli il Morave*^
1) Un „Augustinus Moravus Olomucensis Jurisprudentiae atque artium
doctor" era nel genn. 1495 a Padova. Si vegga la sua lettera ad Andrea Stibario
„Canonico Olomucensi avunculo suo", datata dal Ginnasio Patavino, Cai. di Gen.
1495, premessa all' ediz. Veneta (1495, per Sim. Bevilacqua) delle Tabulae coe-
lestium motuum di G.Bianchini.
2) Nella lettera premessa al De priscorum proprietate verborum (l475)-
3) „Genuae circa annum 1474 artem typographicam exercuit, ibique jam
Blasius Romerus Monachus ei auxilio fuit. Abiit deinde Neapolim, eundemque
monacham comitem habuit" (Bibliotheca Sacra, p. 2^, voi. 3, p. 124).
4) Vedi il passo del Caballero riportato nel paragrafo b.
6o Capitolo VI.
^Mattia Moravo cominciò la serie delle sue numerose edi-
zioni nel 1475, col Vocabolario di Giuniano Maio. Secondo il
Giustiniani avrebbe stampato fino al 1491; ma la Biblioteca
Nazionale di Napoli possiede un officio in membrane stampato
dal M. nel 1492 (io febbraio), ultimo libro finora conosciuto che
rechi il nome di questo tipografo. Si crede da alcuni che suc-
cessori del Moravo siano stati IMenardo Ungut e Stanislao
Polono'^ i quali esercitarono la tipografia in Siviglia dal 1491 in
poi, perchè pare accertato che una parte del materiale tipografico
di M. Moravo sia stato trasportato in Siviglia e adoperato da
questi due socii nelle loro impressioni. Forse alcuni caratteri
furono ceduti dal Moravo, perchè nell'anno 1491 in cui
IMenardo e il suo socio stamparono le loro prime edizioni, la
tipografia Moraviana funzionava ancora e continuò a funzio-
nare per lo meno fino al principio del 1492.
Come tipografo il ^I. fu un artista valentissimo, da
paragonarsi, specialmente per la bellezza dei suoi caratteri
e la perfetta esecuzione delle sue edizioni, a Nicola Jenson.
Il Giustiniani giunse perfino a congetturare che il M. lo
avesse provveduto di caratteri, tanta è la somiglianza dei
tipi: senza pensare che il tipografo francese precedette di
alcuni anni il M. nell' uso dei suoi bellissimi caratteri romani.
Ebbe molti caratteri romani e gotici, che il Proctor ha
distinto in 12 tipi diversi. Fu il primo che usò la segnatura
presso di noi, nota il Giustiniani, e i caratteri greci. Riuscì
assai meglio che non avessero fatto il Riessinger'^ e Arnaldo
a stampare in rosso e nero, e fu il primo ad usare in
Napoli il formato in 16°. Le sue opere liturgiche magni-
ficamente eseguite con bellissimi caratteri gotici, a doppia
tiratura in rosso e nero e spesso adorne di silografie, dovettero
piacer molto, come più tardi quelle di C. Preller e dei Giunta,
e aver molta fortuna, anche fuori del regno. Tra messali,
1) Hacbler, Typographie Ibérique, p. 49 — 50.
2) Il Giustiniani, dimenticando quanto aveva scritto del Ricssingcr, che
usò la doppia tiratura in rosso e nero nelle Costituzioni dtl 1475, dice a pro-
posilo di M. Moravo (p. loó) che il K. non adoperò mai il ros50 e uuro.
Mattia Moravo, Biagio Romero, Giovar. Marco il Cinico e Pietro Molino. 6l
breviarii, salterii ed officii da lui stampati se ne contano quat-
tordici. Le diverse edizioni si seguirono 1' una all' altra a brevi
intervalli e talora nello stesso anno, così rapida dovè esserne
la vendita. L' Ordine Domenicano e 1' Ordine Celestino vollero
che egli stampasse, quello il proprio IMessale, questo il
proprio Salterio, ed a lui fu affidata dai librai catalani
Guglielmo e Giacomo Candel la stampa del Breviario della
diocesi di Valenza, sebbene nella Spagna non mancassero
buone stamperie.
E ben naturale che il Moravo ottenesse dalla Corte in-
coraggiamenti e privilegi per la vendita delle sue belle edizioni,
tanto più che uniti in società con lui furono per qualche tempo
il Cinico e Pietro De Molinis, 1' uno e 1' altro familiari del Re.
Nel 1489 gli fu concesso privilegio pei Sermoni di Roberto
Caracciolo e il privilegio fu notificato con bando del 22 agosto
dello stesso anno.")
Alcune sue edizioni liturgiche recano figure incise in
legno, ^^ ma appena qualcuna delle molte altre sue edizioni
ha ornamenti silografici, come i DistichaCatonis (Bibl. 137),
nei quali si vedono iniziali fiorite. Fu Mattia l'incisore? Non
abbiamo il modo di saperlo con certezza, ma giova rammen-
tare che molti fra i più antichi tipografi furono incisori, come
già osservammo a proposito di Sisto Riessinger, e che valen-
tissimo in quest' arte era stato quel Nicolò Jenson che, come
il nostro Moravo, riuscì a trovare forme così belle e perfette
di caratteri tipografici.
Nella stamperia Moraviana furono correttori Biagio
Romero monaco Cistcrciense, Giuniano Maio, Paride del
Pozzo (che curò l' edizione del Vitale de Cambanis del
1478), Frate Antonuccio da Sulmona, Bernardino Siculo e,
molto probabilmente, Giovan Marco da Parma detto il Cinico
e Pietro Molino. Questi due furono anche per qualche anno
socii del Moravo nell' esercizio dell' arte tipografica, secondo
il costume del tempo.
i) Vedi, tra i ciocumenti, il n. XIX.
2) V. capitolo XV.
62 Capitolo VI.
Del Romcro, che pare sia stato non solo correttore ma
anche lui socio di Mattia Moravo, e dei due socii, il Cinico e
Pietro Molino, diremo ora qualche cosa; degli altri correttori
parleremo nel capitolo XVII.
b) Biagio Romero.
Con Mattia Moravo troviamo associato nei primi anni il
monaco Biagio Romero. Era un frate Cistcrciense del con-
vento di Poblet (Populetum) nella Catalogna, del quale ora
restano solo le rovine, a pochi chilometri di distanza da
Espluga, nella provincia di Tarragona, In questo convento
ebbero sepoltura alcuni re di Aragona. Di lui nulla dice il
de Wisch nella sua „Bibliothcca scriptorum sacri ordinis
Cisterciensis".'^ Giuniano Maio lo chiama dotto nelle scienze
sacre e Tommaso Taqui ne loda la pietà e la dottrina. =^
Fu merito suo 1' aver fatto venire in Napoli Mattia
Moravo, come avverte Giuniano Maio nel proemio al libro „de
priscorum proprictate verborum". Il Caballero suppone che
Biagio Romero venisse in Napoli per far trasportare nel
monastero di Poblet gli avanzi mortali di Re Alfonso I, e che,
trovandosi per tal motivo nella nostra città, suggerisse a
Ferdinando d'invitare a Napoli Mattia Moravo che, se dob-
biamo credere al Alasch, egli aveva già conosciuto in Genova.
Anzi, secondo lo stesso Masch (Bibliotheca sacra, p. 2\ v. 3,
p. 123 — 124), Mattia Moravo „Genuae circa annum 1474 artcm
typographicam exercuit, ibique iam Blasius Romerus monachus
ei auxiliator fuit. Abiit deinde Neapolim, eumdemque mo-
nachum comitem habuit." Che il Romero fosse a Genova nel
i) Non ci è stato possibile di consultare 1' Henriquez („Pboenix reviviscens,
sive ordinis Cisterciersis scriptorum Anpliae ci llispaniae series." Bruxelles, 1626).
2) „.\rduae religionis viro Biasio Romero . . . interpreti luculentissimo,
humanis divinisque literis erudito." (Nella lettera premessa alla Bibbia Moraviana
del 147Ó, nella quale rispondendo al Romero, accetta di concorrere alle spese
di stampa.)
Mattia Moravo, Biagio Romero, Giovan Marco il Cinico e Pietro Molino. 63
1474 col Moravo, come afferma il Masch, non risulta, però,
da alcun documento o testimonianza di contemporanei, a
quanto noi sappiamo, ed è certo, al contrario, che fin dal 1451
si trovava in Napoli fra i cantori della real cappella (xandres)
un Biagio Romero,'^ che, salvo il caso di una strana omonimia,
tutto induce a credere sia proprio il monaco di Poblet.^'
Devonsi a Biagio Romero la magnifica edizione principe
di Seneca e la Bibbia del 1476, come pure la prima edizione
del Vocabolario di Giuniano Maio (Bibl. 109, no e 108). Dei
suoi meriti discorre lungamente il citato Caballero di cui
gioverà riportare le parole. 3^ Dopo il 1476 il suo nome non
si trova più nelle edizioni di Mattia Moravo.
i) 27 febbraio 145 1: „xandres que stan ab mestre borbo: a mastre borbo
xxviii d. iiij t. A blay romero xxi d. iii t." (Ced. d. Tes. Arag, v. 13, e. CCXLVIa).
1451, febbr. 27: „Stanno nella sua corte ... i cantanti Pietro Martino, Gio. Doret,
Antonio Ponte, Biagio Romero etc." (Minieri- Riccio, Alcuni fatti di Alfonso
d'Aragona, in Arch. stor. Nap.,^\, p. 411 — 12).
2) Un Giovanni Romero comparisce come testimone in un atto del 28 sett.
1516 (Prot. di Gio. Vinc. de Electa, a. 1516, a e. 6ib).
3) „Si vero mavis, Moravum primum omnium Neapoli fuisse typographum,
non minimam ex eo Hispanos coUegisse gloriam video. Blasius namque (non
Basilius, ut dubitanter loquitur ci. Mittarellus in „bibliotheca ms.", in appendice
articulo „AIaius") Blasius, inquam, Romero, Hispanus, celeberrimi Coenobii Popaleti
in Gotholaunia monachus, quem Neapolim venisse suspicor, ut Alphonsi I corpus
Populetum transferendum curaret, Alphonsi filium Ferdinandum laudatum induxit,
ut ÌSIathiam Moravum Neapolim invitaret: quod Romeri in Moravum apud Regem
officium disertis verbis testatur Junianus Maius in dicatione 'Vocabularii' ad ipsum
Ferdinandum dicens de Moravo, 'quem Consilio Blasii Monachi Romeri, viri sacris
literis inslituti, ac sanctis moribus probati hac nostra urbe excepisse gratularaur.'
Ncque satis habuit Romerus hanc amicam operam typographo praestitisse: quin
summum etiam, quod potuit, studium contulit, ut Moravi editiones quam pulcher-
rimae nitidissimae atque emendatissimae prodirent. Quae benevola religiosi hominis
industria et typographo magno usui, et urbi Neapolitanae tanto ornamento fuit,
ut ab ea locum cum primis typographicis urbibus obtinuisse videatur. Exemplo
sint Philosophi Senecae opera edita Neapoli anno 1475 Moravi typis, curante
Romero" etc. (Caballero, De prima typographiae Hispanicae aetate specimen,
Romae 1793, a p. XX— XXI).
64 Capitolo VI.
c) Giovan Marco Cinico.
Sommario: I. Il Cinico e la tipografia in Napoli. Scrittori, che si
occuparono di lui. — II. Primi anni: sua dimora a Firenze. —
III. Il Cinico a Napoli, a Palermo e di nuovo a Napoli. —
IV. Diviene scrittore della biblioteca reale; altri suoi incarichi;
prende moglie. — V. Periodo della sua maggiore attività.
Donativi e stipendio annessi all' ufficio di scrittore. Ultimi
anni. — VI. Sua coltura e sue opere letterarie. — VII. La
società con M. Moravo e con P. Molino. Il Confessionale
volgare e i Sermoni di R.Caracciolo. Privilegio reale da lui
ottenuto.
I. Giovan Marco da Parma o, com' og^li amò di chia-
marsi, Giovan Marco Cinico, '^ il noto scrittore della Biblioteca
Aragonese, ebbe egli pure, come Biagio Romero, Pietro
Molino e Giuniano Maio,=* una parte importante nelle imprese
tipografiche di Mattia ]\Ioravo. Dallo lettere dedicatorie pre-
messe al Confessionale volgare di S. Antonino, ai Sermones
di Roberto Caracciolo del 1489 e al Cortesano di Diomede
Carafa (Bibl. 141, 139 e 142), si raccoglie che ci fu socio del
Moravo insieme con Pietro violino e che curò la pubblicazione
di queste opere. E dobbiamo credere che egli, come il
Romero e il Maio, e forse come il Molino, fosse pure corret-
tore, per qualche tempo, nella tipografia Moraviana, almeno
di quelle edizioni che furono pubblicate durante la società,
ed a cui egli premise delle lettere dedicatorie, com' era costume
dei correttori.
1) L'appellativo „Cinico", die il M.izzalinli credette fosse l'equivalente
dell' altro appellativo „velox" usalo pure dal C. a significare la sua cclcrit.\ nello
scrivere, deve invece intendersi, come notò e con opportuni esempi dimostrò il
Percopo, nel suo significato proprio, di set:uace dell'antica setta filosofica dei Cinici.
La grafia da lui seguita nelle soscrizioni ((!ynicus o Cynico) conferma questa
spiegazione del Ptrcopo, mentre, ove si ammettesse quella del M.iz^atinti (dal gr.
xiVKu) non si potrebbe altrimenti spiegare che con un errore grafico. Dell'altro
soprannome Coclea, usato pure dal Cinico nella lettera dedicatoria a Diomede
Carafa dell'edizione da lui curata del Confessionale e altrove, non è facile dar
ragione.
2) Vedi cap. .WIL
Mattia Moravo, Biagio Romero, Giovan Marco il Cinico e Pietro Molino. 65
Del Cinico scrittore o calligrafo hanno discorso in questi
ultimi tempi il Mazzatinti/^ il Barone *) e il Percopo.^) Noi
cercheremo di riassumere tutto quello che già si conosce della
sua vita e della sua varia attività di eccellente calligrafo, di
erudito e di scrittore, insieme con quelle notizie che abbiamo
potuto raccogliere nelle nostre ricerche, per considerare poi
il Cinico più particolarmente come correttore e come editore
di hbri.
II. Il Pezzana,'*) che pel primo dette di lui copiose
notizie, opinò che egli nascesse in Parma verso il 1430 e che
ancor giovanetto si trasferisse in Napoli. Senonchè prima di
stabilirsi nella nostra città il C. dovette dimorare per un certo
tempo a Firenze, dove sotto la direzione del fiorentino Pietro
Strozzi, di cui egli stesso si dichiara discepolo nelle soscrizioni
apposte a tre codici da lui trascritti, 5> apprese 1' arte del calli-
grafo. La sua dimora a Firenze è confermata del resto da
lui stesso nella dedica a Diomede Carafa del Confessionale
di S. Antonino (Bibl. 141), nella quale dichiara di essere stato
familiare di S. Antonino „per alquanto tempo" nel 1462.
S.Antonino morì nel 1459: l'anno 1462 è quindi certamente
un errore invece di 1452, o anche 1442, come potrebbe far
supporre la facile trasposizione della X.
III. Nel 1462 era già in Napoli, come apparisce chiara-
mente dalla sottoscrizione di un codice che faceva parte della
i) La Biblioteca dei re di Aragona, p. LVIII e segg.
2) Notizia della scrittura umanistica nei manoscritti e nei documenti napole-
tani del sec. XV, Napoli 1899, p. 4.
3) La Biblioleca dei re d'Aragona (Rassegna critica della letterat. ital. II,
p. 120 e segg.).
4) Memorie degli scrittori Parmigiani, voi. VI, p. 2a, p. 267 e segg.
5) Uno di questi codici si conserva nella nostra Biblioteca Nazionale, ed è
il noto Plinio. La soscrizione del C. è questa: „Johannes Marcus clarissimi
et virtute et nobilitate viri Petri Strozae fiorentini discipulus Marcique Rotae
magni viri equidem fiorentini amantissimus Parma oriundus praestantissimo libera-
litate viro domino Gherardo siculi Regni prothonotario benemerenti in XX ac
centum dies iuvante Deo tranquille transcripsit. Panormi anno salutis 1465 ultima
Julii" etc.
Fava e bresciano. La stampa in Napoli. I. e
66 Capitolo VI.
raccolta d* Adda e ora si conserva dal sig. C. J. Murray (Biblio-
filia, V, 245). E nel 1463 ai 23 di settembre finiva di scrivere
pel Duca di Venosa un codice „de accipitrum natura", ricor-
dato dal Pezzana e posseduto dalla Biblioteca Nazionale di
Torino (Pasini II, 445).
Senonchè è lecito supporre che in Napoli venisse
parecchi anni prima del 1462, e ad ogni modo prima del
1458, anno della morte di Alfonso I. Il Pezzana cita, infatti,
un codice scritto dal C. e dedicato ad Alfonso il Magnanimo,
in cui il C. si dichiara perpetuus Alphonsi assecla. Par-
rebbe, quindi, che il C. l'avesse scritto in Napoli. '^ E pare
altresì che egli fosse già ben noto a Napoli prima del 1465,
quando Elisio Calenzio scriveva le sue Epistolae.'^
Nel 1465 lo troviamo a Palermo. Il bel codiqe di Plinio
della nostra Biblioteca Nazionale, segnato V. A. 3, fu da lui finito
di trascrivere a Palermo il 31 luglio di quell'anno, come si
rileva dalla soscrizione.^^ E a Palermo dovette, se non erriamo,
scrivere il codicetto del Ransano, che nel 1780 era presso il
d'Afflitto, il quale ne dette notizia all' Affò. <' Nell'anno
seguente era nuovamente a Napoli. Nella Biblioteca dell' Ora-
torio si conserva un codicetto membranaceo dell' Etica di
Aristotile tradotta in volgare da Maestro Nicola Anglico, che
il C. fini di trascrivere, per uso della Duchessa di Andria, il
13 agosto 1466.5)
IV. Nel 1467 già lavorava per la Biblioteca Aragonese,
giacché un codice di quella Biblioteca, che ora si conserva
a Stockholm,*'^ reca in fine il nome del Cinico e la data
1) „De evìtandis ven(;nis et eoruni remcdii^" di Gio. Martino de Ferrari. Il
codice, che secondo il Pezzana è 1' esemplare ofTcrto ad Alfonso, si conserva nella
Casanatense (Pezzana, op. cil. voi. 6, p. 3, p. 41S).
2) Cfr. p. e. l'epistola a Federico d' Aragona a e. 60 a, scritta evidentemente
prima del 1465 e che viene dopo altre epistole dirette al C. (E. Calentii Opuscula.
Komac, 1503).
3) Vedi noia 5 alla p. 65.
4) Pezzana, op. cit. 1. e
5) Mandarini, I codici manoscritti della Biblioteca Oratoriana di Napoli
(Napoli, Festa, 1897, * P- 26).
6) Mazzatinti, op. cit. n. 619.
Mattia Moravo, Biagio Romero, Giovan Marco il Cinico e Pietro Molino . 6 7
del 18 sett. 1467. Ma forse in quel tempo non era ancora
stipendiato dalla Corte, poiché continuò per alcuni anni a
trascrivere codici per conto di privati. Nella Biblioteca
dell' Oratorio di Napoli si conserva un bel codice delle Buco-
liche e Georgiche di Virgilio che reca in fine questa soscri-
zione: „Ioannes marcus velox chrysopolitanus servus nature
Illmo duci amalphitano de picolominibus de aragonia. 1470.
Neapoli tranquille transcripsit. Valeas qui legis." '^
Divenuto „famulo" del Re Ferdinando, ossia „scrittore"
della libreria e poi anche „regio librario", come vedremo, il
Cinico contribuì largamente, anzi più di ogni altro come scrit-
tore, all'incremento della Biblioteca Aragonese, trascrivendo,
con la celerità di cui giustamente soleva gloriarsi nelle sue
soscrizioni, un gran numero di codici. Dei frequenti acquisti
di codici che egli faceva e delle somme, talora considerevoli,
che gli erano perciò di tanto in tanto pagate dalla Corte, le
Cedole della Tesoreria Aragonese ci hanno conservato molti
ricordi.
A Napoli dopo di essere entrato ai servigi della Corte,
e forse in età più che matura, ^^ il C. si unì in matrimonio con
Giovanna Ferrili© , „pa latina", che egli dice nobile e di onesti
costumi. 3> Di questo matrimonio si professava grato a Dio-
mede Carafa, che dovette certamente essere uno dei suoi
protettori, ed a cui egli dedicò l'edizione del Confessionale
di S. Antonino (Bibl. 141), insieme coi suoi socii Mattia Moravo
e Pietro Molino.
1) Mandarini, op. cit., p. 79. Le parole „Ascinius sintesius raanu propria
scripsit in populo. Die xxiij octobris" che il Mandarini fa seguire immediatamente
alla soscrizione del C, furono aggiunte da un'altro mano, e vanno lette, se
non c'inganniamo: „Ascinius sintesius manuppellensis in populo. Die" etc.
2) Era ancora celibe quando scriveva il Calenzio, cioè verso il 1465. Cfr.
Calentii Opuscula (Romae, 1503), a e. 52 verso.
3) „hauendo tu me Joan marco tuo seruo coniuncto per tua humanita in
matrimonio con la nobile Joanna Ferrilla palatina donna pudicissima" : nella
dedica a Diomede Carafa del Confessionale di S. Antonino, che fu impresso
certamente verso il 1489. Vedi la descrizione del Confessionale (Bibl. 141),
nella quale abbiamo trascritto interamente la dedica del C. a Diomede Carafa.
Giovanna Ferrillo era forse della famiglia dei Conti di Muro.
5*
68 Capitolo VI.
V. Dal 1467 al 1492 come copista della Biblioteca Ara-
gonese scrisse un gran numero di codici, che in parte ancora
si conservano, disseminati nelle biblioteche d' Europa, e in
parte ci sono noti solo per le indicazioni che ne danno le
Cedole della Tesoreria Aragonese. Il Mazzatinti, che ha
descritto i primi ed enumerati i secondi, '^ osserva che dal
1474 al 1487, ossia per lo spazio di 13 anni, non si trova nelle
Cedole alcun ricordo di libri scritti dal C, né se ne conoscono
per altra via. Ma questo non è esatto. Il Pezzana aveva
già notato che nel 1476 dovette il Cinico scrivere il Memo-
riale di Diomede Carafa a Beatrice d'Aragona che si am-
mira nella Biblioteca di Parma. E nella Biblioteca Galitzin
si conserva un codice scritto dal C. nel 1477, che per il suo
contenuto, per 1' eleganza esteriore e per 1' occasione in cui fu
esemplato fa riscontro al codice parmense del Memoriale.
È in pergamena purpurea, a caratteri d'oro e d'argento con
figure miniate, e contiene il trattato de ..regimine principum"
di Diomede Carafa da lui dedicato a Eleonora d' Aragona
Duchessa di Ferrara e voltato in latino da quello stesso Colan-
tonio Lentulo che tradusse il Memoriale a Beatrice. Eccone la
soscrizione: „Diomedis Carrafae ÌMagdaloni Contis de regimine
principum ad Elyonoram Aragoniam Ferrarae Ducissam liber
quartus et ultimus a Johanne Marco Parmensi Cynico Christia-
nissimo exscriptus Explicit. MCCCCLXXVII." (Catalogo, p. 51,
n. 135). Del resto la sua presenza nella Corte come scrittore
regio nell'anno 1481 è accertata dalle stesse Cedole.'^
Oltre le retribuzioni che frequentemente gli erano pagate
per le sue trascrizioni, 1' ufficio di scrittore della biblioteca reale
gli fruttava, secondo 1' usanza del tempo, donativi annuali di
stoffe da servire pei suoi abiti ^^ ed altri beneficii, come quello del
1) Op. cit
2) „A Joan marche Scriptore del S. R. l' infrascripto panno graciosamente
adi 2S marcij 1481" (Ced. v. 85, e. 253b).
3) „a Joanmarcho de palma diete Io cinico scriplore dolo S. R. alo qiialc
diete S. comanda donare Kr^ciosamenlc perle vestire suo delo presente anno perle
quale hauca acostumato de hauere iiij canne de pagonaczo de grana spaj^mato
per uno manto longo fino a terra et una robba computata a VI d. la canna et
vellute nigro" e te. (Ced. v. I34, e. 564 b).
Mattia Moravo, Biagio Romero, Giovan Marco il Cinico e Pietro Molino. 69
lume per scrivere, per il quale leggiamo che gli furono pagate
dalla Tesorerìa nel 31 die. 1488 67 libbre di candele di cera.'^
All'ufficio di regio scrittore era annesso nel 1492 lo stipendio
di IO ducati al mese, oltre le ca.ndele per scrivere. ^^ Non
sappiamo però se egli lo godesse sempre.
Il C. era ancora vivente e al servizio della Corte Ara-
gonese il 17 marzo 1497, giacché con questa data si nota
nelle Cedole una largizione di stoffa, fatta d' ordine del Re,
a lui ed a sua moglie. 3)
VI. Ma Gio. IMarco non fu soltanto un eccellente calli-
grafo: ebbe una coltura non comune, della quale fanno fede
alcune opere che di lui ci rimangono manoscritte. ■♦^
Il codice Ashburnhamiano n. 1249 contiene un suo volga-
rizzamento del libro di Moamyn falconario de la scientia
de la caccia con falconi. 5)
Nella Nazionale di Parigi si conserva un altro suo volga-
rizzamento dal latino, cioè l'Epithoma di Solino.^^ Un suo
1) 8 nov., 22 nov. e 31 die. 1488 „A. Johan marco de palma scriptore del
S. R. a viij. de nouembro delo presente anno 1488 d. ij. t. '/^ Et a xxij. de dicto
iiij. d. iiij. t. vj. Et a xxxj. de decembro de dicto anno d. iiij. t. j. entanto che
fanno Inseme a queste partite V. d. iij. t. e vij. li quali sonno comandati donare
per lo pretzo de Lxvij llr ^j^ de candelle de cera che deue hauere per tucto lo
mese de decembro de lo presente anno a raho de iiij. 11. Yj ciascuno mese a
raho de viiij. gr. la libra con la lume deli quali ha scripto alcunj libri del
S. R." (Ced. V. 126, e. 46oa).
2) (1492) „a Johanne Marcirò Cinicho Scriptore delo S. Re 57 d. 3 t. in
compimento della sua provvisione di 60 ducati per 6 mesi", oltre 2 d. 2 t. e
3 gr. pel prezzo di 27 libbre di Candele di ceia in detti 6 mesi (Ced. v. 146,
c.83b).
3) (17 marzo 1497) „a Joun marco Cinico, al quale il Re comanda donare
da vestire per sé e sua moglie la valuta di varie canne di stoffa" (Ced. v. ió2, e. Il3b).
4) Il C. non fu miniatore, come credette il Minieri- Riccio: almeno dalle
Cedole non si rileva che egli miniasse altro che iniziali, ma solo che gli veniva
spesso affidalo 1' incarico di curare 1' esecuzione dei lavori di miniatura e di
rilegatura, pei quali lavori, che egli non fece ma fece fare da altri, gli furono
in diversi tempi rimborsate le spese.
5) Mazzatinti, op. cit. n. 589.
6) Mazzatinti, □. 292.
70 Capitelo VI.
catalogo deli santi martiri, copiato nel 1492 da Francesco
di Pavia, è ricordato nelle Cedole.'^
A queste tre opere indicate dal Mazzatinti vuoisi ag-
giungere il trattato della observantia delli Re, ricordato
dal Pezzana e dal Percopo, che, come il C. stesso avvertiva
nella prefazione, era „uno extracto de peregrini et varii autori
della clementia delli Re et della obedientia de li subditi," ossia
una raccolta di esempii indirizzata a Ferdinando da Joan
Marco de Parma cynico coclea pernicie delli blasphemi
de Christo;^^e un altro suo lavoro intitolato Elenco histo-
rico e cosmograficho, indicato dal Percopo, che si conserva,
come il trattato precedente, tra i Mss. della Chigiana.^^
Il C. fu colto e modesto, e amò il lavoro tranquillo, -i^ i
codici e i libri. Un umanista contemporaneo. Elisio Calenzio,
così ci descrive la vita solitaria di lui: ,, Invideo tibi, Cynice,
ac per deum indico sapientem, qui neque famulum velis cui
saepius irascare, neque uxorem cum qua litiges, neque bovem
aut asinum quorum habeas curam. Solus cubas, solus coenas,
solum te tua cynica cella dies noctesque habet. Laute politeque
victitas, nulli imperans, nulli parens. Quodcumque in animo
est id demum subito est in manu. Deum profecto te estimo
si dei unquam vidcri aut fieri mortales consueverunt/'^^
1) Mazzatintì, p. LIX.
2) Bibl. Chigiana L. VII. 269.
3) M. Vili. 159.
4) Lo attestano anche le sue soscii^ioni, nelle quali s'incontra ipes'^o la
formola „lrancjuille transcripsit". Gio. Ant. l'etriicci, il povero Conte di Policaslro,
udiriziò al buon C. l'Si" suo sonetto che comincia:
O tu che de le septc la mcj;liorc
Cinico sequi et fai vita beata
Ricchezze e la gran robba hai disprezzata
Vivi felice et non temi livore etc.
(Sonetti composti per M. Johanne Antonio de Petruciis pubbl. da I. Le Coullrc e
V.Schultze, Bologna, 1879, p. 85 (Scella di curiosità letterarie, n.04, disp. 107).
5) Opuscula (Romac, Bcsicken, 1503), a e. 52b. In un' altia lettera si
accenna pure al Cinico e alla sua vita quieta, laboriosa 0 ordinata (e. óoa), e
altrove ad una visita fatta dal Calenzio ni Cinico infermo, di cui si riferisce un
gustoso soliloquio che il Calenzio, non visto, avrebbe udito e raccolto. Queste
due lettele, e specialmente la seconda, sono curiose ed interessanti, perchè vi sono
Mattia Moravo, Biagio Romero, Giovan Marco il Cinico e Pietro Molino. 7 ^
Con r amore dei libri e della vita tranquilla ben si con-
faceva r ufficio di regio librario ossia di custode della
Biblioteca Reale che, secondo ogni probabilità, egli dovette
esposte, non senza ironia, alcune idee oiiginr.li del Cinico, che valgono ad
illustrare tanto quest'appellativo, quanto 1' altro di servus naturae, che si legge
nella soscrizione del Virgilio da noi riferita e, in un certo modo anche quelli che
usò pili tardi, quasi come un correttivo dei primi: „Christi et honestatis servus,
servo de Christo et de honestate, pernicie delli blaspht mi di Christo". Crediamo
sia pregio dell' opera riportarle.
„Cynicum nostrum revisi hodie: nemo est omnium profecto qui vivant
magis fortunatus neque cui magis omnia sint iocunda. Ita res suas omnes vitamque
comparavit ut nemini unquam possit invidere. Sportulam cynicam et cynicam
lucernam et quas phialas nominai tandem vidi, nec me vidisse poenitet suppellec-
tilem tanti viri. Dimitto lyram, imagines, libellos quorum cella pienissima est:
dimitto vascula nondum visa, pietas tabulas, Philosophorum monumenta undique
coUecta, Omnia denique ad politiem corporis atque animi parata. Ipsum demiror
tam sobrie vivere ut non nisi peracta re quam sibi quotidie peragendam decreverit
Coenet aut deambulet. Diem sibi eo modo partitur ut neque unquam ociosus
sit neque unquam rerum studio fatigatus. Vive", (e. 60 a).
,,Visendi Cynici gratia, quem egrotare audiveram , Neapolim veni, Eoque
profectus ubi accubabat solum veluti cum aliquo loquentem audiui, ac tenui pedem
ut que eius esset oratio intelligerem. lUe autem sic: Aegcr sum, testari volo:
bona mea cui relinquo? populo ne.' minime quidem, quia neque in pace vulgus
possidebit, neque dividet concorditer. Regi? nihil minus, quia mililibus dabit
generi omnium pessimo et inhumano. Ergo pontifici? Satis babunde habet unde
podagras nutriat. Ergo praesuiibus? ut tumidos uentres augeam. Rumpantur
viri turgidi? Non volo. Ergo ipsis sacerdotibus? nolo quia scortis et lenonibus
dabunt. At tu mendicis? neque id quidem ne desinant molesti esse divitibus.
At lu piratis ut in Asiam deferant? non volo. Vin mulieribus ? nolo quia deteriores
diuitiis fiunt. Vin pueris? nolo quia perdent rem institia {stc) partam bene. Vin
senibus? minus quia de liti omnes dies noctesque iurgabunt. At tu diis iramortalibus
dona. Stultum est dari tibi quod despexeris: si voluissent, non dimisissent mihi.
Da servis ut auferant. Id iniussu meo faciunt. Quid igitur? Nunc id cogito:
primum tempia non aedifico ne novas lites sacerdotibus creem. Orbas non marito
ne fastiditi coniuges sepulti ossa devoveant. Pontes fluminibus non construo ne
cadens aliquis irascatur mihi. Claustra virginibus non do ne scorta his nutriam
qui deum male confitentur. Neque mendicis hospicium ne desides illi desidiores
fiant. Ergo cui nam tu rem deseris tuam? nemini. Tibi, fortuna, reddo restituo-
que quod comraiseras: posteri valete: mors, tu tuum officium facito; quod ubi
audivi ridens ad eum irrumpo" etc. La lettera continua ancora e vi si riferisce
un altro discorso del C. che è come la motivazione di ciò che precede (e. 71 a — b).
Fu il C. che salvò e dette a stampare al Del Tuppo il Novellino di Masuccio.
V. 1' edizione del Settembrini, p. XXXIV.
72 Capitolo VI.
cumulare con quello di scrittore. Librario era in quei tempi
chiunque esercitava una professione che avesse, in qualunque
modo, relazione coi libri. Era quindi chiamato librario, alla
latina, 1' amanuense o calligrafo che li scriveva, chi ne faceva
commercio ed anche chi aveva 1' ufficio di custodirli per conto
di altri. Qualche volta però 1' amanuense era nel medesimo
tempo anche libraio, ossia negoziante di libri, come talora
il libraio o negoziante era anche custode di qualche biblioteca.
Il nostro Cinico fu, in parte contemporaneamente, in parte
successivamente, amanuense, editore, correttore e, pare, custode
o librario della Biblioteca Aragonese.
Che egli fosse non soltanto scrittore, ma anche uno dei
regii librarli, come Pietro Molino, e come Baldassare Scariglia,
di cui diremo in seguito, sembra che possa desumersi e dai fre-
quenti incarichi di comprar libri e di farli alluminare e rilegare,
di cui si parla nelle Cedole, e dal trovarsi il suo nome, come
quello di Pietro Molino, in alcuni libri a stampa, che un tempo
fecero parte della Biblioteca Aragonese (Cfr. Delisle, Mélanges
Graux, p. 291). In un esemplare delle Quaestiones di S. Tom-
maso (Pannartz, 1476) è scritto: „Quaestiones sancti Thome de
unitate. Joan Marco." È certo ad ogni modo che egli con-
tribuì molto air incremento della Biblioteca non solamente coi
molti codici che scrisse, come già vedemmo, ma anche con quelli
che comprò in gran numero dai librai di Napoli e di Firenze.
VII. Meno noto è il Cinico come editore di libri a
stampa in società col tipografo Mattia Moravo.
Le società tipografiche o editoriali furono, come e noto,
frequentissime nel secolo XV, e accompagnarono la tipografia
dai primi tentativi del Gutenberg in Argentina, fatti in società
con Andrea Dritzehn, in tutti i suoi progressi, nei primi suoi
trionfi a Magonza e nella successiva e rapida diffusione in
Italia, in Francia e negli altri paesi. A chi non è nota la
storia della società e della lite fra Giovanni Gutenberg e
Giovanni Fust? Gli antichi tipografi, particolarmente quelli
che furono i primi o tra i primi a introdurre la stampa in
qualche città, ebbero, quasi sempre, uno o più socii, che coi
Mattia Moravo, Biagio Remerò, Giovai! Marco il Cinico e Pietro Molino. 73
loro consigli, o coi mezzi pecuniarii, o con la loro abilità
cooperavano pel buon successo delle comuni intraprese. In
Napoli la prima società tipografica fu quella di Sisto Riessinger
con Francesco del Tuppo, di cui si è parlato a suo luogo.')
Vedemmo pure che un' altra società verso il 1487 esisteva
fra il Del Tuppo e Cristiano Preller. Di Arnaldo da Bruxelles
non si sa se avesse avuto qualche socio, non rilevandosi dalle
sue edizioni, né da altri documenti. Abbiamo, invece, molti
documenti, che ci attestano 1' esistenza di parecchie società
costituite sia per 1' esercizio dell' arte tipografica, sia pel
commercio dei libri, sia per 1' esercizio dell' arte della rile-
gatoria, come vedremo più innanzi. Queste società avevano
generalmente breve durata, per lo più di un sol anno, come
si vede da alcuni contratti da noi trascritti."^
Mattia Moravo, che in Genova aveva pure avuto un
socio in persona di Michele da Monaco, ebbe a Napoli, nei
primi due anni, se non come socio, certo come correttore, il
monaco Biagio Romero. Più tardi, con ottimo consiglio, si
unì in società con G. M. Cinico, scrittore della biblioteca reale,
e con Pietro Molino, la cooperazione dei quali dovette riuscirgli
molto utile, del Cinico specialmente, che per la ormai lunga
dimora fatta a Napoli, per la sua coltura, per le molte sue
conoscenze e per le relazioni con la corte Aragonese, è lecito
supporre che fosse pel Moravo un socio prezioso.
La società fu stabilita certamente prima del 1489, molto
probabilmente nel 1488. Infatti di essa si fa menzione solo
in due edizioni Moraviane, delle quali una è senza data3> e
r altra reca quella del 31 gennaio i^.Sg.'^^ Senza data egual-
mente, ma pure di quell' anno o di quel torno è 1' Istruzione
dei cortigiani di Diomede Carafa. (Bibl. 142).
i) Vedi i capitoli II e III.
2) Vedi i documenti X e XI,
3) Cioè il Confessionale volgare di S. Antonino che da alcuni è
riferito, senza che ne sia addotta la ragione, all' anno 1475 (Caronti, n. 49) e che
deve invece, con ogni probabilità, assegnarsi agli anni 1488 — 89. (Bibl. 141).
4) I Sermones de laudibus Sanctorum di R. Caracciolo. È dedicata
a Beatrice d'Aragona. (Bibl. 139).
74 • Capitolo VI,
E notevole che solo nelle dediche di queste tre edizioni,
tutte evidentemente scritte dal Cinico, é indicato il numero
degli esemplari di ciascuna edizione, che è di 600 pel Con-
fessionale, di 300 , per il Cortigiano, e di 2000 pei Ser-
mones di R. Caracciolo. Per questa il Cinico ottenne dal Re
un privilegio, che venne notificato con bando del 22 agosto
i489.'>
Degli ultimi anni di Giovan Marco non ci e riuscito di
trovare alcuna notizia, e ignoriamo quando egli sia morto.^^
d) Pietro Molino.
Fu, come si è visto, socio del Moravo e del Cinico nel
1489; ma di lui abbiamo scarse notizie. Nella dedica del
Confessionale di S. Antonino e altrove è detto napoletano.
In alcuni documenti notarili è nominato, dal 1475 al 1497, un
Petrus de Molinis, che non esitiamo a identificare col socio
di !M, Moravo.3' Sappiamo che ebbe in moglie una Carmosina
Ronza o Ronze (Carmosina Roncze) e che, come il Cinico,
fu valente calligrafo. Un bel codice membranaceo della
Nazionale di Firenze, che contiene il Trattato dell'ottimo
cortegiano di Diomede Carafa, ossia quella stessa opera
che col titolo di Istruzione delli cortesani fu stampata
da M. Moravo verso il 1489 (V. Bibl. 142), reca, in fine, questa
1) Vedi documento XIX.
2) Una lettera al C, direltapli da PozEuoli dal musico di Cotte Gio. Tinclor
o meglio Tinctoris, che si dice „musicorum infelicissimus", è tra i mss. della
B. Nazionale di Napoli (XII F 50). Il C. è chiamato „Cynicorum perfcctissimus,
intcpcrrimus seclator, specimen" etc.
3) Prot. di Fr. Russo, 1473—75. e. CXXIIIIa e C. Malfitano, 1484— 1485,
e. 240 a e 246a; B. Vinciguerra, 1489, e. 2i7a: N. Cesario, 1493 — 94, e. jóa;
G. A. de Cesarea, 1494, e. 222. In quest'ultimo documento e nel precedente è
anche nominata la moglie Carmosina roncze. Come testimone lo troviamo
nuovamente in un istrumcnto del 16 ottobre 1494 (Prot. di F. Russo, I494, c.4la)
e in un altro del 3 agosto 1497 (Prot. di C. Malfitano, a. 1496 — 97, e. 307 b).
Mattia Moravo, Biagio Romero, Giovan Marco il Cinico e Pietro Molino. 75
soscrizione: „Petrus de Molinis neapolitanus In terra Magdaloni
scripsit: 1479 die decima Julii: laudetur Deus semper amen".')
E da credere, quindi, che stesse in quel tempo al servizio
di Diomede Carafa.
Pare che il Molino prendesse poca parte, e solo per breve
tempo, nelle imprese tipografiche e nel commercio dei libri.
Come allora solevano i librai, si occupò anche del commercio
della pergamena. Agli 11 nov. 1487 gli furono pagati dalla
Corte due ducati e quattro tari per otto quinterni di perga-
mena da lui forniti al copista Giov. Rainaldo Mennio.^^ In
questo anno o nel seguente dovette con Mattia Moravo e col
Cinico formare quella società tipografica, che ci è attestata
dal Cinico nelle dediche del Confessionale e dei Sermoni
di Roberto Caracciolo da Lecce, pubblicati nel 1489. Quale
compito fosse assegnato a Pietro Molino nella società col
Moravo e col Cinico non sapremmo dire con sicurezza.
Volendo però avventurare una congettura si potrebbe, con
molta probabilità di cogliere nel vero, ritenere che tutti e tre
dovessero concorrere nelle spese, come vediamo da alcuni
contratti di società tipografiche di quel tempo, e che il Cinico
ed il Molino contribuissero, oltreché col danaro, col consiglio
e con la loro coltura, scegliendo le opere da pubblicarsi, e
curandone la stampa come correttori, e forse anche la vendita,
con le loro relazioni.
Verisimilmente anche il Molino fu, come dicemmo altrove,
uno dei custodi o librarli della Biblioteca Aragonese, trovan-
dosi il suo nome, come quello del Cinico, aggiunto ai titoli di
alcune opere a stampa, che fecero parte un tempo di quella
celebre biblioteca. Un' edizione senza data del Comento di
Ubertino Crescentinate alle Epistole di Cicerone, che un tempo
appartenne alla Biblioteca Aragonese e ora si conserva nella
Nazionale di Parigi, reca in fine questa nota: „ Comento
delle pistole di T. Petrus de Molinis".^) E un' altra anno-
i) Persico, Diomede Carafa uomo di stato e scrittore del secolo
XV. Napoli, 1899, p. 203, in nota.
2) Ced. Tes. Ar., v. 123, e. 2093.
3) Délisle, Mélanges Graux, n. 67.
76 Capitolo VI.
tazione simile si legge in fine di un altro libro, del 1474, che
pure fece parte della stessa biblioteca: „Colibeti de Scoto
Petrus de Molinis".") Più tardi dovette mutare il modesto
ufficio di librario con 1' altro certamente più elevato di Teso-
riere, perchè in un volume delle Cedole della Tesoreria del
1492 (sett.-nov.) vien detto Thesaurario apresso lo S.°'
Re. (Ced., voi. 147, e. 521).
Il violino vide la rovina della dinastia Aragonese e lo
scempio della magnifica biblioteca, al cui ordinamento egli
aveva lavorato. Sopravvisse per parecchi anni, continuando
a dimorare in Napoli, dove lo incontriamo testimone in alcuni
atti notarili del 1504 e del 1505.^^ Era ancora vivente agli
8 di febbraio del i5o8.3>
Caratteri adoperati da M. Moravo.
Tipo I. Gotico piccolo, nitido e di bella forma (20!.=
80 mm.: Haebler 83—84). V. tav. XVIII.
Tipo 2. Rotondo: gì' i con accenti, doppii tratti d' unione.
La coda del u è piuttosto corta {20 1. = 111 — 112; Haebler 115;
Qui). V. tav. XIX.
Tipo 3. Gotico grande (io 1. = 54 mm.; H. 56). V. tav. XX.
Tipo 4. Rotondo, un poco più piccolo del tipo 2 (20 1.
= 109; H. Ili — 112; Qui). L'i ha il punto. V. tav. XXI.
Tipo 5. Gotico più grande del tipo i (20 1. = 86 mm.;
H. 87). V. tav. XXIL
Tipo 6. Gotico anche più grande, ma più piccolo del
tipo 3 (20 1. = 91 — 92; H. 92 — 93). V. tav. XXIII.
Tipo 7. Altro tipo gotico più grande, con capitali curiose.
(Attribuito al Moravo dal Proctor, ma è di Francesco del
Tuppo, come fu ammesso dallo stesso Proctor. E il nostro
tipo 4 di F. del Tuppo.)
1) Ibidem, II. 76.
2) Vedi, tra {:'> a'tn, il Protoc. di Dom. Beffi, a. 1505, a. e. 848.
3) Prot. di Dom. Bofli, a. 1508, a e. 436.
Mattia Moravo, Biagio Ronero, Giovan Marco il Ciaico e Pietro Molino. 77
Tipo 8. Altro tipo gotico usato negli ultimi anni, di
media grandezza (20 1. =: 76 mm.; H. 78). V. tav. XXIV.
E simile in parte al tipo 5, ma vi sono molte diversità,
specie nelle capitali; il C non ha 1' angolo come nel t. 5, il D
ha la linea verticale di un sol tratto, 1' O è alquanto spezzato
a sinistra, il Q non ha 1' angolo ecc.
Tipo 9. Altio tipo gotico piccolissimo (mm. 76; 78: usato
col t. 8). Il B ha la pancia notevolmente larga, 1' O ha il
lato sinistro spezzato, 1' E è tonda, il D ha un tratto superfluo
perpendicolare alla linea verticale ecc. V. tav. XXV.
Tipo IO. Altro gotico piccolo. Le capitali hanno general-
mente doppii tratti: 1' O e il Q li hanno internamente, e così
pure il P e r N (20 1. = 61 mm.; H. 63). V. tav. XXV.
Tipo II. Dubbio. Non sapremmo indicarlo.
Tipo 12. Rotondo, molto simile al t. 4: probabilmente ne
è una riproduzione in corpo più piccolo (20 1. = io3 mm.;
H. 105; Qui). V. tav. XXVI.
Capitolo VII.
Jodoco Hohenstein.
Lo SteifF, già citato,'^ notò fin dal 1886 che nella matri-
cola dell' Università di Heidelberg s' incontra un Jodocus
Huwenstein con la data dell' 11 agosto 1457, e non esitò a
identificarlo col tipografo Jodoco Hohenstein o Hauenstein.
Egli osserva che, nelle soscrizioni apposte da J. H. alle sue
stampe, al nome Hoensteyn è aggiunta 1' indicazione dioe-
ceseos Spirensis, ma non quella della sua patria, e che
questa ultima indicazione manca pure nella Matricola. E poiché
è assai raro, secondo egli afferma, che in documenti del
secolo XV ad un nome segua la sola indicazione della diocesi
senza quella della patria, tranne quando questo nome sia
appunto quello della patria, ossia quando si tratti di una
famiglia nobile, lo Steiff è indotto a credere, in questo caso,
che Jodoco o doveva appartenere ad una delle molte nobili
famiglie Hohenstein, il che non dovrebbe recar meraviglia,
o doveva essere nato in un paese chiamato Hohenstein. Nel
primo caso Jodoco, essendo della diocesi di Spira, ebbe, pro-
babilmente, origine dagli Hohenstein del Reno, o di Alsazia,
o di Svevia, sebbene sia dubbio che quest' ultima famiglia
esistesse ancora alla fine del secolo XV. Ma poiché lo scambio
delle forme Hoensteyn e Hauensteyn sembra accennare appunto
all' origine sveva del nostro tipografo, lo Steiff crede che,
ove si dovesse scartare 1' ipotesi che Jodoco fosse un rampollo
degli Hohenstein di Svevia, si dovrebbe accettare di necessità
r altra, che cioè Hohenstein non sia che il nome della patria
di Jodoco. E allora questi sarebbe nativo del villaggio Hohen-
1} V. Centralblatt fiir Bibliothcks wcsen, III (l886), p. 255.
Jodoco Hohensteyn. 79
Stein posto néll' „Oberamtsbezirk" di Besigheim, villaggio che
apparteneva appunto all' antica diocesi di Spira. Molti altri
tipografi furono originarii di quella contrada, come Nicola
Kessler di Bottwar e Giovanni Schaeffler.
Altro non sappiamo di questo maestro, che in una so-
scrizione vien chiamato vir benignissimus, se non che era
in Napoli nel 1475, ^^^ quale anno (14 sett.) finì di stampare
il Sacramentale di Stefano di Gaeta, e che vi era tuttora
neir anno seguente, come si rileva dalla data del Barbazza
(agosto 1476). Quando sia venuto, s' ignora; ma è molto pro-
babile che egli giungesse in Napoli insieme con S. Riessinger.
Il Giustiniani'^ riferisce la postilla che Domenico Cotugno lesse
in un esemplare del Manilio, da lui veduto nella Biblioteca
Pubblica di Vienna, lo scrittore della quale dice di aver visto
nella Biblioteca Civica di Strassburg un' edizione di Orazio
stampata in Napoli da Jodoco Hohenstein nel 1471. Ma una
tale edizione, per quanto ci è noto, non fu mai veduta da
alcun altro : cosicché, a voler credere esatta la nota scritta nel
Manilio, bisognerebbe supporre che 1' esemplare della Civica
di Strassburg fosse unico, il che è tutt' altro che impossibile.
Disgraziatamente quella Biblioteca andò distrutta durante il
bombardamento del 1870 insieme coi cataloghi: talché ora
non se ne sa più nulla.^^
L' Hain credette di poter riferire all' anno 1480 1' Egidio
Colonna stampato da J. Hohenstein senza data (Bibl. 152), ma
la sua non è che una congettura, non sappiamo su che fon-
data. E però molto probabile che quel maestro Giusto tedesco
(Justo theotonico) che, come vedremo più innanzi, ebbe in
fitto nel 1483 i caratteri di Domenico Carafa per circa otto
mesi, non sia altri che Giusto Hauenstein. Se é così, questi
sarebbe rimasto in Napoli almeno fino all' estate del 1484,
giacché il contratto di locazione dei caratteri fu fatto il
1) p. 95-
2) Dobbiamo al chiaro Bibliotecario sig. Blumstein questa comunicazione.
Egli ha avuto la bontà di aggiungere che, essendosi dovuto occupare di proposito
delle vicende della Biblioteca Civica di Strassburg con l' intendimento di scriverne
la storia, non ha mai trovato alcuna notizia di questo Orazio del 1471.
80 Capitolo VII.
19 dicembre del 1483. Ma, secondo un documento recente-
mente pubblicato,'^ pare che egli fosse tuttavia in Napoli nel
i486, giacche ai 17 di gennaio di quell' anno, per i suoi grata,
plurimum fructuosa et accepta servitia fu nominato, a
vita, familiare domestico del re.
Più tardi Giusto Hauenstein si trasferi in Gaeta. E lui
certamente quel maestro Justo che nel 1488 vi stampò i
Dialoghi di S. Gregorio, perchè, oltre al nome Justo che si
legge nella soscrizione, questo volume reca infine le iniziali
J. H., come fu già notato dal sig. T. de Marinis,-^ le quali
tolgono ogni dubbio sulla identità dei due tipografi.
Caratteri.
J. Hohcnstein non adoperò, per quanto sappiamo, che due
soli caratteri, uno romano, 1' altro gotico.
Il carattere romano è simile a quello di Arnaldo da
Bruxelles (tipo 2), ma alquanto più piccolo (20 1. = 102 mm.,
Q/u; Haebler = 105) e un poco più rozzo. Usò generalmente
r i senza il punto. V. tav. XXIX.
II carattere gotico è molto simile al tipo 5 di M. Moravo
e al carattere gotico adoperato più tardi da Fr. del Tuppo;
ma se ne distingue specialmente per il corpo che è più grande
(20 1. = 86 mm.; Haebler 87—88). V. tav. XXX.
È inesatta quindi 1' affermazione del Giustiniani (p. 160 e
1 68) che i tipi gotici di J. H. siano stati poi adoperati da F, del
Tuppo nel Paride del Pozzo e nell' Esopo. Il carattere
gotico usato dal Del Tuppo nel Paride del Pozzo, nella
Cronaca di Partenopc, nel Columbre e in altre stampe è
molto simigliante, ma di corpo più piccolo (20 1. = 83 — 84 mm.).
1) De Mnrinis, Calalopo n" VI, p. XII— Xlll. V. doc. XVI.
2) Bibliofilia, IV, 257.
Capitolo Vili.
Enrico Alding e Pellegrino Bermentlo.
Narra Giovan Pietro Apulo, in una nota apposta in fine
alle Costituzioni del Regno di Sicilia da lui pubblicate in
Messina nel 1497, che ventisei anni prima, cioè nel 147 1, uno
stampatore di nome Enrico, allectus magna spe lucri,
si parti da Roma coi suoi operai e si condusse in Catania per
pubblicarvi con le stampe le stesse Costituzioni, ma che non
riuscì a far nulla, e di lì a poco si ridusse a Messina, territus
tanto chao.') Questo stampatore, come generalmente si crede,
non era che Enrico Alding.
Il Giustiniani-^ si credette in dovere di mettere in dubbio
i fatti narrati dall' Apulo. Egli osservò che 1' Alding non
tenne stamperia in Roma prima del 1471 e che non si conosce
alcun libro impresso in Catania nel 1471.3^ Ma la testimonianza
di P. Apulo a noi pare degna di fede, sia perchè di un con-
temporaneo, sia perchè è espressa in un modo così preciso
e con tali circostanze e particolari di fatto che non lascia
luogo ad alcun dubbio ragionevole. E ognun vede che le
obiezioni del Giustiniani non hanno alcun valore. L' Alding
ben poteva trovarsi in Roma come artefice in una tipografia
diretta da altri, da cui si sarà poi voluto separare per metter
1) „Nam qum primum ad istud opus, iam sunt anni sex et viginti, . . . im-
pressor Henricus nomine cum operariis ab urbe Roma Cathanam venit allectus
magna spe lucri . . . Messanam divertit, territus tanto chao. (Regalium Constitu-
tionum liber. Messanae, 1497).
2) Op. cit., p. 138.
3) «Quali saranno i monumenti tipografici di Catania per poter sostenere
di aver abbracciata nel suo seno l'arte della stampa circa il 1471?" (Ivi).
Fava e Bresciano, La stampa in Napoli. I. 6
82 Capitolo Vili.
SU una propria tipografia, come fecero tanti altri tipografi.
Né r Apulo dice che 1' Alding stampasse in Catania: anzi
dalle sue parole si rileva chiaramente che si partì senza
potervi pubblicare 1' opera che si era proposto di divulgare
con la stampa.
Enrico Alding del resto non avrebbe avuto tutti i torti
nel concepire la speranza di un buon guadagno con 1' intro-
duzione della stampa in Catania, che era sede di uno studio,
r unico che allora fosse in Sicilia. Invece di fermarsi a
Napoli, dove già Sisto Riessinger e forse anche Arnaldo da
Bruxelles avevano fiorenti tipografie, 1' Alding faceva bene a
recarsi in Sicilia, dove nessun altro tipografo era ancora com-
parso a portarvi l' arte meravigliosa. Se scelse Catania si
spiega facilmente, perchè un libraio aveva tutte le ragioni
per preferire una città che era la sede del Siculorum
Gymnasium, da non molti anni fondato da Alfonso il
Magnanimo: uno studio, coi suoi lettori e coi suoi scolari,
doveva offrirgli molte probabilità di successo. Egli non riuscì
nel suo intento, forse perchè, com' ebbe a notare il Sabbadini,''
r ordinare le Costituzioni in un corpo sistematico era un' im-
presa lunga e non molto agevole, a cui solo potevano riuscire
uomini collocati in alto grado per dignità e intelligenza, quali
furono i viceré Durrea, d' Acugna e La Nuza.
Da Catania adunque l' Alding si condusse in Messina,
secondo 1' Apulo. Se vi si fermasse e vi stampasse qualche
libro non possiamo dire con sicurezza: non si conoscono edi-
zioni da lui eseguite in Messina prima del 1478, giacché
r edizione della Vita di S. Girolamo del 1473, come a tutti è
noto e con buona pace del chiaro prof. Gaetano Oliva, il quale
recentemente ha creduto di dover tornare su questa che egli
crede ed afferma sia ancora una questione,'^ non è mai esistita;
l) Storia documentala dell'Università di Catania. P. I (1898), p. 39-
3) Ci sia permessa una breve divagazione, affinchè non appaia ingiustificato
il nostro giudizio.
L' Oliva crede che si possa ancora far questione del primato nell' intro-
duzione della slampa fra Palermo e Messina ammettendo 1' esistenza di un' edizione
della Vita di S.Girolamo fatta a Messina nel 1473, e crede che la questione
Enrico Alding e Pellegrino Bermentlo. 83
e r edizione senza data delle Epistole di Falaride (H. 12887)
è impressa coi caratteri della Vita di S. Girolamo del 1478,
e deve quindi riferirsi allo stesso anno o a qualche anno dopo.
„per tanto tempo insoluta per mancanza del libro controverso" continuerà a
rimanere insoluta. Ma, lasciando da parte le argomentazioni e i ragionamenti
ispirati all' A. dall' amore per la sua nobile città natale, ci permettiamo di osservare
che nessun fatto nuovo da lui si adduce. Un solo argomento, desunto da un' osser-
vazione di fatto, potrebbe avere molto peso, e perciò merita di essere brevemente
discusso.
Poiché il solo che attesti di aver veduto 1' edizione del 1473, con la data
del 15 aprile (Hain n. 8638), è il Vinci, a cui risalgono tutte le indicazioni che i
bibliografi ne danno, 1' Oliva ha voluto trovargli un compagno autorevole nel
Denis, ed ha fatto notare che anche questi la vide. Il Vinci, osserva 1' O., non
riporta il titolo del libro e il Denis invece lo riporta: è chiaro quindi che il
Denis non si limitò a riprodurre semplicemente la descrizione sommaria del Vinci
da lui citato, senz'aver mai veduto il libro, ma che descrisse questo sopra
un esemplare che ebbe sotto gli occhi. Inoltre il Denis nella descrizione è molto
più esatto del Vinci, e aggiunge delle indicazioni non date da lui; il che non
avrebbe potuto fare senz'aver presente il libro.
Ora tutto questo è perfettamente esatto: il Denis vide, senza dubbio,
1' edizione . , . che descrisse. Ciò è attestato da un' altra circostanza che 1' O.
non ha rilevato. Il Denis cita lo Schiavo, ma alla abb'^eviatura Sic. II, p. 4, che
indica appunto quest'opera, fa precedere 1' altra A m., la quale significa, com'egli
stesso ci fa sapere: Amici privati qui quasdam editiones inspiciendas
benevole praebuere. È chiaro perciò che egli ebbe sotto gli occhi il volume.
Però è chiaro egualmente che il titolo dato dal Denis è proprio quello dell' edizione
del 1478, e che tutte le altre indicazioni da lui aggiunte convengono perfettamente
all' edizione medesima. Dunque si deve concludere che egli vide un esemplare di
un'edizione, diremo così, della Vita di S.Girolamo, che è perfettamente simile
a quella del 1478, anche nella soscrizione che corrisponde parola a parola con
quella dell' edizione del 1478, come può constatare chiunque voglia confrontare
1' edizione stessa con la descrizione data dal Denis: la data del mese e, si noti
bene, del giorno coincidono appuntino, perchè 1' edizione del 1478 ha proprio
la data del 15 aprile (non del 14 come erroneamente pongono alcuni): l'anno,
solamente 1' anno differisce, perche il Denis legge 1473.
Allora delle due 1' una: o mastro Rigo ha eseguito in Messina nel 1473
un' edizione della Vita di S. Girolamo perfettamente simile a quella del 1478,
e 1' ha finita di stampare nello stesso mese e nello stesso giorno in cui cinque
anni dopo finì di stampare la seconda, o si è sbagliato anche il Denis nel leggere
l'anno. Questo pare quasi impossibile all' O., che non vorrebbe, com' ei dice,
essere messo „nella poco edificante condizione di dover aggiungere al Vinci un
altro autore che s' ingannò nel trascrivere quest' opera". Ma a chi non voglia
6*
84 Capitolo Vili.
Nel 1474 r Alding era già in Napoli. La sua presenza a
Napoli nel detto anno è attestata da un documento inedito
dell' II luglio 1474, che riproduciamo integralmente.'^ Esso
concerne la nomina di un procuratore in persona di un certo
Belardino de Albasio, fatta da un herricus theotonicus
oppressator librorum che, se non andiamo errati, non può
essere altri se non mastro Rigo d' alamania, come 1' Alding
volle talvolta chiamarsi.
A Napoli, in società con Pellegrino Bermentlo, pubblicò
nel 1476 il Salterio, e vi rimase per tutto 1' anno seguente,
ma nel 1478 era di nuovo in Messina, dove il 15 di aprile
finiva di stampare la Vita di S. Girolamo. Era ancora in
Messina il 31 maggio 1480, ne altro sappiamo di lui.
riporre una cieca ed ostinata fiducia nell' autorità di un uomo senza dubbio dotto
e competente quale fu il Denis, ma certo non infallibile, non sembrerà strano che
questi, sotto l'impressione della notiria, letta nelle Memorie dello SchiaTo, del-
l'esistenza di un'edizione del 1473, quando gli capitò nelle mani la stampa
messinese, non si sia accorto dello sbaglio commesso da chi prima di lui 1' aveva
descritta. Anzi, aggiungeremo, non era facile che se ne accorgesse, perchè la cifra 8
della data, male impressa perchè mal fatta e logora, sembra davvero, a prima
giunta, piuttosto un 3 che un 8, e solo il confronto coi molti 3 e 8 che s'in-
contrano neir indice della stessa stampa mostra chiaramente che non può essere
un 3. Né il Denis conosceva, si noti bene, 1' esistenza di un'edizione del 1478
ovvero, dicasi pure, da altri riferita al 1478, della quale non si trova notizia né
nella sua opera, né negli annali del Maitlaire, di cui quella è supplemento: se
r avesse conosciuta, si sarebbe facilmente accorto dell' errore.
Né vale osservare che anche il Panzer e 1' Hain citano un' edizione del
1473, e per giunta ne riferiscono la data in cifre romane, perchè è evidente che,
ammessa 1' esistenza dell' edizione del 1473, se la data di questa fosse stata real-
mente espressa in cifre romane, il Denis non si sarebbe certamente permesso
d' indicarla in cifre arabe, dopo di averne avuto sotto gli occhi un esemplare. Dun-
que il Denis non vide che 1' edizione del 1478, con la data del 15 aprile: non
resta quindi a chi voglia ancora sostenere 1' esistenza di un' edizione del 1473
con la data dello stesso mese e giorno che la sola testimonianza del Vinci,
testimonianza che, con buona pace del prof. Oliva, pare anche a noi molto di-
scutibile.
Cfr. Oliva, L' arte della stampa in Messina (Messina, 1901, in S», e
nell'Archivio storico Messinese, I, p. 9 e segg.).
1) V. doc. IX.
Enrico Alding e Pellegrino Bermentlo. 85
Del SUO socio Pellegrino Bermentlo o Barmentloe sappiamo
solo che era di Hasselt/^ e che alcuni anni dopo la società
con r Alding ebbe una propria tipografia in quella città. Vi
stampò dal 1480 al 1481 e dal 1488 al 1490 varie edizioni che
furono descritte dal Campbell. Nessuna di esse però reca il
suo nome : solo alcune hanno le iniziali P. B,
Caratteri.
Tipo I. Romano piccolo simile al tipo 4 di S. Riessinger
(20 1. = 94 mm.; Haebler 96 — 97; Qu/, raramente Q/u). Pare
lo stesso tipo usato a Messina nel 1478. L' h è diversa e
forse il T. V. tav. XXXI.
Tipo 2. Gotico, con maiuscole di forma tipica, che vor-
remmo dire dentata (p. e. 1' H, 1' S ecc.; il C è composto
di due curve; 8 1. = e. 37 mm.). Fu usato pure a Messina.
V. tav. XXXII.
l) Campbell, Annales de la typographie néerlandaise au
XVe siècle (La Ilaye, M. Nijhoff, 1874, p. 523). Per la patria di P. Bar-
mentloe si vegga il n. 824 a p. 226. Cfr. pure Procter, n. 9154 — 9156.
Capitolo IX.
Corrado Guldenmund.
Corrado Guldenmund fu di Nùmberg, come si rileva
dalla soscrizione del suo Me su e (Bibl. i6o). Egli dovette,
come nota il Giustiniani,'' cominciare a stampare nel 1477,
giacché ai 3 di gennaio del 1478 era già terminata l' impressione
di quest' opera.
Nel marzo successivo pubblicò il Cleofilo a spese di
Basilio di Argentina (Bibl. 161), né si conoscono altre edizioni
che rechino il suo nome.
Nel 1481 lo troviamo testimone nel contratto di società
fra Domenico Carafa e i due tipografi Giovanni Steingamer
e Werner Raptor.^'
Era ancora in Napoli nel 1487, giacché ai 17 maggio di
queir anno gli furono pagati dalla Corte un ducato e 4 tari
per alcune cerniere di ottone.^'
Nel luglio 1500 troviamo ancora in Napoli un maestro
Corrado teotonico, che, secondo ogni probabilità, è il Gulden-
mund, il quale ha una controversia con un certo Paride de
Violante a causa del nolo di una mula, datagli in fitto da
costui,*^ probabilmente per 1' esercizio del commercio librario.
1) Op. cit., p. 141.
2) Prot. di e. Malfitano, a. 1481, a e. 273. V. documcDlo XI.
3) „Adi XVII de magio 1487 innapoli a mastro Corrado todesto stampa-
tore vno ducato et quattro Ir. e sonno per lo prezo de otto Jarncrc dattone".
(Ced. Tes. voi. 123, e. 152.)
4) Compromissum Magistri Corradi teotonici. La controversia con
Paride de Violante era super alogerio cuiusdam mule per dictum paridem
logatam cidem Corrado. Ha la data 5 luglio II Ind. [1500] (l'rot. di Aniello
Summonte 15CO — 1504, a e. 233).
Corrado Guldenmund. 87
A C. Guldenmund va con molta probabilità riferita qualcuna
delle edizioni impresse a Napoli, senza nome di stampatore,
dal 1478 al 1483. Tuttavia, poiché è sommamente difficile il
distinguere fra caratteri romani simili e dello stesso corpo
senza un minuto e paziente esame, che non sempre è possibile
fare, abbiamo preferito di classificare fra le edizioni di stam-
patori incerti anche quelle che a noi parevano potersi assegnare
al G., come il Perotti del 1478 e il Terenzio del 1481
(Bibl. 201 e 202).
Caratteri.
Corrado Guldenmund uso una sola forma di carattere
romano, simile al secondo tipo romano di M. Moravo e più
ancora al carattere di F. di Dino (20 1. = iii — 12 mm.;
Haebler 115; Qu/). Usò i punti triangolari e per 1' et i segni
& e 2. Nel Mesue si notano anche dei segni particolari
affatto simili a quelli che si vedono adoperati nei manoscritti
ad indicare la dramma e lo scrupolo.
V. tav. XXXIII.
Capitolo X.
Nicola Jacopo de Luciferis
e Giovanni Adamo di Polonia.
Il nome di Nicola Jacopo de Luciferis s' incontra molto
spesso negli atti notarili dal 1470 al 1499.'^ Un documento
del 21 giugno 1478 lo dice napoletano e regio scriba,^* e un
altro documento del 4 novembre 1480, in cui è detto pure
napoletano, lo qualifica Sacri Regii Consilii Scriba. Ma
in un istrumento di data più antica (del 18 nov. 1469) è detto
nativo di San Severo e dimorante in Napoli (de Sancto
Severo habitatoris Neapolis).^) Ciò è pure confermato da
una litera passus del 14 maggio 1484 spedita ad istanza di
lui, perchè fosse permesso il libero transito di un paio di buoi
da S. Severo a Napoli, che dovevano servire per un suo
podere/^ E da credere, quindi, che dopo lunga dimora otte-
nesse, come si sa di altri tipografi, la cittadinanza napoletana.
Dallo stesso documento si rileva che nel novembre 1469
aveva già in moglie Renzella de Palmcrio, la quale è pure
nominata nell' altro documento del 4 nov. 1480, citato più
sopra.5>
1) Prot. di n. Fr. Basso, 1471 (e. s. n.), C. Malfitano, 1477 — 78, ce. 7 a, 9 a,
aSa, 1481 — 82, cc.Jjb, I03a, 1141, I5ia. 1482—83, ce. 7» e 28a, 46a, 473,
48b, 93, 1483—84, ce. 287 e 296b, 1485—86, e. 28 a, 1489—90, ce. 26a <• 265 b,
1495 — 96, ce. 197 e 237b; Prot. di M.irino di Fiore, 1477 — 78, e. llb e XVI a.
2) Prot. di n. Fr. Basso, 1478, ce. 36b, 373 (2a numeraz.).
3) Prot. di Petruccio Pisano, a. 1469 — 70 (e. n. n.).
4) Privileg. Summ. voi. 53, e. i64b (Vedi documento XV).
5) Prot. di C. Malfitano, a 1480— 81, e. 37b; e Prot. di Petruccio Pisano,
1469—70 (e. s. n.).
Nicola Jacopo de Liiciferis e Giovanni Adamo di Polonia 89
Ebbe una figliuola, Maddalena, che nel 1487 si maritò
ad un Marco Antonio Cotugno/^ Nel detto anno il De Luci-
feris era già Mastrodatti del S. R. C.'^
Ai 27 di gennaio del 1470 comprò da un tal Parusio
Cimitino di Marano 20 moggia di una terra „in pertinentiis
diete ville" (di Marano) per la somma di 200 ducati.^^
Il 14 settembre 1499 e il 13 gennaio 1500 lo troviamo
testimone in due contratti.^^ Era ancora vivente il 22 no-
vembre 1500.^)
Neil' agosto del 1478, quando era ancora scriba regio,
strinse società per la durata di un anno col tipografo maestro
Giovanni Adamo di Polonia e col libraio veneto Nicolò di
Benedetto per esercitare la tipografia con strumenti e caratteri
di sua proprietà. I patti di questa società, espressi in lingua
volgare e contenenti curiosi particolari, si leggono in un ine-
dito istrumento del 4 agosto 1478, che riproduciamo integral-
mente in fine.'*)
Del tipografo Giovanni Adamo di Polonia non abbiamo
trovato alcun' altra notizia nelle carte del tempo. Giova
però far notare che il nostro Giovanni Adamo non può identi-
ficarsi con Adamo Rotwyl, come ha fatto il Fumagalli.^) Il
Rotwyl negli anni 1477 ^ ^478 stampava in Venezia, mentre
Giovanni Adamo finiva di stampare il Confessionale al
I. febbraio 1478 e ai 4 di agosto dello stesso anno stipulava
il contratto con N. J. de Luciferis. E attestata invece la
presenza di A. Rotwyl a Venezia nei due anni predetti dalle
date di alcune sue edizioni (4 luglio e 12 agosto 1477 e
27 giugno e IO sett. 1478). Non pare che Giovanni Adamo
di Polonia abbia stampato altrove.
1) Prot. di Pietro Paolo Velticanio, a. 1487 (e. s. n.). Vi si leggono i
pacta matrimonii. Il D. L. è detto notare.
2) Empcio terre prò nobili Nicolao Jacobo de licifaris (Prot. di
n. Paolino de Golino, a. 1469 — 71, e. 51 a).
3) Prot. di C. Malfitano, 1499— 1500, e. 25. Prot. di Vincenzo De Summonte,
a. 1500, e. 9b.
4) V. documento X.
5) Lexicon typographicum, p. 255.
QO Capitolo X.
Dell' altro socio, Nicolò di Benedetto libraio veneto., non
abbiamo trovato alcuna notizia nelle carte del tempo.
La società esisteva, di fatto almeno, anche prima della
stipulazione del contratto.'^
Frutto della società furono il Confessionale volgare di
S. Antonino (Bibl. 162), pubblicato prima del contratto, e il
Salterio stampato nello stesso anno e con gli stessi caratteri
(Bibl. 163).
Caratteri.
Usarono questi tipografi un solo carattere romano non molto
grande (20!.= 103 mm.; Haebler 106 — 107; Qui). Caratte-
ristico è r & col tratto superiore assai alto. V. tav. XXXIV.
I) V. la coscrizione del S. Antonino (Bibl. Ib2; e il documento X.
Capitolo XI.
Domenico Carafa e i tipografi minori.
Sommario : I. Domenico Carafa e i suoi due sodi. — II. Giovanni
Steingamer. — III. Werner Raptor e 1' edizione del 1478 delle
Rivelazioni di S. Caterina. — IV. Corrado Bonebach. —
V. Bernardo di Dacia. — VI. Basilio di Argentina. —
VII. Simone di Freiberg.
I. Furono genitori di Domenico Carafa Giovanni Antonio
Carafa e Caterina d' Acaia.
Il nome di Giovanni Antonio Carafa, milite e dottore in
utroque, comparisce in molti istrumenti notarili degli anni
1478, 82, 83, 84, 86, 88, 89, 91, 92, 94, 96, 97 e 1511.'^ In un
documento del 30 sett. i486 è nominato Domenico Carafa, suo
primogenito.^^
Ebbe in moglie Caterina della chaya (d' Acaia) ed
ebbe, oltre Domenico, una figliuola di nome Lamia, che maritò
nel 1457 a Giovanni Sanframonti.^^
Il 15 febbraio 151 1 lo troviamo come testimone nei
capitoli matrimoniali tra Pirro Antonio Carafa e Laura di
Bindo dei Tolomei.'*^
Domenico Carafa fu musico della Corte Aragonese per
parecchi anni, con la pensione di io ducati al mese. Nelle
1) Prot. di M. di Fiore, 1477 — 78, e. ólb; Proi. F. Russo, 1481 — 82,
e. I29b; 1482 — 83, e. 208b; 1488, e. 56b; Prot. C. Malfitano, 1483—84, e. 144 e
e. 246; i486 — 87, e. iib; 1488-89, e. 128; 1490—91, e. 385; 1491 — 92, e. 232b:
1493 — 94, e. 3603; 1495 — 96, e. 2753; e Prot. di G. Maiorano, 1497 — 98, e. 5.
2) Prot. di C. Malfitano, i486 — 87, e. iib.
3) Capitoli matrimon. rogati da G. Ferrillo, e. 109.
4) Capit. matrim. rog. da C. Malfitano, voi. 2'.
Q2 Capitolo XI.
Cedole si trovano notati moltissimi pagamenti a lui fatti dal
1469 al 1474.'^
Il nome di Domenico Carafa s' incontra frequentemente
negli atti notarili degli anni 1474, 76, 78, 82, 87, 89, 91, 92, 93, 97,
98 e 1501.'^ Parecchi di questi atti sono contratti di società da
lui conclusi, in diversi tempi, per 1' esercizio di varie industrie.
Sposò Lucrezia Saraceno, dalla quale ebbe un figlio di
nome Vincenzo.^^
Nel 1477 ebbe in vendita, per concessione regia, 100 ducati
all' anno sugli introiti e diritti della Dogana di Napoli,^> della
quale concessione godeva ancora nel i5o8.5>
Era vivente ancora nel 15 17, perchè il 7 genn. di quel-
r anno figura come teste in un atto notarile.^>
1) Ai 24 aprile 1469: „A. Minicho carraffa musich qui segueix(?) lo Sor R.
X due. son per la provisio sua de him mes" (Ced. Tes. Ar. voi. 50, e. 2973). Altri
pagamenti simili sono notati ai IO luglio, 7 agosto, 13 selt., IO ott. e 9 die. dello
stesso anno (C. v. 51, e. 90a, 1461-, 2283, 2833, 4191); e da genn. a giugno 1470
(C. V. 53, e. 1503, 1793, 2483, 30Ób, 371 b, 445be V. 55, e. 4543). Ai 12 genn. 1471:
„A Minico earraffa musieh XXXVIII due. ij tr. son a compliment de XXXX due.
per una ter^a de sa provisio" (C. v. 56, e. 120 a); e ai 26 genn. 1473: „a Dominico
caraffa musich de casa del Senyor Rey a compliment de la ter^a sua fini en de-
hembre ppassat . . . xviiij d. i t." (C. v. 62, e. 1743). La stessa spesa trovasi notata
ai IO maggio, 30 luglio e 15 nov. dello slesso anno (C. v. 62, e. 3903 e v. 63,
e. I97b, 3833, 4963). Per l'anno 1474 vedi il volume 66, e. 1903, 30ib, 3l2b.
2) Prot. F. Russo, 1473—75, e. 873; Prot. C. Malfitsno, 1476—78, e. I3b,
493, 76b; 1481— 82, e. 207b e 205b; i486— 87, e. 2l2b; 1489— 90, e. 137;
1490—91, e. 416; 1491—92, e. 6, ioa, 59b, 1483 e 216; 1492— 93i e. 4ib, 52,
129 e 133; 1496—97, e. igib, 276b; 1497—98, e. 673 e I26b; 1500— 1501,
e. 203b; Prot. G. M3Jorano, 1501 — 1502, e. 663b. Una „empcio serve prò mag."
dominico Carrafa" è nel Prot. di C. Malfitano, 1486—87, e. 2l2b— 2133. Vedi
per altri contratti di società fatti dal Car3fa il Prot. stesso, I492 — 93, e. 133,
5ib, 1293, 1333.
3) Aldim3ri Hist. gencal. d. r3m. C3r3fa, lib. II, p. 22.
4) Sommar. Esecutor. voi. 7, e. 151.
5) (8 die. 1508) „a Domenico Carrafa gentilhuomo in napoli 8d. t. 13 gr.
gli competeano per la mes3ta di febbraio in conto di 100 due. annui sopra la
dogsna e maggior fondaco della città di Napoli" (Ced. v. 185, e. 82 b).
6) Prot. di Giov. Vine. de Elcela, 1516— 17, e. I35b. V. Bresciano, G. Di
tre sconosciuti tipografi (napoletano l'uno, tedeschi gli altri) dimoranti in Napoli
etc. (Sammlung bibliothekswisscnschaftlicher Arbeiten her. von K. Dziatzko, Hcft 14,
P- 13—33)-
Domenico Carafa e i tipografi minori. 93
Nella storia della tipografia napoletana Domenico Carafa
ha una parte importante. Anch' egli fu un tipografo, non nel
senso tecnico della parola, perchè non è a credere che lavorasse
egli stesso da tipografo, come Sisto Riessinger o come Mattia
Moravo, ma perchè fu certamente proprietario di officine tipo-
grafiche, nelle quali fece stampare, per suo conto, da artefici
tedeschi, e di strumenti tipografici, che dava talora in fitto.
Nel 1481 (29 ottobre) si unì in società con due tipografi
tedeschi, Giovanni Steingamer e Werner Raptor, per la durata
di un anno e mezzo, obbligandosi a dare ai due artefici 1' uso
dell' abitazione, del letto, del torchio e dei caratteri, come pure
a fornire la carta necessaria per la stampa e a sostenere la
terza parte delle spese. Le altre condizioni della società furono:
che i caratteri dovessero avere il peso di 47 rotola; che, dedotti
il capitale e le spese, il lucro si dividesse in tre parti uguali
fra Domenico Carafa, Giovanni Steingamer e Werner Raptor,
come pure che i possibili danni dovessero sopportarsi in eguali
proporzioni; che si potessero assumere altri lavoratori, ove
occorresse, e che, scoppiando qualche pestilenza in Napoli, i
due tedeschi potessero allontanarsi e poi tornare nella società
e rimanervi fino al termine stabilito.
Il testo di questo contratto è dato da noi integralmente
altrove.') E un documento assai importante, perchè ci fa
conoscere i nomi di due artefici altrimenti ignoti (solo il Raptor
era noto a qualcuno, ma non si sapeva che avesse stampato
in Napoli) e varii curiosi particolari relativi alle imprese tipo-
grafiche. Da esso rileviamo pure che Domenico Carafa aveva
già prima del 1481 fatto stampare altri libri, di uno dei quali
sappiamo anche il titolo: gli Evangeli. Infatti egli si obbligò
i) V. documento XI. Questo documento aveva fin dal XVII secolo richia-
mato l' attenzione dei nostri eruditi. È indicato dal Tutini nei suoi „Notamenti
di diversi antichi Notari del Regno e di molte cose cavate dalli loro Protocolli".
(Ms. della Biblioteca Brancacciana IV. B. 15: e. 194 — 207), e nei varii mss. dei
Notamenti dell' Afeltro. — È stato recentemente pubblicato dal Bresciano nel
citato lavoro (Sammlung bibliotliekswiss. Arb. 14) e dal sig. Tammaro de Marinis
in borze di stampa. Fu anche riprodotto da L. S. Olschki nella Bibliofilia
(ni, p. 68 e seg.).
Q4 Capitolo XI.
a fornire ai due stampatori tedeschi, tra le altre cose, unum
torcular in ordine et licteras cum quibus dictus
dominicus laborari fecit evangelia.
Dunque dalla officina di Domenico Carafa usci prima del
1481 un' edizione degli Evangeli che finora non ci è riuscito
di identificare con alcuna di quelle che abbiamo potuto vedere.
Non conosciamo quali stampe uscirono dall' officina di D, C,
durante i diciotto mesi della società con G. S. e W. R.: forse
saranno da attribuire a lui alcune delle tante edizioni prive
di note tipografiche, di cui ancora non si è potuto determinare
r origine; forse le edizioni da lui prodotte andarono perdute.
È noto poi che anche allora i tipografi non si occu-
pavano soltanto della stampa dei libri, grandi e piccoli: stampa-
vano anche in gran numero fogli volanti contenenti orazioni,
bandi, bolle, dispense matrimoniali, cedole, prammatiche, pro-
teste e cose simili, come abbiamo visto di F. del Tuppo. E
pare che in alcune tipografie si stampassero esclusivamente,
o quasi esclusivamente, fogli volanti.'^
Ci sia permessa intanto una congettura. Nel 1481
(21 marzo) si pubblicò un' edizione del Fior di virtù senza
indicazione di luogo e di tipografia, che però tanto la forma
dei caratteri, quanto altri indizii inducono a credere napoletana.'^
Il De Licteriis 1' attribuì ad A. da Bruxelles,^* ma è certo che
i caratteri coi quali è impressa, sebbene di tipo napoletano.
l) Olivino di Bruges stampò in Messina verso l'anno 1500 un gran numero
di bolle, dispense, cedole etc, che gli vennero pagate dal Vescovo di Cefalù in
ragione di 14 tari prò quolibet miliare bullarum vivorum et dispensa-
tioDum matrimonialium e di 7 tari prò quolibet miliare bullarum
mortuorum et cedularura compositionum votorum. Lo slesso Olivino,
nel 1503, stampava salvcregine per conto di Baldassare Armani di Perugia,
maestro di scuola. Lorenzo di Bruges, forse fratello di Olivino, si obbligava, nel
1504, a stampare bene et magistraliter de bona stampa et bonis licteris
20 mila bolle in viginti risimis pagine. (Di Marzo, in Arch. stor. sic. IV.
(N. S.), p. 337 e scgg.) Un Laurentius Gandulli januensis et civis Pan-
hormi magister stampator litterarum stampava a Palermo nel 1504 bolle
della SS. Trinità a 6 tari al migliaio (Starabba, in Arch. cit. (I. s.) a. II, 472).
3) Giustiniani, p. 2iu. V. Bibl. 211.
3) in. 144
Domenico Carafa e i tipografi minori. 95
sono diversi da quelli di Arnaldo e da tutti i caratteri, finora
conosciuti, usati dai tipografi napoletani. Che sia essa uno
dei prodotti della stamperia del Carafa?
Due anni dopo, nel 1483, D. C. comparisce nuovamente
negli annali della tipografia napoletana, non più come capo
di un' azienda tipografica, ma solo come proprietario di strumenti
e di caratteri dati in fitto ad altri.
Il ig die. 1483 un maestro Giusto tedesco, che non
potrebbe, crediamo, non identificarsi con quel Giusto Hauen-
stein, che nel 1476 stampò in Napoli la Repetitio de rebus
ecclesiae non alienandis di Andrea Barbazza (Bibl. 150) e
con quel maestro Justo, che più tardi (1488) impresse in Gaeta
i Dialoghi di S. Gregorio, tolse in fitto da D. Carafa per
dieci ducati e per la durata di otto mesi circa dei caratteri
tipografici (quandam suam licteram actam ad stam-
pandum libro s) del peso di 122 libbre, forse quegli stessi,
come parrebbe dal peso, che due anni prima il Carafa aveva
messo a disposizione dei suoi socii Steingamer e Raptor,
dando al locatore come pegno altri suoi caratteri del peso di
libbre ii2.'>
Non sappiamo quali siano i libri stampati da maestro
Giusto coi caratteri di D. Carafa.
IL Di Giovanni Steingamer di Landsberg e di Werner
Raptor di Marburg non sappiamo altro se non che nel 1481
si unirono in società per un anno e mezzo con Domenico
Carafa, per esercitare insieme, con gli strumenti e i caratteri
di lui, r arte tipografica, come appare dal documento testé
ricordato. Erano artefici tedeschi, che passavano da una
officina ad un' altra, e che forse non ebbero mai una tipo-
grafia propria. Dello Steingamer non si conosce alcuna edi-
zione. Il sig. ]3e Marinisi) ha creduto attribuirgli il Messale
i) II contratto di locazione dei caratteri di D. Carafa a maestro Giusto
venne per la prima volta pubblicato dal Filangieri, ma non integralmente (Arch.
stor. Nap. XII, 50, in nota). V. documento XIII.
2) Per la storia della tipografia napoletana nel secolo XV, p. 3
e nella Bibliofilia, III, pp. 289 — 290.
96 Capitolo XI.
senza indicazione tipografica, descritto nel catalogo Rosenthal
n. 100 e r edizione, senza nome di tipografo, del Formolario
de epistole uulgare di C. Landino con la data di Napoli 1490,
21 maggio (Bibl. 177), che si consenta nella Vaticana, perchè
V uno e r altra recano un' insegna tipografica,'^ nella quale egli
crede di leggere le iniziali S. G.-^ Ma, lasciando stare che la
lezione adottata dal D. M. è molto dubbia (il Kristeller legge
E. G.), e che sarebbe alquanto strano che il solo cognome Stein-
gamer fosse indicato con due iniziali, è da notare che la stessa
insegna si trova pure in un Officio impresso da Cristiano
Preller nel 14902) e che il Messale di sopra accennato sarebbe
stampato coi caratteri di Mattia Moravo, come assicurò il
Proctor.^^ L' attribuzione di queste due stampe allo Steingamer
ci sembra, quindi, affatto infondata per sé stessa. Vedremo
più innanzi che esse vanno invece riferite a Cristiano Preller.
III. Di Werner Raptor si conosce un' edizione del
28 aprile 1478, o, per essere più esatti, si trova il nome in
alcuni esemplari di quella edizione del 28 aprile 1478 della
Divina Dottrina di S. Caterina, in altri esemplari della
quale si trovano i nomi di Francesco N., di Bernardo di Dacia
e di Corrado Bonebach. I caratteri di questa edizione sem-
brano quelli di Enrico Alding, come nota il Proctor: questi
suppone, perciò, che i tipografi, che vi vollero far figurare i
proprii nomi, fossero addetti alla stamperia dell' Alding e che,
quando questi lasciò Napoli per andarsene a Messina, con-
tinuassero a stampare a spese comuni. Preferibile ci sembra
però r ipotesi del Dziatzko, il quale crede, appoggiandosi ad
uno dei patti della società tra D. Carafa e i due tedeschi (libri
ipsi vendantur prò communi et indiviso, seu dividantur
inter eosdem), che gli esemplari della Divina Dottrina si
dividessero fra i quattro tipografi, e che, in conseguenza,
I) Riprodotta dal Kristeller (op. cil. n. 351).
3) K stato se^^uito in ciò dal Burgcr (Index, p. 554).
3) Copinger, II, 4470.
4) Bibliofilia, III, p. 390.
Domenico Carata e i tipografi minori. Q7
ciascuno di essi avesse voluto contrassegnare col proprio nome
gli esemplari, che gli erano stati assegnati.'* La stampa che
reca il nome di Werner Raptor, sfuggita all' Hain e al
Copinger, venne per la prima volta indicata e descritta dal
De Lir^-eriis,*^ e poi dallo Zambrini, non senza inesattezze. 3^
Né r uno, né 1' altro sospettarono che fosse edizione napoletana.
V. Bibl. 164.
Il Raptor era nativo dell' Assia, ma è dubbio il luogo
d' origine. Dal documento XI si rileva che era di Marburg,
città che si trova appunto nell' Assia, ma la soscrizione della
S. Caterina (Bibl, 164) lo dice di una terra dell' Assia chiamata
Gùldene Troghe.^' Vero è che questa stessa indicazione di
patria segue pure, nella soscrizione di altri esemplari, il nome
di C. Bonebach.
IV. Il nome di Corrado Bonebach si trova in alcuni
esemplari della Divina Dottrina di S. Caterina da Siena,
stampata nel 1478 (28 aprile), né altrimenti è conosciuto. La
stampa, che reca il suo nome, è perfettamente conforme a
quella che reca il nome del Raptor e che è stata da noi
descritta a suq luogo (V. Bibl. 164). Soltanto, nella soscrizione
(a e. 119 a, col. 2""), nella 3^ linea, alla parola „Compolitum" è
sostituita r altra „Imprenum", e nella 4-' linea alle parole
„Vuernerum Raptorem" sono sostituite le altre „Conradum
Bonebach".5J
Il Bonebach, come il Raptor, nella soscrizione della
S. Caterina è detto originario di una terra dell' Assia chiamata
Gùldene Troghe.^^
1) Sammlung bibl. Arbeiten XIV, p. 21 (in nota). Sembra, adunque,
che il Raptor prima del 1478 fosse uno degli artefici addetti alla tipografia
dell' Alding.
2) I, 166.
3) Le opere volgari a stampa. Bologna, 1878, p. 234 — 235.
4) V. la comunicazione del Dr. Falckenheiner nel citato fase, della Samm-
lung b. A., a p. 19 — 20, in nota.
5) Vedi il fac-simile di questa pagina nel citato lavoro del Bresciano,
in fine.
6) V. la nota 4.
Fava e Bresciano, La slampa in Napoli. I, 7
98 Capitolo XI.
V. Anche il nome di Bernardo Danese (Bernardus de
Dacia), come quelli dei due precedenti suoi compagni, si trova
solo, per quanto ci è noto, in alcuni esemplari della stessa
edizione delle Rivelazioni o Divina Dottrina di S. Caterina.
Questi esemplari sono pure conformi in tutto a quelli che
recano il nome del Bonebach o di W. Raptor, tranne nella
soscrizione che è alquanto diversa. V. Bibl. 1 64.
VI. Basilio di Argentina era già noto come editore,
avendo nel 1477 fatto stampare a sue spese da Corrado
Guldenmund le Epistolac e i Carmina di Francesco Ottavio
Cleofilo (Bibl. 161).
Egli, però, fu anche tipografo. La R. Biblioteca Palatina
di Parma conserva una rarissima edizione di Sulpizio Veru-
lano, stampata nel 1482 per Basilium de Argentina
(Bibl. 165). Non ha indicazione di luogo, ma è certamente
edizione napoletana.
VII. Un documento del 28 genn. 1484, già ricordato a
proposito di Francesco del Tuppo, ci attesta la presenza a
Napoli, nel detto anno, di un tal Simone di Freibcrg, chierico
della diocesi di Meissen (Simon de Friberica, clericus
Missinensis dioeceseos), con cui F. d. T. ebbe a litigare
violentemente, a causa di certi libri, davanti la bottega del
noto libraio Giovanni Vaglics," e dalle cui mani strappò la
bolla della tonsura.
Questo chierico tedesco non poteva essere che un tipo-
grafo, uno dei tanti chierici che si dettero all' esercizio del-
l' arte tipografica, e secondo ogni probabilità uno di quelli
che lavoravano nell' officina di F. d. T. Dal documento si
rileva che era stato ordinato chierico in Roma il Sabato «Santo
25 marzo 1475.''
l) V. documento XIV.
3) Il cognome di questo Simone è scritto nel documento in modo d.i non
permettere di stabilirne la vera torma (simon tauser wolgli?). Abbiamo, perciò,
preferito di non tenerne conto.
Domenico Carafa e i tipografi minori. 99
Caratteri.
L' edizione delle Rivelazioni di S. Caterina, di cui
alcuni esemplari hanno nella soscrizione il nome di Werner
Raptor, altri di Corrado Bonebach, altri di Bernardo di Dacia,
altri di Francesco N. fiorentino, ossia di Francesco di Dino
(Bibl. 164), è impressa in un piccolo carattere romano (mm. 95;
97; Qui) che, come si è già osservato a p. 96, sembra quello
di Enrico Alding o almeno similissimo al carattere romano di
lui (tipo 1). V. tav. XXXV e XXXVI.
Il carattere adoperato da Basilio di Argentina è romano,
facilmente riconoscibile per la forma dell' A, che è munita
di un uncino all' apice (mm. 104; 106 — 107; Qu/). Rassomiglia
al carattere di Florenzio di Argentina. V. tav. XXXVII.
7^
Capitolo XII.
Francesco di Dino.
Nel 1474 sappiamo che era in Napoli e che esercitava
la professione di libraio.'^ Pare che alla officina di Enrico
Alding, insieme con Werner Raptor, Bernardo di Dacia e
Carlo Bonebach fosse anche addetto Francesco di Dino. Il
Proctor, a cui si deve questa fondata ipotesi, pensa che quando
r Alding lasciò Napoli, per andare a stabilirsi in Messina, gli
artefici continuassero a spese comuni a stampare. Il Dziatzko
invece suppose, come si disse testé, che, partito 1' Alding, i
suoi artefici si dividessero, giusta la consuetudine, i libri da
vendersi, fra cui era, forse ancora sotto i torchi, una edizione
delle Rivelazioni diS. Caterina, e che ciascuno di essi appo-
nesse il proprio nome a quel numero di esemplari che gli era
stato attribuito. Ciò spiegherebbe perchè nella soscrizione di
qualche esemplare di quella edizione si legga il nome di un
Francesco N, fiorentino (Bibl. 164). E certo ad ogni modo
che i caratteri coi quali fu impressa la Divina Dottrina di
S. Caterina, simili a quelli dell' Alding, non furono da Fr. di
Dino adoperati in alcun' altra delle sue edizioni, tutte impresse
in un bel carattere romano di corjDO più grande e bene eseguite.
La tipografia di Francesco di Dino ebbe una breve
esistenza di appena tre anni (1478 — 80). Nel 1481 egli era
nella sua Firenze.
Caratteri.
Usò un solo tipo romano piuttosto grande, simile a
quello di C. Guldenmund (20!.= iii mni.; H. 114 — 115 Qu ).
V. tav. XXX Vili.
i) Ciò si rileva chiaramente da una sua quietanza dell' 1 1 giugno di quel-
r anno (clr. la noia di T. ile Matiins nella BiMioiilia, IV, p. lui — 103).
Capitolo XIII.
Cristiano Preller.
Vedemmo già che Cristiano Preller era nel 1487 socio
di Francesco del Tuppo, e che di tanto in tanto soleva recarsi
nella tipografìa comune posta nel vico di S. Chiara ad osser-
vare r andamento dei lavori tipografici, forse perchè aveva
già o stava per avere una propria stamperia. Certo è che
nel 1487 pubblicò un Ufficio ornato di figure silografiche.
Dell' anno 1488 non si conosce alcuna sua edizione, probabil-
mente perchè, invitato a stampare il Breviario Capuano,
dovette in quel!' anno trasferirsi a Capua per intraprendere la
stampa di quel grosso volume, terminata nel 1489. Ma
nello stesso anno ritornò in Napoli, e il 5 novembre vi finì
di stampare il Manuale. Dal 1489 al 1498 continuò a eser-
citare in Napoli 1' arte nella quale era abilissimo, pubblicando
bellissime edizioni divenute straordinariamente rare.'^ Come
il Moravo, con cui gareggiò e per la bellezza dei tipi gotici
e per la eccellente esecuzione della doppia tiratura in rosso e
nero, si segnalò specialmente nella stampa di opere liturgiche.
Delle sedici edizioni che di lui conosciamo-^ otto sono ufficii
o breviarii o messali, spesso ornati di figure silografiche.
Parecchie altre edizioni di C. Preller hanno illustrazioni
silografiche, talora artisticamente notevoli ; e non è improbabile
che di queste, e forse anche di altre incisioni che si vedono
1) „. . . un Cristiano Preller, tipografo, di cui non si sa che stampasse altri
libri." Così scriveva nel 18S5 Vittorio Imbriani (Notizie di Marino Jonata Agnonese.
Napoli, tip. della R. Università, pag. 3).
Il G. non ne conobbe che due.
2) Compreso il Breviarium Capuanum impresso in Capua.
I02 Capitolo XIII.
in edizioni napoletane d' altri tipografi, sia stato autore lo
stesso Preller.
Se si considera che delle quindici edizioni napoletane
da noi descritte dieci sono rappresentate, almeno secondo i
risultati delle nostre ricerche, da un solo esemplare superstite,
e che si conoscono ben tre edizioni stampate a brevi intervalli
nel solo primo semestre dell' anno 1490, mentre non se ne
conosce che una o due per ciascuno degli anni 1487, 1489,
1491, 1495 — 1498 e nessuna degli anni 1492, 1493 e 1494,
bisogna ammettere che molte altre edizioni dell' eccellente
tipografo bavarese devono essere andate distrutte, e tenere
come probabile che qualche altra se ne discopra in avvenire.
Caratteri.
Tipo I. Gotico medio (20 1. = 83 — 84 mm.; H. 85 — 86):
simile al tipo 5 di Ì\I. Moravo e al tipo 3 di F. del Tuppo.
V. tav. XLI.
Tipo 2 A. Gotico piccolo (20 1. ^= 83 mm. [col tipo 1]).
Caratteristica ò la lettera D, con la codetta rivolta all' insù e
con piccolo tratto superfluo, e la M, diversa dalla M del
tipo I (n. 49 di Haebler). L' U è chiuso nella parte superiore.
Non abbiamo incontrato questo carattere nello edizioni napole-
tane da noi esaminate, ma solo nel Breviarium Capuanum.
Somiglia al t. 6 di F. del Tuppo. V. tav. XLII.
Tipo 2. Gotico più grande (20 1. = loi mm.; H. 104).
Il G rassomiglia ad un H, il T ad un C. Caratteristici sono
anche il T, in cui sembra di vedere, nel tratto verticale, la
cifra 8, il D, 1' O e il Q (1487 — 1498). V. tav. XLIII.
Tipo 3. Gotico piccolo (20 1. = 71 mm.; Haebler 72).
L' J, l'È e il T sono caratteristici; 1' O e il C hanno un
angolo a sinistra; solamente il Q ha un doppio tratto obliquo
internamente. Fu adoperato nei Miracoli della B. \'^ergine
del 1497 (Bibl. 183). V. tav. XLIVa.
Tipo 4 (dubbio). Gotico piccolissimo (20 1. — - 68 mm.;
Haebler 70). Il D e 1' U col doppio tratto centrale mentre
Cristiano Preller. I03
r O, il P e il Q sono vuoti. Il T è spezzato, e 1' M somiglia
ad un O e un J accostati. Si trova adoperato col tipo 3 in
un' edizione senza nome di tipografo e senza data (Elisio, de
naturali philosophia), che pare della fine del secolo XV
(V. Bibl. 185 e tav. XLIVb).
Insegne.
Il Preller fu uno dei pochissimi tipografi di Napoli che
usarono insegne. Nelle sue edizioni se ne incontrano due.
La prima, o piuttosto la più nota, è un rettangolo nel
quale, in mezzo ad uno scudo bianco, è rappresentato un tronco
d' albero in cima ad un monte a tre vette, col nome Cristannus
Preller (cfr. Kristeller, n. 113 e Haebler, Typenrepertorium,
II, p. 65). Fu adoperata in tre edizioni (Bibl. 178, 179 e 183).
V. tav. XLVa.
L' altra, finora riferita ad uno stampatore sconosciuto
(Kristeller, n. 351) reca un monogramma di dubbia lezione (il
Kristeller legge E(?) G.) che non può riferirsi al Preller, ma
a qualche ignoto editore che soleva servirsi della stamperia
Prelleriana o a qualche socio. V. tav. XLV b.
Non vogliamo far congetture che non abbiano un
solido fondamento, ma ci restringiamo a far notare che
delle tre edizioni in cui s' incontra questa insegna misteriosa
una (il Landino: Bibl. 177) è impressa indubbiamente coi
caratteri di C. Preller (tipo i) e un' altra (1' Ufficio del 1490:
Bib. 17 6) reca addirittura nella soscrizione il nome del Preller.
La terza, cioè il Messale senza indicazioni tipografiche (Bibl. 174),
sarebbe impressa coi caratteri del Moravo secondo 1' autore-
vole parere del Proctor (cfr. Bibliofilia, III, pag. 290); ma
i caratteri gotici Moraviani sono similissimi a quelli del Preller,
soprattutto il tipo 5 del M. al tipo i del P., e noi ignoriamo
i termini precisi in cui il Proctor espresse il suo giudizio.
Ecco perchè abbiamo creduto di mettere in relazione con
C. Preller 1' insegna controversa, pur non potendo dire con
104 Capitolo xiir.
sicurezza perchè rechi quel monogramma e qual nome si
nasconda sotto quelle iniziali.
Senonchè queste, anzi che E G, crediamo che si possano
e debbano leggere A G, lezione che ci vien confermata da
un autorevole parere; ed osserviamo che in un' altra edizione
Prelleriana, le Consuetudines Panhormi stampate nel 1496
a spese di un Giorgio Bert fiammingo (Bibl. 181), s' incontrano
pure le iniziali A G.
Noi supponiamo che sotto queste iniziali si celi Antonio
Gontier che, oltre all' avere avuta una propria tipografia, dovette
con molta probabilità essere per qualche tempo socio del
Preller o editore.'^
i) V. p. 106.
Capitolo XIV.
Aiolfo de Cantone, Antonio Gontier,
Giovanni Tresser e Martino di Amsterdam.
a) Aiolfo de Cantono.
Del milanese Aiolfo de Cantono o de' Cantoni nessuna
notizia ci fu dato di rintracciare nelle carte del tempo." Non
si conoscono che solo sei edizioni pubblicate da questo tipo-
grafo dal 1491 al 1496, tutte notevoli per la buona esecuzione,
e quasi tutte ornate di eleganti iniziali e di bellissimi fregi
incisi in legno o di figure silografiche. Il Duff nel suo cata-
logo gli ha attribuito 1' edizione di Dante del 1477 per la
rassomiglianza dei caratteri, notata pure dal Proctor, ma è
una ipotesi che a noi pare non abbastanza fondata.
Da un privilegio concessogli nel 1492^^ si rileva che
Aiolfo pubblicò pure un Formularium instrumentorum,
di cui non si conosce però alcun esemplare. Tre delle sue
edizioni, il Sinulfo, l'Aquila e l'Officio hanno notevoli
figure silografiche, di cui diremo altrove.
Se dobbiamo prestar fede al Chioccarelli che riferisce la
soscrizione dei Sermone s di Domenico de Carpanis, Aiolfo
aveva nel 1496 già ottenuta la cittadinanza napoletana. E
i) In un Protestum prò nob. antonio de la croce de Mediolano
del i' febbr. i486 figura un Ambrosius de Cantono mediolanensis (Protoc.
di M. Laudario, i486, a e. s. n. verso il mezzo). Un Andrea de Cantano s' in-
contra in un atto notarile del 21 die. 1517. (Protoc. di V. de Electa, 1517,
e. 1606).
2) V. documento XX.
Io6 Capitolo XIV.
bisogna credere che 1' abbia ottenuta tra il novembre e il
decembre 1496, perchè nessuna menzione se ne fa nell' Orbis
Breviarium, pubblicato nel novembre.
Caratteri e insegna.
Questo tipogfrafo non ebbe, per quanto noi sappiamo, che
un solo tipo di carattere romano di medio corpo, meno bello
dei caratteri Moraviani ed anche di altri tipografi napoletani
precedenti (20 1. = 103 mm.; Haebler, 107; Qu). L' M è talora
irregolare con 1' angolo sinistro più stretto del destro, e il T
ha la linea orizzontale un po' obliqua, la parte sinistra più in
alto. Usò un' insegna col suo monogramma e con le lettere
.AYO. .CA. (Kristeller, n. iii. V. pure Haebler, Typen-
repertorium, II, p. 66). V. tav. XLVI.
E notevole che la carta di cui egli si servì per alcune
delle sue edizioni (Bibl. 190) ha una filigrana con le lettere
AC (G?). (V. il n. 9243 del Briquet).
b) Antonio Gontier.
Di questo tipografo non sappiamo altro se non che nel
1493 pubblicò un'edizione del Liber aggregationum di
Alberto Magno (Bibl. 192).'^
Forse il Gontier fu anche editore e per qualche tempo
socio di C. Preller, ed a lui va riferita con molta probabilità
r insegna con le iniziali A G (V. tav. XLV) che si vede in
alcuni libri impressi coi caratteri Prelleriani (Bibl. 174, 176 e
177), verisimilmente in società col Gontier o a spese di lui.'^
1) Il Procter gli attribuì anche le Orationes di Ludovico di Valenia
(d. 3996), che noi preferiamo credere edizione romana (V. Bibl. 223).
2) V. p. 103.
A. de Cantone, A. Gontiei, G. Tresser e M. di Amsterdam. I07
Caratteri.
Egli usò, per quanto ci è noto, un solo tipo di carattere
gotico molto piccolo (68 mm.; Haebler 70). V. tav. L.
c) Giovanni Tresser.
Di Giovanni Tresser si trova il nome, associato con quello
di Martino di Amsterdam, in una sola edizione, finita di stam-
pare il 17 luglio 1498 (Bibl. 193). Dalla soscrizione di essa
rilevasi che era di Hòchstàdt.
Sembra certo che il Tresser, prima di avere una propria
stamperia, fosse uno degli artefici di Francesco del Tuppo,
Se è lui quel Johannes theotonicus che si trova nominato
in un atto notarile del 1470,') si potrebbe supporre che egli
fosse venuto in Napoli fin dalla introduzione della tipografia,
probabilmente con S. Riessinger, e che, partito costui, con-
tinuasse con gli altri fidi artefici tedeschi a lavorare nella
officina, rimasta al solo del Tuppo. Ad ogni modo col Del
Tuppo lo troviamo nel 1487. Vedemmo infatti'' che nel pro-
cesso tra Leonardo Caracciolo e F. del Tuppo, del 1487, s' in-
contra come testimone, insieme con Martino di Amsterdam,
un Johannes theotonicus impressor che, con ogni pro-
babilità, è Giovanni Tresser. Anche il Proctor, movendo da
altre considerazioni, congetturò che il Tresser e Martino
fossero i Germani fidelissimi di F. del Tuppo.
Ritroviamo il Tresser come testimone in un documento del-
l' anno 1491,3' anche senza l' indicazione del cognome (Johann e
teotonico impressore librorum), né di lui sappiamo altro.
1) Protocollo di Pietro Ferrillo, 14Ó9 — 70, e. 22 la.
2) V. capitolo III: appendice.
3) Protocollo di Frane. Basso, 1491, e. 30a.
Io8 Capitolo XIV.
Caratteri.
G. Tresser usò un solo tipo di carattere romano simile
al tipo 12 di M. Moravo (20 1. = 103 mm.; H. 106 — 107; Qu/).
V. tav. LI.
d) Martino di Amsterdam.
Martino di Amsterdam fu uno dei primi operai tipografi
venuti in Napoli. Nel 1487, come vedemmo altrove, un
Magister de Astradan compositor, citato come testimone
nel processo tra Francesco del Tuppo e Leonardo Caracciolo,
dichiarava di aver lavorato per 14 anni nella tipografia di
F". del Tuppo: e vedemmo pure che il Minieri Riccio, autore
di un riassunto del predetto processo, nominando in altro luogo
lo stesso testimone, lo chiama Martino. Non è dubbio quindi
che questi fosse proprio Martino di Amsterdam. Egli adunque
venuto in Napoli probabilmente con gli altri compagni di
S. Riessinger, lavorò dal 1473 al 1487 nella officina, che fu
prima dei socii Riessinger e del Tuppo, e che poi nel 1478,
come si dimostrò in altro luogo, rimase al Del Tuppo e nella
quale sappiamo che era il compositore. È da credere che
continuasse a rimanervi fino al 1498 quando egli e Giovanni
Tresser, suo compagno di tipografia fino a quel tempo, im-
piantarono una tipografia propria dalla quale pare che sia
uscito il solo Fontano, finite di stampare il 17 luglio (Bibl. 193).
Neil' anno seguente, non più in società col Tresser. o morto o
separatosi dal socio, pubblicò, con la data del 27 gennaio,
r Officio, che è 1' unica stampa la quale rechi il solo nome
di Martino di Amsterdam (Bibl. 194).
Nel gennaio 1500 era a Roma socio del Besicken, col
quale continuò a stampare.
A. de Cantono, A. Gontier, G. Tresser e M. di Amsterdam. IO9
Caratteri.
Martino di Amsterdam usò, per quanto noi sappiamo,
un solo tipo di carattere gotico, simile al tipo 3 di F. del
Tuppo, ma di corpo un poco più grande (mm. 87 circa). Vi
è qualche lieve diversità nella S e nell' I. Probabilmente è
lo stesso carattere adoperato più tardi in Roma col Besicken
(tipo 7 di Haebler). Martino usò anche parentesi e tratto di
unione. V. tav. LII.
Capitolo XV.
La silografia.
Sommario: I. La silografia e 1' ornamentazione del libro. — II. Silo-
grafi tedeschi e silografi italiani. — IJI. I primi tipografi e le
prime illustrazioni silografiche. — IV. S. Riessingcr incisore?
V. Le silografie napoletane: loro distinzione. — VI. Silografie
Riessingeriane. — VII. Il Gafuri e 1' Istoria di Florio e
Biancofiore. — Vili. 1 libri illustrati Tuppiani : l'Esopo. —
IX. Le silografie Prelleriane. — X. Silografie Cantoniane. —
XI. Le silografie degli ufficii. — XII. Gli ufficii di
M. Moravo. — XIII. Gli ufficii del Preller. — XIV. L' ufficio
di A. Cantoni. — XV. Le insegne e gli ornamenti silografici.
L Come vedemmo altrove,'^ mentre in Germania la silo-
grafia era largamente praticata anche prima dell' invenzione
della stampa, specialmente per la riproduzione d' immagini
sacre, in Italia essa non ebbe allora che uno scarso sviluppo
e una diffusione più limitata, tanto che fu creduto da alcuni,
fino a non molti anni addietro, che fosse quasi ignota presso
di noi durante i primi tre quarti del XV secolo.-'^ Né pare
che in Italia fosse molto conosciuta o almeno molto ricercata
la produzione germanica di figure silografiche, la quale trovava
nei paesi teutonici cosi facile smercio in tutti i mercati.^'
Quali che fossero le cause, non difficili del resto a intra-
vedere, di questo fatto,^' è certo però che la silografia, se ebbe
1) V. Capitolo I.
2) Lippmann, p. 2.
3) A Napoli però, almeno pochi anni dopo 1' introduzione della stampa,
si taceva commercio d' immagini stampate da qualche libraio estero. V. capìtolo I.
4) Lippmann, 1. e.
La silografia. Ili
in Italia un minore sviluppo rispetto alla Germania soprattutto
prima della introduzione della stampa, vi fece ben presto
grandi e rapidi progressi allorché fu applicata alla orna-
mentazione del libro in sostituzione delle iniziali e delle figure
miniate e degli altri ornamenti eseguiti a mano.
Nondimeno anche dopo l' introduzione e i progressi della
tipografia, e quando diventava sempre più largo 1' uso del-
l' incisione in legno nell' ornamentazione del libro, continuò
ancora, non ostante il crescente progresso di queste arti, a
fiorire contemporaneamente, mantenendosi in un alto grado
di perfezione, 1' arte dei calligrafi e dei miniatori. Una
prova ne abbiamo anche in Napoli dove i principi Aragonesi,
pur non isdegnando di accogliere nella loro biblioteca libri
stampati, continuarono a comprare codici manoscritti e a
fame scrivere in gran numero per opera del Cinico, del
Mennio e degli altri calligrafi che a questo fine tenevano a
stipendio, facendoli splendidamente alluminare dai Rapicano,
dal Todeschino, dal De Russis e da altri.
Se non che per i progressi della nuova invenzione i tipo-
grafi furono ben presto in condizione da lottare con vantaggio
contro il gusto dominante nelle classi più elevate e le abitu-
dini, mettendo in vendita libri sempre meglio impressi a prezzi
di gran lunga inferiori a quelli dei manoscritti, e con 1' andare
del tempo i calligrafi non poterono che rassegnarsi alla lenta
ma inevitabile decadenza dell' arte loro. E mentre con la
nitidezza dei tipi gli stampatori gareggiavano con le più belle
scritture umanistiche, cercarono pure di affrancare i libri
stampati dall' opera dei miniatori e di fare in modo che anche
r ornamentazione dei libri potesse compiersi nell' officina tipo-
grafica. Così a poco a poco le capolettere e i fregi silografia
vennero a sostituirsi alle iniziali e agli ornamenti miniati, e le
figure silografiche alle miniature; il che fece progredire rapida-
mente anche la silografia, la quale verso la fine del secolo,
particolarmente a Venezia e a Firenze, raggiunse il più alto
grado di perfezione.
Contuttociò la silografia italiana, benché per leggiadria
di composizione e per eccellenza e finezza di esecuzione nulla
112 Capitolo XV.
avesse da invidiare a quella d' oltremonti, non ebbe mai una
cosi larga e varia produzione come la tedesca e, secondo al-
cuni, i suoi mirabili progressi avrebbero avuto un carattere
occasionale.'^
II. Non é compito nostro il vedere quanta parte abbiano
avuta nei progressi dell' incisione in legno in Italia gli artisti
tedeschi e quanta i nostri incisori. Il Lippmann^' crede che
in genere gì' incisori in legno fossero artisti speciali come
suppergiù i miniatori, anche perchè molti hanno uno stile
proprio, o che quest' incisori fossero o tedeschi o allievi di
artisti tedeschi. Se le incisioni mostrano spesso una maniera
non del tutto germanica, egli è perchè, allo stesso modo che
i primi tipografi cercarono nei loro tipi d' imitare le forme
delle lettere allora in voga in Italia, così gì' incisori non solo
sentirono 1' influsso del gusto italiano, ma si studiarono di
avvicinarsi nelle loro opere all' arte italiana, da cui talora
traevano i modelli da imitare nelle incisioni. La quale osser-
vazione non è priva di buon fondamento, e può servire anche
a spiegare certe apparenti divergenze nell' opera di uno stesso
artista; ma non può autorizzare a conclusioni troppo generiche
ed assolute.
Checché si pensi di ciò, vediamo più particolarmente quale
sviluppo abbia avuto in Napoli 1' arte silografica nella orna-
mentazione del libro, e fino a qual punto le notizie e i fatti
da noi raccolti confermino queste brevi considerazioni che
abbiamo creduto di pi emettere.
1) „The production o( separate prints was noi in Italy a manulaciure pur-
sued in accordance with a regular and permanent demand, but an exceptional
operation iatended to supply a special necd at particular occasions. Even the
few examples which remain are maniles>lly the work of able artists, deticient
somelimes, it may he, in the tecbnical skill; and evince for the most part a distinct
relation to the conlemporary (ievelopmcnt> oi the art of the Paintin)^. On the
othcr band, there is a decided abscnce in Italy of ;,'reat masters like Wolgemuth
and Diircr, who treated wood engraving as an essential portion of their artistic
lunction.'' (I.ippmann, op. cit., p. 3).
2) Op. cit., p. 3.
La silografia. 1 1 3
III. Il più volte citato Lippmann distinse le silografie
italiane del quattrocento in tre gruppi di caratteri più o meno
distinti: il romano -napoletano, il fiorentino e il veneziano o
dell' alta Italia. Il meno importante per numero, ma il primo
in ordine di tempo, perchè ad esso appartengono le più antiche
silografie, è il gruppo romano-napoletano.
E molto probabile che le incisioni delle più antiche
edizioni romane e napoletane siano opera degli stessi tipo-
grafi. Il Lattanzio del 1465 reca già un fregio silografico di
disegno semplicissimo, copiato da qualche antico manoscritto,
e le figure che si vedono nelle Meditazioni del Torquemada
(1467) sono di stile decisamente tedesco, talché non può dubi-
tarsi che r artista che le eseguì sia stato un tedesco.
I primi tipografi si trovarono nella necessità di farsi da
sé tutto quello che loro occorreva per 1' esercizio dell' arte
tipografica, anzi tutto i caratteri, e quasi sempre conobbero
r arte dell' incisione. Sweynheym e Pannartz dovettero certa-
mente farsi da sé i caratteri, ma Sweynheym fu senza dubbio
anche un valente incisore, come si rileva dal Tolomeo del
1478 le cui tavole, incìse in rame, furono almeno in buona
parte opera sua.'^ Di Ulrico Han non si hanno notizie o
documenti che attestino, come per C. Sweynheym, essere stato
anch' egli incisore, ma occorre tener presente che egli non
avrebbe potuto, come crede il Lippmann, trovare in Roma
una persona idonea a far lavoro d' incisione nel legno : perciò
fu egli stesso molto probabilmente 1' autore delle incisioni che
ornano le Meditazioni del Torquemada.
In condizioni non diverse è da credere che si trovassero
in Napoli il Riessìnger e gli altri più antichi stampatori.
II Giustiniani^' opinò che la silografia dovette essere pra-
ticata presso di noi forse anche prima dell' introduzione della
l) „Magister uero Conradus Suueynheym Germanus a quo formandorum
Rome librorQra ars primum profecta est ... animum primum ad hanc doctrinam
capescendam applicuit, subinde mathematicis adhibitis uiris quemadmodum tabulis
eneis imprimerentur edocuit, triennioque ia hac cura consumpto diem obiit". V.
la prefazione del Tolomeo (e. i b).
3) Op. cit., p. 23.
Fava e Bresciano, La stampa in Napoli. I. g
I 1 4 Capitolo XV.
tipografia, e, pur confessando di non aver potuto mai rinvenire
prove sicure, credette di aver giustificato sufficientemente la
sua congettura col notare come la buona esecuzione di alcune
capolettere e di altri fregi silografici, di cui si veggono ornate
certe edizioni napoletane, mostri un' arte già progredita, la
quale lascia supporre che da qualche tempo fosse in Napoli
conosciuta e praticata 1' incisione in legno. Una tale ipotesi
viene però a mancare di ogni fondamento se si ammette,
com' è generalmente ammesso, che gli autori delle silografie
delle edizioni napoletane furono artisti venuti, come i tipografi,
dalla Germania, dove 1' arte dell' incisione in legno era già da
lungo tempo praticata, se pur non furono gli stessi tipografi.
Vedemmo già che la silografia, almeno come mezzo di
riproduzione d* immagini applicato specialmente alla fabbri-
cazione delle carte da giuoco, era largamente praticata in
Napoli nel secolo XV e da artisti napoletani, anche prima
della introduzione della tipografia.'' Molti nomi di artefici
sono venuti fuori da alcuni documenti contemporanei: Cola
Migliarese da Maddaloni, Jacopo d'Aquino, Nicola Gallo di
Sessa, Francesco Babusco, Jacopo Sardano, Antonella Apa ed
altri ancora sappiamo che dal 1465 al 1500 fabbricarono carte
da giuoco.
Ma, da queste notizie in fuori, nessun indizio abbiamo
della esistenza in Napoli dell' arte silografica propriamente
detta prima della introduzione della stampa, e neppur sappiamo
se la silografia, negli ultimi tre decennii del XV secolo, sia
stata praticata in Napoli da artisti napoletani, i quali 1' avessero
appresa dagl' incisori tedeschi stabiliti a Napoli. L' ipotesi più
naturale e più probabile, per conseguenza, è che le silografie
delle edizioni napoletane siano, salvo qualche eccezione, opera
di artisti tedeschi, verisimilmentc degli stessi tipografi.
IV. A S. Riessinger non dovette essere sconosciuta,
come altrove ossers'ammo, l' arte dell' incisione, e si può credere,
per le considerazioni che ora abbiamo fatte, che sia stato lui
I) V. capitolo I.
La silografia. I I
r autore delle incisioni inserite nei libri illustrati che egli
pubblicò in Napoli e in Roma. Dei primi diremo più innanzi.
Qui faremo qualche breve osservazione intorno a quelle edi-
zioni romane del Riessinger che egli volle ornare di silografie,
per rilevare alcune analogie tra queste silografie e quelle delle
edizioni Riessingeriane di Napoli.
Oltre la Chiromantia, nella quale pur si vedono molte
figure silografiche, il Riessinger pubblicò a Roma gli Opuscu-
la di F. Barbieri e il Liber de fluminibus di Bartolo, le
cui illustrazioni non sono per noi prive d' interesse. Degli
Opuscula di F. Barbieri (il libro delle Sibille del nostro
Giustiniani) si conoscono due edizioni romane ornate di figure
silografiche: la prima con la data del 1481 e con 29 figure;
la seconda, senza data ma posteriore, con 13 figure e con
iniziali e fregi silografici. Questa reca in fine 1' insegna del
Riessinger del secondo tipo (Kristeller 115), e perciò fu dal
Giustiniani annoverata fra le edizioni napoletane,'^ sebbene già
r Audiffredi 1' avesse giudicata romana, non senza notare come
le tipografie romane del XV s. non avessero prodotto niente
di più bello, di più elegante e di meglio ornato di questa
operetta.
Il Fisher trova esagerato questo giudizio dell' Audiffredi,
che egli attribuisce al Brunet, ma riconosce che le incisioni
delle Sibille e di Proba sono molto superiori a quelle della
edizione del 1481, e loda soprattutto la figura di Proba.^^ E
il Lippmann osserva che le figure dei profeti e delle Sibille
sono ben disegnate, ben proporzionate e ornate di fregi archi-
tettonici nello stile della Rinascenza, e suppone che questi
disegni si debbano a qualche artista della scuola del Ghir-
landaio.3> Non intendiamo di esaminare se 1' ipotesi del Lipp-
mann, da altri ancora enunciata, sia da accettarsi senz' alcuna
riserva. Preferiamo di lasciare un tale esame ai competenti e
1) Op. cit., p. 53— 50.
2) Introduction to a catalogue of the early prints in the British Museum,
p. 310. Un fac-simile della figura di Proba è nella Bibliotheca Spenceriana
del Dibdin, m, p. 178.
3) Op. cit., p. 13.
8*
1 1 6 Capitolo XV.
ci contenteremo di osservare che nella prima di quelle figure,
come altrove dicemmo, si vedono due scudi, uno dei quali è
r arme del Riessinger, 1' altro quella della città di Strassburg;
il che potrebbe autorizzare a supporre che 1' incisore di quelle
figure sia stato il Riessinger, per quanto lo stile di esse sia
diverso nel disegno da quello delle incisioni che si vedono in
altri libri Riessingeriani illustrati.
Delle incisioni del Liber de fluminibus di Bartolo im-
presso dal Riessinger in Roma verso il 1481 (Bibl. 232) nessuno,
per quanto noi sappiamo, si è mai occupato. Crediamo perciò
opportuno dirne qualche cosa, benché il Liber de fluminibus,
come il Libro delle Sibille, non sia una edizione napoletana.
Il Liber de fluminibus contiene in tutto 38 incisioni
in legno, delle quali 13 sono semplici figure geometriche. Le
altre 25 rappresentano, sia come soggetti principali, sia come
elementi accessorii, piccoli paesaggi, montagne, colline, alberi,
castelli, torri, molini, qualche piccola chiesa, animali e per-
sonaggi.
Le più notevoli incisioni sono quelle che si trovano a
e. ioa, 17 a e 18 a.
Nella prima si vede un uccellatore seduto in una cam-
pagfna e in distanza, presso un fiume, un albero e una piccola
chiesa; e nella seconda uno stagno con anitre e un albero da
cui pende uno scudo col motto: „Vray amor ne se change", e
appiè del quale stanno un cane e un coniglio. Accanto è rap-
presentato un fiume con anguille e anitre natanti (V. tav. VII).
A e. i8a vi sono due silografie. Quella che è nella parte
superiore rappresenta due sirene nuotanti, una delle quali ha
in mano uno specchio e un pettine e 1' altra uno scudo e una
scimitarra, mentre a sinistra si vede un monte con alberi e in
basso un cane. Neil' altra, che è nella parte inferiore della
stessa pagina, é rappresentata, in mezzo a piante con fiori e
uccelli, una cerva che guarda il sole, sopra della quale vedesi
un nastro in cui si legge: BIDER . GRAFT. (V. tav. Vili).
Le incisioni, molto mediocri in generale, sono eseguite a
contorno con appena qualche accenno al chiaroscuro. E da
notarsi che le figure umane, come si può osservare anche in
La silografia. 1 17
altre composizioni silografiche di quel tempo, segnatamente in
quelle del Boccaccio e dell' Ovidio di Napoli, sono sempre
men bene disegnate ed eseguite delle altre figure, e che gli
alberi e particolarmente gli animali sono disegnati semplicemente
ma non rozzamente. La figura della cerva e le piante con fiori
e uccelli a e. i8a (V. tav. Vili) sono condotte francamente e cor-
rettamente. Ma altre analogie si riscontrano pure tra queste
incisioni e quelle del Boccaccio e dell' Ovidio di Napoli.
Le figure degli animali si rassomigliano, ed è particolarmente
notevole la maniera di rappresentare la campagna, 1' acqua
del mare e dei fiumi e soprattutto gli alberi, maniera che a
noi pare la stessa nelle une e nelle altre.
Va pure osservato che due di queste incisioni hanno delle
leggende di cui una é in francese e l'altra in tedesco: particolare
che può servire di conferma dell' opinione comunemente ac-
cettata, che non fossero artefici italiani gli autori delle più
antiche silografie che s' incontrano nei libri italiani del XV s.;
e che una parte delle figure del Bartolo, e tra queste sono
pure le due figure accompagnate da leggende, non hanno
alcuna relazione col testo e furono aggiunte come semplice
ornamento, com' è avvenuto in molti altri libri illustrati.
Le quattro incisioni del Bartolo da noi riprodotte (V.
tav. VII e Vili) bastano a dare un' idea sufficiente dello stile
di esse e delle analogie che hanno con le figure di altri libri Ries-
singeriani. Queste analogie sono tali, a parer nostro, da far
tenere come cosa più che probabile che le incisioni del Liber
de fluminibus e quelle dei libri Riessingeriani di Napoli si
debbano ad uno stesso artefice, e da avvalorare, per conseguenza,
r ipotesi che lo stesso Riessinger ne sia stato l'autore.
V. Poco note, anche perchè assai rare, e quindi poco
studiate sono state finora le silografie delle edizioni napoletane
del quattrocento, ad eccezione di quelle dell' Esopo e di
qualche altra opera delle meno rare.
Le silografie sparse nelle edizioni napoletane del XV s.
si possono distinguere in quattro gruppi principali, abbastanza
distinti tra loro per ordine di tempo e per stile : le Riessinge-
Il8 Capitolo XV.
riane, le Tuppiane, le Prelleriane e le Cantoniane. Rimangono
isolate le silografie del G afuri e quella che si vede nel prin-
cipio dell' Istoria di Florio e Biancofiore.
Un gruppo a parte formano le illustrazioni dei libri d' ore
o ufficii, tutte affini tra loro pei soggetti, se non per lo stile
e r esecuzione.
Per il Lippmann'^ queste incisioni napoletane costituiscono
una fase curiosa ed isolata dell' arte italo-teutonica. Egli
opina che siano opera di disegnatori e silografi tedeschi di-
moranti a Napoli. Se non che il Lippmann non cita che
r Esopo Tuppiano e il Gafuri (Bibl. 170), di cui esamina una
sola silografia; né fa alcun cenno, per tacere di altre meno
importanti, dell' incisione che si vede nel Giarde no di Marino
Jonata, la quale è senza dubbio assai ben condotta nel disegno
e nella esecuzione e supcriore alle silografie del Gafuri, e
neppure della bella silografia del Sinulfo (Bibl. 186). Il suo
giudizio quindi, per quanto autorevole, non sembra sia derivato
da un largo e minuto esame di tutto il materiale silogratìco
sparso nelle edizioni napoletane del XV s. e pochissimo cono-
sciuto sia per la grande rarità di queste edizioni, sia perchè,
a dire il vero, la maggior parte delle incisioni napoletane,
se si eccettuano quelle dell' Esopo e qualche altra, sono
artisticamente meno che mediocri e non potevano perciò
destare molto interesse, massime quando le manifestazioni
dell' arte si giudicavano solamente in ragione del loro in-
strinseco valore.
Noi quindi cercheremo di rintracciare e di enumerare,
indicandole sommariamente, tutte le manifestazioni dell' arte
silografica, anche le meno importanti e le più minute, sparse
nelle edizioni napoletane del XV s., ma ci fermeremo a pre-
ferenza su quelle che sono o affatto ignote, perchè da nessuno
finora indicate, o poco note ; e delle une e delle altre, quando
abbiano una certa importanza e non siano già riprodotte in
altre opere, daremo qualche riproduzione, limitandoci ad indi-
care quelle riprodotte da altri.
I) Op. cil., p. 15.
La silografia. 1 1 9
VI. La più antica silografia che s' incontri nelle edizioni
napoletane, per quanto noi sappiamo, è quella che accompagna
il Dialogo di Polimaco di Angelo Caracciolo, impresso dal
Riessinger senza data ma certamente prima del 1475, ed assai
probabilmente verso il 1473 — 74 (Bibl. 24). Rappresenta un
uomo in atto di accomiatare e benedire un giovane, presente
una donzella (mm. 88x85), e le figure sembrano dello stesso
stile delle figure del Boccaccio e dell' Ovidio, di cui ora
diremo. Recentemente è stata riprodotta dal sig. T. de Marinis.')
Alcune piccole incisioni, rappresentanti stemmi, armi ecc.
si vedono nel Tractatus de societate pecuniae di RUbaldi
(e. 1473—74: Bibl. 27).
Vengono quindi le illustrazioni del Filocolo (1478).
Sono 40 figure di circa mm. 1 20X115 ciascuna e furono per
la prima volta indicate dal Giustiniani, che le giudicò „di stile
tedesco". Queste figure, anch' esse eseguite a contorno con
qualche accenno appena al chiaroscuro come quelle del Liber
de fluminibus e dell' Ovidio, differiscono in modo notevole
dalle figure che si vedono negli Opuscula del Barbieri e
che, per quello che abbiamo detto altrove, dovrebbero pure
riferirsi al Riessinger. L' esecuzione ne è rozza, anche se
non voglia dirsi estremamente rozza come la giudicò il
Fisher.^)
Come saggio ne riproduciamo due. La prima rappresenta
il Boccaccio in atto di scrivere il Filocolo alla presenza di
Maria di Angiò; 1' altra Florio che, liberata Biancofiore, la
ripresenta al Re. V. tav. Ili a — b.
Seguono le Pistole di Ovidio senza data, ma pubblicate
pure in quel torno (e. 1478). Questo libro è ornato di 20 in-
cisioni, di mm. 88x80 circa, trattate allo stesso modo di quelle
del Filocolo e al pari di queste „rozze come possono aspettarsi
da un' arte bambina", secondo la frase del Bernardoni.3> Le
i) Il Libro e la Stampa, III (N. S.), p. 99.
2) Op. cit., p. 310— 311.
3) Op. cit., p. XXVIII. Questi aggiunge che le figure dell'Ovidio „hanno
presso a poco lo stesso carattere di quelle che sono nell' opera del Boccaccio
De mulieribus claris stampata a Uhna nel 1473".
I20 Capitolo XV.
figure dell' Ovidio riescono anche più curiose di quelle del
Boccaccio per il contrasto delle ingenue rappresentazioni e delle
fogge quattrocentesche coi soggetti classici. Le indichiamo
brevemente: Penelope che scrive su un rotolo (e. zh); FilH che
scrive sopra un leggìo (e. 5 a)''; Briseide in atto di consegnare
una lettera sigillata ad un messo che sta a capo scoperto,
presente una figura muliebre che ha nella sinistra un fiore
(e. 9 a); Fedra in atto di trattenere Ippolito: è anche troppo
realistica e la figura di Fedra ricorda per 1' acconciatura la
figura muliebre che si vede nella insegna di S. Riessinger
(e. i2b); Enone: è riprodotta nella tav. Illd (e. 17 a); le figlie
di Toante: curiosissima (e. 21 a); Didone che si trafigge: curiosa
anch'essa (e. 24b); Ermione che dal carcere consegna una
lettera ad un messo, mentre alcune guardie stanno a sedere:
notevoli gli alberi come nell' incisione rappresentante Enone
da noi riprodotta (e. 29 a); Nesso e Deianira (e. 32 a); Arianna
sullo scoglio di Nasso : per 1' acconciatura la figura di Arianna
ricorda quella dell' insegna (e. 37 a); Canace che si fa trafiggere
dopo r uccisione del figlio, alla presenza di Eolo (e. 40 a);
Medea che ha uccisi i figli (e. 43 a); Laodamia e Protesilao
(e. 48 b); Ipermestra e Lino (e. 52 a); Paride (e. 56a); Elena
(e. 62 b); Leandro che nuota mentre Ero 1' attende alla finestra
con una face (e. 68 a); Ero: da noi riprodotta nella tav. Ili e.
(e. 73 a); Aconzio e Ancipide (e. 77 b e 82 b).
E notevole che in queste figure, come in generale nelle
incisioni del Filocolo, gli alberi sono trattati in modo per-
fettamente simile a quello delle incisioni del Liber de flu-
minibus, così come sono trattati allo stesso modo il mare e
la campagna. Riproduciamo in dimensioni di poco ridotte due
di queste figure: la 5* rappresentante Enone e la iS' rappresen-
tante Ero in atto di consegnare una lettera ad un marinaio
che è bordo di una nave. V. tav. Ili e — d.
VII. Seguono in ordine di tempo alle silografie Riessinge-
riane quelle del Gafuri di Francesco di Dino (1480). Qucst'o-
l) È da notarsi che due pagine sono male impresse: la p. 5 a e la p. òa:
le pagine si seguono in quest'ordine: 53, ba, 5b, 6 b.
La silografia. 121
pera é accompagnata da sette incisioni, cinque delle quali sono
semplici figure lineari o geometriche. Vi sono però due
grandi silografie. La prima (e. i8a) rappresenta il mito del-
l' invenzione della musica: sei uomini battono coi martelli
sopra un'incudine poggiata su di un tronco d' albero (mm. 148
XI 15 circa). Il disegno non manca di espressione, ma l'ese-
cuzione tradisce la scarsa valentia dell' incisore. Il legno,
osserva il Lippmann,'^ fu intagliato da una mano inabile
e il carattere dell' incisione è quello di una cattiva opera
tedesca. Nella seconda (e. loia) vedesi un uomo seduto in
atto di suonare un organo (mm. 200x205 circa). L' esecuzione
è egualmente imperfetta.
Queste due incisioni, che abbiamo riprodotte nelle tav.
XXXVIII e XXXIX, annunziano uno stile diverso da quello
delle figure dei libri Riessingeriani.
La silografia che si vede in principio della rarissima
edizione anonima del Cantare di Florio e Biancofiore
(Bibl. 198) è forse la più rozza fra tutte le incisioni che s' in-
contrano nei libri napoletani del quattrocento. Vi sono rap-
presentati Florio e Biancofiore. Quegli ha nelle mani un
ramo con tre grandi fiori, questa mostra un cuore trapassato
da una freccia, mentre in alto Amore, bendato, è in atto di
scoccare un dardo (mm. 170X120). Al recto dell' ultima carta
di questo libretto vi è un' altra silografia (mm. 1 15X110 circa)
che rappresenta Biancofiore venduta sulla nave ed è impressa
con una delle stampe del Filocolo di S. Riessinger. Queste
due figure, indicate per la prima volta dal Giustiniani (p. 20),
furono affatto trascurate dal Lippmann, né noi ne abbiamo
trovato cenno in altre opere. Le riproduciamo entrambe
nella tav. XL.
Vili. Pochi libri illustrati uscirono dalla tipografia di
F. del Tuppo, ma fra questi libri vi è il più insigne monu-
i) Op. cit„ p. 16.
122 Capitolo XV.
mento dell' arte silografica napoletana, 1' Esopo dello stesso
Del Tuppo.
Precede, per ordine di tempo, un' edizione del I.unario
del GranoUachs fatta dal Del Tuppo per 1' anno 1485 (Bibl. 65),
che è ornata di una silografia (e. ib) del tipo solito a trovarsi
nelle edizioni di questi lunarii, con la iscrizione: „Altior in-
cubuit animg fub ymag^ne mudi".
L' Esopo di Francesco del Tuppo è certamente il più
bel libro che abbia prodotto 1' antica tipografia napoletana sia
per la nitidezza dei tipi e 1' eccellente esecuzione tipografica,
sia soprattutto per il numero e la bellezza delle figure e degli
ornati, che lo rendono uno dei più preziosi fra i hbri illustrati
del quattrocento.
È ornato di 88 grandi composizioni, di una splendida in-
corniciatura e di belle iniziali fiorite. Delle 88 grandi figure
23 illustrano la vita di Esopo e le rimanenti 65 si riferiscono
alle 65 favole tradotte dal Del Tuppo; •> e di queste 65 illustra-
zioni le prime 61 corrispondono pei soggetti alle 60 favole
Esopiane parafrasate dall' anonimo medievale ,^^ e le ultime
quattro alle prime quattro favole aggiunte in sèguito e che
si trovano generalmente nei manoscritti meno antichi e nei
volgarizzamenti.3>
Le prime 23 incisioni che illustrano la vita di Esopo
sono un poco più grandi di quelle che illustrano le favole
(mm. 100 X 120 circa), ma più semplicemente incorniciate
(mm. 150X130 compresa la cornice). Le incorniciature, com-
poste di quattro pezzi ciascuna, sono di quattro tipi diversi,
tutti di elegante disegno. L' 1 1 ' incisione è alquanto più
piccola ed ha una incorniciatura ancora più semplice (mm. 120
i) Nel testo e nelU tabula sono indicate 66 favole, perchè il prologo
(protliesis comparativa) è stato considerato come tarola la, la favola la
come 3 a ecc., e perchè la favola XXI dell'Anonimo medievale (de ranis etc.)
i stata divisa in 3 favole (de Athenicnsibus petenti bus regem e de ranif
et hidro), alle quali corrispondono le incisioni 3ia e 33a.
a) Hcrvieux, Fabulistes latini, H, p. 385 — 418.
3) Ibidem, p. 418— 420.
La silografia. 123
X 130 circa) e 1' ultima (23^), rappresentante la morte di Esopo,
è molto più grande (mm. 198X140) ed occupa l' intera pagina.
Le 65 incisioni relative alle favole sono più piccole
(mm. 85x85 circa), ma incorniciate in un fregio molto più
grande e più ricco (mm. 160x125). Questo fregio è di tre
tipi, ciascuno dei quali ha motivi ornamentali diversi, tutti di
elegante disegno, nelle cornici, ma sempre delle stessi dimen-
sioni e della stessa forma. La parte superiore del fregio è
un arco carico di ornamenti su fondo nero, di stile che a
taluno è sembrato avere dell' arabo, nel mezzo del quale arco
o lunetta è rappresentato, in corrispondenza coi tre diversi
tipi di ornati, o Ercole vincitore di Anteo, o Ercole che uccide
il leone Nemeo, 1' uno e 1' altro disegnati con notevole forza
di espressione, o due figure virili che cavalcano animali fan-
tastici, r una di fronte all' altra in atto di combattere.
Oltre alle 88 grandi incisioni adornano il bel volume
una grande incorniciatura (mm. 280x209 circa), che inquadra
la prima pagina del testo, di elegantissimo disegno (V. tav. XII),
e 3 grandi iniziali fiorite, tutte di egregia fattura, oltre ad
alcune iniziali più piccole.
Dello stile e dei pregi delle figure dell' Esopo Tuppiano
trattò magistralmente il Lippmann, considerandole sotto
r aspetto dell' invenzione, del disegno e dell' esecuzione.'^
Egli osserva in primo luogo che tutte le incisioni del-
l' Esopo hanno il carattere di una maniera spiccatamente in-
dividuale. Le figure, specialmente quelle d' animali, sono
vivacemente e fortemente disegnate e naturalissimi i loro
atteggiamenti, come i loro movimenti: le teste umane grandi
hanno pure una particolare espressione di energia. Le linee
sono ferme e sottili e vi è una notevole maestria di pro-
spettiva nella disposizione e nella ombreggiatura degli sfondi.
E neir aspetto generale delle incisioni dell' Esopo il Lipp-
mann crede di trovare qualche cosa che fa ricordare dei più
antichi lavori calcografici tedeschi.
Suppone lo stesso autorevole critico che le miniature di
i) Op. cit., p. 14 — 16.
124 Capitolo XV.
qualche antico manoscritto, probabilmente di origine siciliana,
saranno state il modello tenuto presente per le illustrazioni
dell' Esopo e imitato poi nella loro maniera propria da di-
segnatori e da incisori tedeschi allora stabiliti a Napoli; ed a
noi pare che la sua sia una felice congettura. Pure avendo
fatte non poche ricerche non siamo riusciti a vedere o ad
aver notizia di alcun manoscritto delle favole Esopiane le cui
miniature, per il loro numero o per la loro composizione,
potessero considerarsi come il modello imitato dall' illustratore
dell'Esopo: ma ad altri che volesse e potesse estendere le
ricerche ai grandi depositi di manoscritti, ciò che a noi non
fu dato, non riuscirà forse difficile il rinvenire le miniature
che furono prese a modello dall' illustratore dell' Esopo. Se
non che a noi sembra molto probabile che le tre rappresenta-
zioni mitologiche delle lunette e alcuni motivi ornamentali
del fregio che inquadra le illustrazioni delle favole, e forse
anche dei fregi adoperati per quelle della vita di Esopo, siano
stati imitati, secondo il gusto che cominciava a prevalere,
anziché da mmiature di manoscritti, da monumenti antichi.
Osserva pure il Lippmann che non si riscontra alcuna
affinità tra le illustrazioni dell' Esopo e le incisioni di qua-
lunque altro libro italiano di quel tempo. L' esecuzione delle
illustrazioni dell' Esopo ricorda la scuola silografica di Strass-
burg, mentre altri particolari fanno pensare ad una scuola di
calcografi tedeschi fiorita non molti anni prima.''
La conclusione a cui arriva il Lippmann è che le incisioni
dell' Esopo sono 1' opera d' un artista tedesco educato alla
scuola di Strassburg. E, dopo di aver osservato che 1' Esopo
fu da qualcuno attribuito al tipografo Mattia Moravo {attri-
buzione che oggi è inammissibile), aggiunge che Mattia potette
essere in relazione col suo concittadino Wenzel di Olmiitz,
incisore accurato, abile ed esperto: ipotesi che a noi non
sembra avere maggior fondamento della premessa a cui è
subordinata.
Non vogliamo tralasciar di ricordare che un altro critico,
I) Ibidem.
La silografia. 125
il Fisher, non si mostrò alieno dall' accogliere 1' opinione
espressa dell' Humphrey, che cioè le incisioni dell' Esopo
fossero in metallo anziché in legno : opinione che gli pareva
confortata dalla fermezza delle linee. '^
L' Esopo godette di una certa popolarità come libro
illustrato, come si può inferire dall' edizione aquilana, impressa
nel 1493, molto più rara dell' edizione di Napoli e le cui
figure furono copiate da quelle della napoletana, e dalle
parecchie edizioni illustrate che se ne fecero a Venezia.
Delle figure dell' Esopo napoletano più d' una è stata
riprodotta. Il Lippmann riportò nel suo libro quella dell' idra
e delle rane,^^ il Crane^' un'altra delle più belle {de homine
et asello), il Fumagalli-*^ quella della favola VII (de femina
nubente furi).
Noi ne riproduciamo due che sono a giudizio nostro tra
le più belle per 1' esecuzione e tra le più interessanti per il
soggetto : quella che rappresenta Esopo alla presenza di Netta-
nebo e che è la 20^ della Vita di Esopo, e quella dell' idra e
delle rane che è la 22^ delle favole. V. tav. XIII.
Qualche anno dopo dell' Esopo lo stesso Del Tuppo
pubblicò un' edizione del volgarizzamento delle Vite dei
filosofi di Diogene Laerzio, ornata di una silografia (Bibl. 67).
Questa, secondo il Giustiniani, s) trovasi al verso della i^c. e
non è che una delle silografie dell' Esopo, precisamente quella
che rappresenta Santo avvinazzato che promette di bere
l'acqua del mare (e. 23b dell'Esopo); con la differenza che
neir Esopo è inquadrata nel solito fregio, composto di quattro
pezzi, di cui sono ornate le incisioni della Vita di Esopo.
Il libretto della Confessione di S. Giacomo della Marca
impresso dal Del Tuppo verso il 1490 (Bibl. 77) è ornato di
una piccola silografia di mm. 94x64 circa, rappresentante
1) „ . . . an opinion confirmed by the unbroken firmness of the line, the
drapery and other parts of the groups of figures are worked with." (Op. cit., p. 312.)
2) p. 17.
3) Decorative illuslration of books, p. 55.
4) Lexicon typographicum, p. 254.
5) Op. cit., p. 168.
126 Capitolo XV.
S. Giacomo della Marca in atto di ascoltare la confessione di
un giovane, e un demonio fuggente. Vi sono notevoli analogie
tra le figure di questa incisione e quelle dell' Esopo.
IX. Il Preller, fra tutti i tipografi di Napoli, produsse il
maggior numero di libri con figure, giacché delle quindici
edizioni napoletane che di lui conosciamo dieci, compresi
quattro ufficii, hanno illustrazioni di varia importanza. La-
sciando stare quelle degli ufficii, di cui diremo in seguito,
indicheremo le illustrazioni degli altri singoli libri.
La grande silografia che adorna 1' edizione del Giardeno
di Marino Jonata stampata nel 1490 (Bibl. 178) è assai poco
nota, anche perchè non si trova che in alcuni esemplari.
Rappresenta, con tutta probabilità, 1' autore del poema coi
suoi due figli Francesco e Bernardino (nini. 165X127 circa),
e reca, forse anche più che le incisioni dell' Esopo, 1' impronta
dell' arte tedesca. Per vigoria di disegno ed accuratezza di
esecuzione noi crediamo che possa esser collocata immediata-
mente dopo le incisioni dell' Esopo. Il Molini per il primo
dette notizia di questa silografia (Operette bibliografiche,
p. 198), che non fu considerata dal Lippmann. V. tav. XLV*.
L' Esopo latino senza data (Bibl. 179*'^) ha una notevole
silografia (mm. 138x89), in cui è rappresentato probabilmente
il traduttore Lorenzo Valla che presenta il suo libro ad
Alfonso di Aragona. Le due figure, del sovrano sedente in
trono e dell' autore del libro che gli sta dinanzi inginocchiato,
sono disegnate con naturalezza e 1' incisione è in generale
bene eseguita. V. tav. XL^".
Il Messale senza note tipografiche, impresso verso il
1490 dal Preller come noi crediamo (Bibl. 174), è ornato di tre
silografie, una di mm. 162x110 e due piccole (mm. 70x50).
La più grande rappresenta Gesù crocifisso con la Madonna e
S. Giovanni; le due più piccole la Deposizione e la Risurrezione
di G. C.
Queste tre incisioni, che per lo stile ci sembra che abbiano
qualche analogia con cjuelle dei Miracoli della Vergine,
furono riprodotte nel catalogo 100 della Libreria di L. Rosen-
La silografia, 127
thal, a p. 204 e 205, e più recentemente nella Bibliofilia
(III, p. 289 — 290) dal sig. T. de Marinis.
Due figurine silografiche della Madonna (mm. 45 x 30 e
43X10) sono nel Rosarium odor vitae stampato coi ca-
ratteri del Preller verso il 1490 (Bibl. 175). Sono riprodotte
nel catalogo Vili della Libreria T. de Marinis, a p. 75 e 77.
La seconda edizione delle Consuetudini di Palermo,
eseguita dal Preller nel 1496 (Bibl. 181), è ornata da una silo-
grafia rappresentante un' aquila che regge lo stemma della
città di Palermo, inquadrata in un' incorniciatura con ra-
beschi e fiorami, come dice il Pennino (II, n, 845). Vi si
leggono le iniziali A G secondo il Giustiniani. A noi non
fu dato vederla.
Un' altra edizione Prelleriana infine, anche più rara della
precedente, i Miracoli della Vergine (1497: Bibl. 183), è
ornata di figurine silografiche quasi ad ogni pagina. A e. i b
vi è una piccola ma franca incisione raffigurante la Madonna
di Loreto con l' iscrizione S. MARIA DE LORETO in un
nastro tenuto da due angeli (V. tav. XLV"^). Altre quattro in-
cisioni minori, più volte ripetute nel testo, rappresentano la
Vergine col Bambino in pose diverse (V. tav. XLV*^"^). Queste
figurine presentano, come a noi pare, qualche analogia con
quelle del Messale e rimasero anch' esse ignote al Lippmann.
X. Il rarissimo opuscolo grammaticale impresso nel 1491
da Aiolfo Cantoni (Sinulfo: Bibl. 186) è ornato da una grande
silografia di mm. 190X 130 circa, compresa 1' incorniciatura.
Questa bella incisione, anch' essa non conosciuta o non con-
siderata dal Lippmann, rappresenta un precettore sedente in
cattedra in atto d' insegnare ad un giovanetto che gli sta ritto
dinanzi, mentre altri tre discepoli ascoltano seduti. Tanto le
figure quanto i particolari della piccola aula sono accurata-
mente trattati, ed è notevole soprattutto la figura del gio-
vinetto che sta in piedi. In alto, al sommo delle pareti, si
legge l' iscrizione: . IN . MEDIO . CONSISTIT . VIRTVS;
e dalle due finestre aperte si vedono montagne con alberi e
animali appena accennati e con una città murata e un castello
128 Capitelo XV.
turrito alla sommità. Questa silografia, che è forse la più
bella fra quelle che s' incontrano nelle edizioni napoletane, è
certamente opera di un artefice italiano. V. tav. XLVII*.
Lo stesso opuscolo ha pure, a e. 2 a, una bella incorni-
ciatura silografica di mm. 190X 132, che vedesi adoperata anche
nel Gigli dello stesso tipografo.
Una grande figura e una ricca incorniciatura adornano
r edizione dell' Aquila eseguita dallo stesso tipografo nel 1492
(Bibl. 188). La prima, che trovasi a e. i b (mm. 2 15 x 150 circa,
compresa la cornice), rappresenta un' aquila coronata, abba-
stanza bene eseguita, e non è inferiore all' incisione che si
vede neir edizione veneta del 1494'^ (V. tav. XLVIII). L' in-
quadratura, a rabeschi, fiorami ed animali (mm. 285x195 circa;
la fascia inferiore ò larga 72 mm.) è più ricca ma meno ele-
gante di quella che si vede nell' Esopo (V. tav. XLVI). Anche
queste due incisioni non furono considerate dal Lippmann.
L' Orbis Breviarium di Z. Gigli (1496: Bibl. 190) ha una
bella cornice silografica a e. 3b di mm. 190x132 circa, quella
stessa che adoma una pagina del Sinulfo (V. tav. XLVIP).
A e. 4b si vedono due figure geografiche (mappe) rappresen-
tate da semplici lince rette e curve, con leggende a stampa,
simili a quelle dell' edizione fiorentina del 1493 riprodotte dal
Nordenskiòld (Fac-simile atlas to the early history of
cartography etc, fig. 20).
XL Le silografie di cui i tipografi vollero adornare le
diverse edizioni degli ufficii o libri d' ore, a somiglianza delle
miniature dei libri d' ore manoscritti, costituiscono un gruppo
omogeneo a parte. Simili tra loro pei soggetti delle rappre-
sentazioni, che sono di solito 1' Annunziazione di Maria o la
Natività di G. C, Davide, il Giudizio universale o un funerale,
il Cristo in croce o deposto, il Battesimo di G. C. o la Discesa
dello Spirito Santo, corrispondenti all' ufficio della Madonna,
I) Questa è direna dalla figura dell' edizione napoletana, soprattutto per
r incorniciatura. È riprodotta dall' Oogania (l/arte della stampa nel riua-
sciiDCOto, I, p. 86).
La silografia. I2g
ai salmi penitenziali e agli ufficii dei morti, della Croce e dello
Spirito Santo, si rassomigliano più o meno anche per lo stile,
quando non sono addirittura impresse con le stesse stampe,
più volte adoperate nelle successive edizioni. Infatti nelle
edizioni posteriori, come abbiamo potuto constatare, si trovano
più d' una volta riprodotte le silograiie delle edizioni precedenti;
ed abbiamo motivo di credere che lo stesso sia avvenuto anche
altre volte, sebbene non ci sia stato possibile accertarcene, a
causa della rarità estrema di questi libri, della maggior parte
de' quali non abbiamo potuto trovare esemplari da cui non
fossero state strappate le incisioni.
Le edizioni degli ufficii sono dovute principalmente al
Moravo ed al Preller, il primo de' quali ne pubblicò non meno
di cinque, il secondo quattro. Una sola ne conosciamo di
Aiolfo de Cantone.
XII. Il più antico ufficio, per quanto a noi risulta,"' che
abbia delle figure é il Moraviano dal 30 giugno i486 (Bibl. 134).
E ornato di 5 silografie, ciascuna di mm. 46x33 circa (60 —
63X43 compresa la cornice), rappresentanti la Natività di
G. C, il Battesimo di G. C, la Deposizione, David e un fune-
rale. V. tav. XXVII.
Nello stesso anno il Moravo pubblicò un' altra edizione
dell' Ufficio (3 ott: Bibl. 135) di formato un poco più grande.
E anch' essa ornata di 5 silografie che rappresentano, come
quelle dell' edizione precedente, la Natività di G. C, David,
r Uffizio dei morti, il Cristo morto e il Battesimo di G. C.
(Catalogo Maglione, n. 2}^, p. 28). Le silografie di quest' edi-
zione, che non ci fu possibile vedere neppure in fac -simili,
crediamo siano diverse da quelle dell' edizione precedente e
identiche a quelle dell' edizione del 15 ott. 1488 (Bibl. 138).
l) Sembra che l'edizione del 1476 (Bibl. 114) non abbia silografie. L'edi-
zione del 1478 (Bibl. 121), per quanto risulta dagli esemplari Riccardiano, Bolognese
e Spenceriano, sembra che neppure ne abbia: ma a noi è occorso di vederne
fuggevolmente un esemplare membranaceo con figure miniate, che non avemmo
r agio di esaminare, ma che crediamo silografie dipinte.
Fava e Bresciano, La stampa in Napoli. I. a
I30 Capitolo XV.
Questa, come le precedenti, ha 5 silografie. Le dimensioni
sono alquanto maggiori di quelle delle silografie che si vedono
nella edizione del 30 giugno i486 (mm. 48x34 circa; 60x44),
ma i soggetti sono gli stessi. Per il disegno e per 1' ese-
cuzione le figurine di questa edizione ci sembrano le più
belle fra tutte quelle degli ufficii del Moravo e del Preller.
(V. tav. XXVIII). Crediamo che le stampe siano le stesse che
servirono per 1' edizione del 3 ott. i486, e forse anche per
quella del 1478.
L' edizione del 5 marzo 1490 (Bibl. 143) è pure ornata di
5 silografie di mm. 60 — 63x43, compresa la cornice, rappre-
sentanti la Natività di G. C, il Salmista, un funerale celebrato
da chierici e da frati, il Cristo morto in grembo alla Vergine
e S. Giovanni che battezza G. C. (cosi il IMinieri-Riccio). I
soggetti, come si vede, sono identici, e noi crediamo che
queste illustrazioni siano state impresse con le stampe che
servirono per 1' edizione del 30 giugno i486.
L' edizione del io febbr. 1492 è anch' essa ornata di
5 piccole silografie, impresse con le stesse stampe che ser-
virono per r edizione del 30 giugno i486 e per quella del
5 marzo 1490.
XIII. Di C. Preller conosciamo quattro ufficii ornati di
figure silografiche.
L' edizione del 15 nov. 1487 (Bibl. 172) ne ha cinque,
come le edizioni Moraviane. Sono di formato più grande
(mm. 65X35; 90X53 compresa la cornice) e rappresentano
1' Annunziazione di !Maria, Davide orante, il Giudizio universale
o la risurrezione dei morti, G. C. in croce con la Madonna e
S. Giovanni e la Discesa dello Spirito Santo. Queste figure
disegnate duramente ci sembra che abbiano qualche analogia
con quelle del Messale da noi attribuito al Preller (Bibl. 174).
V. tav. XLV»'^
L'edizione del 9 aprile 1490 (Bibl. 176), come noi crediamo,
deve avere 5 silografie impresse con le stesse stampe dell' edi-
zione precedente. L' unico esemplare da noi conosciuto è
ornato di 4 silografie, corrispondenti, così per il soggetto come
La silografia. 13I
per le dimensioni,'^ alle silografie seconda, terza, quarta e
quinta dell' edizione che precede. Manca la silografia rap-
presentante r Annunziazione, perchè, come noi supponiamo,
l'esemplare fu mutilato delle prime (16?) carte contenenti il
calendario, 1' ultima delle quali doveva, nel verso, avere la
silografia dell' Annunziazione, come abbiamo osservato in altre
edizioni.
L' edizione del 1495 (Bibl. 180) deve avere, come noi
supponiamo, anche 5 silografie, impresse probabilmente con le
stesse stampe delle edizioni precedenti. L' unico esemplare da
noi veduto e conosciuto manca di tutte le carte corrispondenti
■ agi' inizii dei varii ufficii e di altre parecchie.
L'edizione del 1498 (Bibl. 184) deve anch' essa contenere
5 figure che noi supponiamo non diverse da quelle delle pre-
cedenti edizioni. Ma 1' unico esemplare che noi ne conosciamo
è stato, come al solito, mutilato di tutte le carte contenenti
le figure e di alcune altre.
XIV. L' ufficio pubblicato da Aiolfo de Cantono nel
1496 (Bibl. 189), a differenza degli ufficii di M. Moravo e di
C. Preller che ne hanno 5, è ornato di 6 figure silografiche di
mm. 90x53, entro cornici di circa mm. 133X91, rappresen-
tanti r Annunziazione, Gesù bambino adorato dai pastori,
Davide, la Deposizione di Gesù in vista del Calvario, la
Crocifissione di Gesù e la Discesa dello Spirito Santo. Questo
prezioso cimelio, un tempo appartenente alla Biblioteca dei
SS. Apostoli di Napoli, fece parte della collezione Maglione
(Catalogue, n. 34, p. 28 — 29), poi passò al Quaritch ed ora
trovasi nella Biblioteca di J. Pierpont Morgan.
XV. Cinque solamente fra i tipografi napoletani del
quattrocento, per quanto ci è dato rilevare dalle edizioni
superstiti, usarono ornamenti silografie!: il Del Tuppo, il
Moravo, il Preller, Aiolfo de Cantono e il Gontier.
Il primo a farne uso fu il Del Tuppo e il primo libro
I) Bohatta, II, p. 2 (n. 345).
132 Capitolo XV.
napoletano datato che comparve adorno d' iniziali incise sembra
che sia stato 1' Esopo (1485).
11 Del Tuppo ebbe grandi iniziali romane fiorite (mm. 48X
47 circa) a fogliami bianchi su fondo nero di elegantissimo
disegno (V. tav. XII). Neil' Esopo se ne vedono tre (E, E, V)
e due nel Paride del Pozzo (E, V).
Usò anche iniziali più piccole di due grandezze, romane
e gotiche (mm. 29x29 e 20x19), e forse anche di altre
dimensioni (mm. 24X 20 e i6x 16). Se ne vedono due, romane
(mm. 29x29 e 20X19), nell'Esopo e parecchie, in massima
parte gotiche (29x29), nel Paride del Pozzo, nelle tre
edizioni del Processo dei Baroni e in altre stampe.
L' officina Tuppiana ebbe iniziali eleganti, ma non ne fu
provveduta abbastanza per ornarne convenientemente i volumi.
L' Esopo non ha che cinque iniziali incise e al posto delle
altre iniziali si vedono gli spazii rimasti bianchi; ciò che si
osserva pure nel Paride del Pozzo per un buon numero
d' iniziali.
Una grande e bella incorniciatura di disegno assai elegante,
a fogliami su fondo nero e con figure di putti alati (mm. 280 X
200) si vede nell' Esopo ed è stata da noi riprodotta (V. tav. XII).
Nella eleganza di questa incorniciatura e delle grandi iniziali
incise crediamo che il Del Tuppo non sia stato superato da
alcun altro dei tipografi contemporanei.
Q..esto fregio passò poi nelle mani dei tipografi ebrei, e
fu adoperato in alcune edizioni ebraiche Soncinati, come nella
Bibbia del 1488, da cui lo riprodusse 1' Humphroy,'^ e, secondo
il De Rossi,'^ anche nel Commentario al Pentateuco impresso
neir anno precedente.
Mattia Moravo non adoperò che raramente, e, pare, non
prima del 1488, iniziali incise. Sono piccole iniziali fiorite su
fondo nero (mm. i6x 16 e 17x18 circa), tutte romane, e qualche
grande iniziale (mm. 50X50) anche a fondo nero, come quella
dei Disticha Catonis (Bibl. 136).
l) History of ihc art of printinj;, lav. 37.
a) Annales, p. 55.
La silografia. I33
Il Preller in parecchie delle sue edizioni usò iniziali fiorite
su fondo nero, romane e gotiche (mm, 29 — 30X29 — 30), alcune
delle quali sembrano simili, se non identiche, a quelle di
F. del Tuppo. Di tipo diverso da queste e di elegante disegno
sono quella che si vede in principio dei Miracoli della
Vergine (1497: Bibl. 183) e la i^ iniziale dell'Esopo latino
(V. tav. XLIII).
Aiolfo de Cantone, la cui attività tipografica si svolse
neir ultimo decennio del s. XV, fece, com' è naturale, più largo
uso di ornamenti silografici, i quali si vedono in quasi tutte
le edizioni che di lui ci restano. Le sue grandi iniziali romane
(mm. 32X36, 36 — 39, 39X40), a fogliami su fondo nero, sono
di un disegno assai elegante. Se ne vedono sei nell' Aquila
(1492: Bibl. 188), delle quali abbiamo riprodotto la prima
(V. tav. XLVI). Ebbe pure delle eleganti iniziali romane fiorite,
anche a fondo nero, di dimensioni mediane (mm. 21 X22 circa).
Se ne vedono due nel Perleone (1492: Bibl. 187).
Men belle sono le sue iniziali più piccole (mm. 16X17
e 18x19 circa), anche romane e di un disegno assai semplice.
Furono adoperate in gran numero nell' Aquila, che ha tutte
le sue iniziali in silografia.
Oltreché di eleganti iniziali, parecchie delle edizioni di
Aiolfo hanno fregi incisi artisticamente notevoli e di fattura
sicuramente italiana.
Nel Sinulfo e nel Gigli si vede una bella incorniciatura
(mm. 190X132 circa), finamente disegnata ed incisa, con figurine
ai quattro angoli, con una piccola vignetta nella parte inferiore
e con fregi nello stile del rinascimento su fondo bianco e su
fondo nero. V. tav. XLVII^
Molto più grande e più ricca di fregi è l' incorniciatura
che si vede nell' Aquila (mm. 283 X 192) con fogliami e figure
di putti, cani, cervi, cavalli, pavoni ecc., disegnati a contorno
e a chiaroscuro su fondo bianco, con evidente imitazione di
qualche codice del rinascimento. (V. tav. XLVI). Anche
questa incorniciatura fu adoperata in alcune edizioni ebraiche,
cioè nella Bibbia e nel Pentateuco impressi a Napoli dai
134 Capitolo XV.
Soncinati (Bibl. 270 — 271) e in due edizioni Costantinopolitane
del sec. XVI.'>
Neil' ufficio del 1496 infine Aiolfo usò quattro incorni-
ciature diverse di circa mm. 132X90. Due di esse hanno
nella parte inferiore figure di putti in atteggiamenti diversi;
una ha in basso un tritone, una sirena e dei putti e nel lato
esterno la figura di un profeta con la leggenda „Ecce virgo"
in un nastro; e un' altra dei putti con faci nel lato esterno.-)
Il Gontier fece uso di piccole iniziali fiorite su fondo
nero (mm. 16x16 circa).
Notevoli ornamenti silografici s' incontrano nelle edizioni
ebraiche napoletane. Parecchie di queste hanno testate coi
titoli incisi in mezzo a fregi, e grandi incorniciature, di cui
talune pregevoli per 1' eleganza dei disegni e per la buona
esecuzione, come quella che inquadra la prima pagina del
Nachman (1490: Bibl. 268) e del Kimchi (1491: Bibl. 272).
Questa è a fogliami bianchi su fondo nero, con figure di putti
alati (mm. 250x200 circa), e somiglia molto per lo stile e
per l'esecuzione a quella dell'Esopo Tuppiano. E seguita
da una testata dello stesso stile (mm. 130x42).
Non va trascurata 1' incorniciatura che adorna il Salterio
del 1490 e l'Agur del 1492 (Bibl. 269*»^' e 277). Nella Bibbia
e nel Pentateuco impressi dai Soncinati si vede, come ora
dicemmo, la grande incorniciatura dell'Aquila.
Delle insegne di S. Riessinger, di C. Preller, di A. Gontier
e di A. de Cantono, i quali furono i soli tipografi napoletani
che ne ebbero, abbiamo parlato nei rispettivi capitoli. '^
1) De Rossi, Annales, p. 139 — 140,
2) V. CataloRue of manusciipts and early prinled books . . . of the library
of J. Pierpont Morgan (London, 1907), p. 2», II, n. 4Ó4.
3) V. p. 26, 103 e 106.
Capitolo XVI.
I Mecenati della tipografia.
Sommario: I. Gli Aragonesi e i grandi signori. II. I letterati.
IH. B. Geraldini. IV. F. Palmieri e F. Arcella.
I. A capo della eletta schiera dei protettori della tipo-
grafia sta il re Ferdinando, amico delle lettere e delle arti
non meno che delle utili industrie. L' amore pei codici
splendidamente scritti e miniati, che egli ereditò dal padre
ed ebbe comune con gli altri principi aragonesi, benché in lui
toccasse il più alto grado, non gì' impedì di apprezzare i pro-
dotti delle officine tipografiche, ai quali fece aprire senza indu-
gio le porte della sua magnifica biblioteca. Notò il Delisle^^
che nella raccolta di libri stampati provenienti dalla Biblioteca
Aragonese che ora si conserva nella Nazionale di Parigi e che
é solamente un avanzo della ricca collezione formata a Napoli,
figurano non meno di venti edizioni eseguite dai primi tipo-
grafi romani Sweynheim e Pannartz e un gran numero di
volumi impressi nei primi anni della tipografia a Venezia, a
Foligno, a Milano, a Treviso, a Mantova, a Padova, a Verona
e in altre città d' Italia. Se Ferdinando fece raccogliere con
tanta cura i libri che uscivano dalle tipografie romane e che
si andavano pubblicando nelle più lontane città d' Italia, ben si
può immaginare con quanto favore accogliesse gì' introduttori
della stampa nel suo regno e quanto volentieri accordasse
i) Notes sur les anciennes impressions des classiques latins et d'autres
ouvrages conservées au XVe siècle dans la librairie royale de Naples. (Extrait des
Mélanges Graux, p. 24Ó e segg.)
136 Capitolo XVI.
loro il suo appoggio. Vedemmo come incoraggiasse il Riessinger
e come avesse cercato di premiarne i meriti col conferimento
di un vescovato, e come ad altri tipografi concedesse privilegi
per la vendita dei libri da loro impressi. Nò talora sdegnò di
essere 1' alto patrono di alcune pubblicazioni, di cui si com-
piacque accettare la dedica, come dei Ritus M. Curiae del 1479
e delle Pandette di Matteo Silvatico; imitato in ciò dai principi
Alfonso, Beatrice e Giovanni di Aragona, sotto i cui auspicii
parecchie edizioni furono pubblicate, e dai più grandi signori
del Regno. Fra questi merita il primo posto Diomede Carafa
nel quale il Riessinger, il Del Tuppo e il Moravo trovarono
larga protezione, come la trovò il Cinico che gli dedicò 1' edi-
zione del Confessionale volgare (V. Bibl. 141); e vanno anche
ricordati Onorato Gaetani Conte di Fondi, a cui il del Tuppo
dedicò r Esopo e che ne sostenne o in tutto o in parte le
spese di stampa, Girolamo Sanseverino Principe di Bisignano,
Girolamo Carafa, al quale fu dedicata da Giuniano Maio 1' edi-
zione delle Epistole di Plinio, Antonio Centelles Marchese di
Cotrone, Giovanni Sanseverino Conte di Tursi e Andrea Matteo
Acquaviva Duca di Atri, 1' insigne bibliofilo che, oltre ad una
magnifica biblioteca, volle anche avere nel suo palazzo una
propria stamperia.'^ Ne va dimenticato 1' infelice secretano
di Ferdinando, Antonello Petrucci, che il Del Tuppo chiamò
in una dedica suo Mecenate,'^ ed a cui C. Proliano volle dedi-
care il suo Compendio di astrologia.
II. Protettori più modesti ma forse anche più efficaci della
tipografia furono magistrati, letterati, ecclesiastici ed altri emi-
nenti cittadini, che assistettero ed aiutarono i tipografi, oltreché
col loro favore, coi consigli, come alcuni dei quali parleremo nel
capo seguente, ed anche con aiuti pccuniarii, sostenendo essi
1) V. Hindi, Gli .Acquaviva letterati (Napoli, l88l), a p. 60; e l' articolo
biografie) ili C. Minieri Riccio (Hiografic dei l'ontaniani, l).
Per la biblioteca cfr. HermaoD, Miniaturhandschriften au!> der Uibliotbck
des HerzoRs A. M. Acquaviva- Wicn, 1898.
a) V. la dedica del Syndicatus di P. del Pozzo (1485).
I Mecenati della tipografia. I37
la spesa dì alcune edizioni. Tali furono Pietro Trota che nel
147 1 fece stampare a sue spese il Floriano, il francese Tom-
maso Taqui che, straniero, volle concorrere nella spesa per la
pubblicazione della Bibbia Moraviana, Giovan Battista de
Bentivoglio da Sassoferrato, Francesco Cicino, a cui si deve
la pubblicazione della Consuetudini Napoletane fatta da Fran-
cesco del Tuppo a spese di lui nel 1482, Francesco Arcella,
Giovanni Antonio Camos, Francesco Palmieri e, sopra tutti
gli altri benemerito, Bernardino Geraldini o de Geraldini di
cui diremo più particolarmente.
III. Non si conosce la data precisa della sua nascita, ma
stando all' iscrizione, che riporteremo più innanzi, si deve
credere che nascesse nell' anno 141 8. Fu figlio di Matteo e di
Elisabetta Gherardi, fratello di Giovanni Vescovo di Catanzaro
e di Angelo, diplomatico e uomo d' arme, e poi Vescovo di
Sessa. Da sua sorella Graziosa con Pace Bussitani nacque
Alessandro primo vescovo di S. Domingo e di America,
r amico di Cristoforo Colombo. Bernardino fu creato Conte
Palatino da Callisto III. Condusse in moglie Persia'^ Crescio-
lini da cui ebbe molti figliuoli. Esercitò 1' ufficio di gius-
dicente in varie città d' Italia ed avrebbe avuto la con-
cessione sovrana d' inquartare al proprio stemma quello di
Casa d'Aragona.^)
Nel regno di Napoli fu assunto ad alti ufficii ed ebbe
meritati onori. Fu milite e regio consigliere, venne creato
luogotenente del Gran Giustiziere nel 1458, Presidente della
R. Camera della Sommaria nel 1462 e Reggente la Gran
Corte della Vicaria. 3) Il Volpicella dice che quest' ufficio fu
1) (Porzia?).
2) Queste notizie, come pure quelle relaiive al cenotafio e all' iscrizione di
B. G. sono tratte da una biogr;ifia inedita esistente iu Amelia presso il chiaimo
Prof. Edilberto Rosa R. Ispettore dei monumenti, e gentilmente comunicata dal
Rosa, cui si rendono vivissime grazie.
3) Regis Ferdinandillnstructionunilibcr, ms. di Luigi Volpicella, a
e. 690. (Bibl. d. Soc. di Storia l'atria).
138 Capitolo XVI.
da lui tenuto nel 1464 e negli anni seguenti, ma risulta da
documenti che vi fu destinato nel 145Q, in sostituzione del
mantovano Marino de Soardis che in quell' anno ne era in-
vestito (Esecutoriale, voi. 30, e. 183). Ad ogni modo negli anni
1460 e 61 era Reggente della Vicaria. In tale qualità aveva
al suo soldo da 15 a 20 fanti o guardie, pei quali di volta in
volta gli erano dalla Corte fornite delle somme.' ^ Fu luogo-
tenente del Re in Val di Grati nel 1462, Giustiziere nel-
r Abruzzo ult. nel 1464, assessore in Terra d' Otranto nel 1469,
capitano della città di Napoli negli anni 1459, 64, 68, 76, 87
e 91; di Capua nel 1462 e 1464; di Lecce nel 1464; di Trani
nel 1470, 75, 84, 86 e go; di Barletta nel 1470; di Aquila negli
anni 1473, 86, 87 e 89; di Cittaducale nel 1482 (Volpicella,
ms. cit.).
„I1 Re Ferdinando, volendo dargli un pubblico e solenne
attestato di encomio per il governo della città di Napoli da
lui per IO anni tenuto, con privilegio degli 11 di ott. 1485 gli
fé dono del vexillo et falerii cum insigniis Civitatis
ipsius Neapolis, que argumento et testimonio omnibus
sint singularis virtutis, integritatis et fidei ipsius, ac
bene et laudabiliter gesti muneris et magistratus
(Sigili. Som. voi. 34, 24 nov. 1481. lustitie Collat. voi. 41).
E parimente 1' università dell' Aquila, per le virtù da lui addi-
mostrate nel reggimento della città, volle presentargli nel dì
7 d' agosto del 14S7 un diploma di pubblica benemerenza e
fargli dono di due coppe d' argento (Priv. Som. voi. 55, f. 171)"
(Volpicella, ivi.).
Morì, come si rileva dal suo epitaffio, nell' anno 1493
dopo aver vissuto settantacinque anni. Nella chiesa di S.
Francesco in Amelia (già di S. Filippo e Giacomo) esiste di
lui il seguente epitaffio, accp.nto ad alcuni cenotafii e ricordi
I) ,30 ott. 14OO al m.ignifich miss, bernardino de gcraldinis de amclia
regent la Vicaria XXX. d. los quals lo dit Senyor los hj mana donar per fer
XV infants que vagen e stiguen ab eli per fer guardia en la present ciutat."
(Ced. voi. 37, e. 943). Vedi pure Ced. 38, e. 71 b, 86a, loia, 122 b, I40b, l68a
e 185 a).
I Mecenati della tipografia. 139
di altre illustri persone della stessa famiglia: D. O. M. Ber-
nardino Geraldino eximio — Ferdinandi Neap. Regis Con-
siliario — eiusdem Camerae Praesidi — qui postquam fere
totius regni provinciis — et civitatibus juredicundo — praefuit
ad Regentatus — Magnae Curiae Vicariae officium — as-
sumptus fuit — quo munere cum per viginti totos annos
optime functus — esset ob egregiam navatam — operam in
testimonium virtutis — et precipue suae in eum — bene-
volentiae regiis insigniis et vexillo donatus extitit — vixit
annos LXXV obiit an. incarnationis MCCCCLXXXXIII —
Julius Geral. I. U. D. amen Gaspar — et Agapitus Geral.
fratres — ne eorum proavi optime de familia meriti deperiret
memoria — monumentum excitarunt".
Nella storia della tipografìa napoletana B. Geraldini occupa
uno dei posti principali. Fu uno dei più validi e benefici
protettori della nascente arte, che incoraggiò efficacemente
con r alto suo favore e col suo denaro, facendo stampare a
sue spese da Fr. Del Tuppo nel 1478 l'Alberto Magno, '^
nel 1479 r Apparatus di Andrea da Isernia e il Repertorium
Constitutionum dello stesso, 1' uno e 1' altro pubblicati ,, im-
pensa, ope, opera" di B. G., che pare ne avesse curata anche
la correzione, nello stesso anno la Lectura di Paolo de Castro
e nel 1480 il Lilium Medicinae di B. de Gordon.
IV. Di Francesco Palmieri che nel 1483, indotto dalla sua
pietà e dalla devozione verso 1' Ordine Domenicano, fece stam-
pare a sue spese da M, Moravo il Messale Domenicano, im-
presso a caratteri gotici in rosso e nero e che è una delle più
belle produzioni tipografiche napoletane, ^^ abbiamo trovato
parecchie notizie nelle carte del tempo. Sembra che nascesse
in Galvano e che la sua famiglia fosse originaria di quel luogo
1) Il Del Tuppo nella dedica gli scriveva: „te mando il filosofo singulare
Alberto Magno quale alla despesa tua ho facto da fedelissimi mei Germani im-
primere". (V. Bibl. 49).
2) I frati gli attestarono la loro gratitudine con affettuose parole nella
soscrizione del Messale. (V. Bibl. 130.)
140 Capitolo XVI.
(Protoc. di M. de Flore, 1477—78, e. CXII*"). Ebbe in moglie
Biancolella Perrone (V. la Permutatio prò Blancolella
uxore domini francisci de palmeriis nel protoc. di C. de
Guglielmo, 1493 — 94, e. 178; e a e. 35 dello stesso voi. il testa-
mento della detta Biancolella), da cui ebbe due figlie, IMargherita
e Violante (ivi) e, forse, due figli, Lorenzo e Pietro Girolamo
(Privil, Somm., v. 58, e. 28=^). Nel 1463 era doganiere della
dogana del sale di Napoli (Ced. v. 41, e. 19^), e conservava
ancora quest' ufficio nel 1497 (Coli. Curiae, v. 4, e. 94). E chia-
malo pure Credenziere della R. Dogana di Napoli (Reg. Offi-
ciorum, 20 [1465 — 68], v. i8, e. 137), ufficio che teneva in
burgensatico e che lasciò a Pietro Antonio e a Lorenzo Pal-
mieri, suoi figli come pare (Priv. Somm., v. 58, e. 28''). Negli
anni 1473 — 74 era tra i governatori della Chiesa e dell' Ospedale
dell' Annunziata (Prot. di Nardo Russo, 1473—74 „passim").
Un suo testamento, dettato nell' anno 1496, si legge nel proto-
collo di n. Paolo de Crispano, a. 1496 — 97, e. 1 1 ; e di un altro,
fatto dal notaro de Pilellis, si fa menzione nei Priv. d. Somm.,
V. 58, e. 28*. ¥u uomo facoltoso e di grande attività. Risulta che
aveva banco a Napoli insieme con Luigi di Gaeta, noto ban-
chiere frequentemente nominato nelle Cedole della Tesoreria.
(In un Mutuum prò Battista Spinula di Genova del 1482:
„ . . . ducatos quinque mille centum per banchum loysii de
gaieta et francisci de palmerio de neapoli campsorum e te":
nel protocollo di Fr. Russo, 1482 — 83, e. 94*).
Era ancora vivente il 31 ott. 1500 (Protoc. Ces. Malfitano,
1500 — i5oi, e. óS**); ma pare che fosse già morto il 21 luglio
1501 (Priv. Somm., v. 58, e. 28=^). Moltissime notizie di lui e
dei suoi beni si hanno dal 1471 al 1497 nei protoc. di N. Casa-
nova, 1471 — 73, e. 87; di Fr. Russo, 1476—77, e. 89*; di Ces.
Malfitano, 1481—82, e. 172*^ e 332; di Gio. Ant. Cesario, 1491,
e. 114; di Fr. Russo, 1492, e. 84^ e e. 97 (emptio Jocalium
Francisci de Palmerio); di C. de Guglielmo, di Buongiorno
Vincinguerra, di Gio. de Carpanis e di altri.
])i Francesco Arcella, a cui forse si deve 1' edizione delle
Epistole del Panormita (Bibl. 32), sappiamo che prese in
moglie nel 14^3 Giovannclla Caracciolo (nominata nelle Cedole
I Mecenati della tipografia. I4I
a proposito del donativo fattole di un officio miniato) figlia di
Colantonio (Capit. matrim. di Gio. Ferrillo, e. 45), da cui ebbe
due figli: Luigi e Matteo o Mazzeo (Prot. C. Malfitano, 1494
— 95, e. 142) e una figlia di nome Sara che fu moglie di Nic.
de Messanello (Protoc. di Nic. Ambr. Casanova, 1478, e. 21).
Era già morto nel 1475 (Prot. di Fr. Russo, 1473 — 75, e. XII*).
La vedova Giovannella e i figli Luigi e Mazzeo ebbero
una casa che dettero in fitto nel 1475 ad Antonio Calcidio,
poeta laureato, il maestro di G. Maio (Protoc. di Fr. Russo,
1473-75, e. CXIP).
Capitolo XVII.
I Correttori.
Sommario : 1. Serie dei correttori delle edizioni napoletane. —
II. Paride del Pozzo. — HI. Pietro Oliverio. — IV. Angelo
Catone. — V. Pier Luigi Riccio. — VI. Giuniano Maio. —
VII. Gli altri correttori: Pietro Ciulosio, Fr. Bernardino Siciliano,
Paolo Prassicio e G. B. Elisio.
I. Nel corso di questo lavoro abbiamo già avuto occa-
siorìe di trattare di alcuni dotti napoletani, che coadiuvarono e
diressero i primi nostri tipografi, illuminandoli e consigliandoli
nella scelta delle opere da pubblicare e prestando 1' opera loro
nella collazione dei testi destinati alla stampa e nella correzione
del lavoro tipografico. Non sempre i loro nomi sono conosciuti,
perchè rare volte nei libri si faceva menzione espressa dei
correttori; e se talora è possibile congetturarli da altri indizii,
accade assai più spesso che ci rimangano affatto ignoti.
Diamo qui la serie dei correttori o editori che s' incon-
trano nelle edizioni napoletane e che in esse vengono chiara-
mente indicati come tali: Pietro Bartolacio da Benevento (147 i),
Paride del Pozzo (147 1? — 1478), Pietro Oliverio (1472), Francesco
del Tuppo (1474 — 147S), Angelo Catone (1474 — 75), Biagio
Romero (1475 — 76), Fusco Severino (1475), Giuniano Maio
(1476—80), Gio. Pietro Teotino (Jo. Petrus Theotinus) di
Nardo (e. 1475 — 76). un Petrus de S. Johanne (1476 — 77),
Pietro Gulosio (1478), Frate Bernardino Siciliano (1482 — 1485),
Fr. Roberto d* Euremodio Cisterciense (1488), Fr. Antonucci©
da Sulmona Benedettino Celestino (1489), Giov. Marco Cinico
(e. 1489), Francesco Jonata (1490) che curò l'edizione del poema
I Correttori. 143
paterno da lui „summa diligentia castigatum", Paolo Prassicio
(1499), Frate Andrea da Gerace (Andreas Ihyracensis),
Giov. Batt. Elisio (1499).''
Correttori delle opere ebraiche furono: Jacob Baruc figlio
di R. Juda (Bibl. 261), Mosé ben Chaviv (Bibl. 262 e 276), Jom
Tov di R. Perez (Bibl. 264), Salomon figlio di R. Perez
(Bibl. 266) e Samuel figlio di R. Meier Latef (Bibl. 269).
Di Francesco del Tuppo trattammo già a suo tempo,
considerandolo anche come correttore di S. Riessinger. Del
Romero e del Cinico, 1' uno correttore e probabilmente socio,
r altro socio e certamente anche correttore di Mattia Moravo,
trattammo pure a proposito delle relazioni loro con Mattia.
Qui pertanto diremo qualche cosa degli altri, e parti-
colarmente di Paride del Pozzo, di Pietro OHverio, di Angelo
Catone e di Giuniano Maio.
IL Paride del Pozzo nacque in Pimonte, presso Ca-
stellamare di Stabia,^^ da Carletto e Agnese del Pozzo.
Si recò giovanissimo in Napoli, per apprendervi le scienze
legali. Più tardi, per meglio approfondirle, volle udire i più
celebri giureconsulti delle altre università, cioè il Barbazza,
i) Il Reichhart pone fra i correttori Andrea Ferabos (Beitr. z. Inkunabel-
kunde, 3. Beiheft z. Centi, f. Bibl. IX), che non fu se non il traduttore del-
l' Epistole di Falaride (Bibl. 93).
2) „Paris de Puteo Carletti et Agnesis de Puteo filius honesta familia ortus
in Pimonte, oppido non ignobili Ducatus Amalphie, quod ad secundum a Stabiensi
urbe lapidem distai". (Ms. Brancacciano IV B. i, e. 45 a.) Per errore fu detto
da Giulio Claro nato in Alessandria, come notò il Toppi. L' A. della citata bio-
grafia inedita aggiunge: „Paridis autem familiam e castro Pimontis Neapolitani regni
prodiisse praeter antiquam tradilionem ex quamplurimis etiam documentis a nobis
perspectis clarius dignoscitur videlicet si tum Paris ac fratres tum etiam Carlectus
eius pater caeterique eius avi de terra Pimontis ducatus Amalphiae vocentur
(Processus Joseph de puteo cum nobilibus Castrimaris penes felicem Actuarium"
(Ms. cit. e. 45a).
Nel Prot. di Marino de Miranda (di Castellamare) sono nominati un Angelo
de aputheo de pimonte, un Abbate Andrea de aputheo e un Nic. Frane-
de aputheo, cives et habitatores castrimaris (a. 1477, e. 8b e a. I479i
9 die, 28 nov. e 18 olt., e. s. n.).
144 Capitolo XVII.
r Aretino, Alessandro da Imola e Antonio Pratovetere in
Bologna. Tornato in Napoli fu maestro di Ferdinando Duca
di Calabria il quale, divenuto re, lo creò consigliere nel 1459.'^
Continuò pur tuttavia a patrocinare nei tribunali e divenne
celebre per i punti cavallereschi, come allora si diceva delle
questioni di onore, per cui a lui ricorreva la nobiltà nazionale
e straniera.'-
Comparisce come testimone in molti atti del 1474, 76,
77, 78, 82, 86 e 87.3*
Ebbe due fratelli: Nicola Mazzeo e Brancaleone.'»^ Ebbe
pure un figlio a nome Simone. Il Signorelli dice che morì
carico di onori e di ricchezze nel 1493 di circa 80 anni e fu
sepolto nella chiesa di S. Agostino ;'> ma da un documento si
rileva che era già morto il 13 marzo 1489,^' e da un altro che
era ancor vivente il 20 ott. 1488 7^: pare quindi che sia morto
verso la fine del 1488 o al principio del 1489.
Fu autore di varie opere, delle quali le più lodate e
famose furono il Syndicatus officialium, che ebbe due
edizioni nel sec. XV, e venne piià volte ristampato di poi, e
il libro De re militari, o sia il trattato del duello.
Paride del Pozzo fu uno dei primi correttori e curò,
probabilmente, alcune delle più antiche edizioni napoletane. Il
suo nome non apparisce che in una sola di queste, cioè nella
Lectura super I parte Digesti Veteris di Bartolo, stampata
dal Riessinger verso il 147 1 — 72 (Bibl. 16: „Hos bonus et
prudens doctor Jurisque peritus Corrigit Aputhcus nobili-
tate paris"); ma è probabile che correggesse altre edizioni
Riessingeriane. Delle Moraviane sappiamo solo che corresse
il Vitale de Cambanis del 1478 (Bibl. 119) „correctum et
1) Signorelli, Vicende dtUa coltura nelle due Sicilie, III, p. 310.
2) Signorelli, ivi, p. 31 1.
3) Prot. Fr. Russo, 1473—75, e. a8 e 30; 1476—77, e. 135»; 1478— 1479,
e. 77a; 1481—82, e. 7ia, 1485—86, e. 2740; 1487—88, e. 59b, 653.
4) Prot. Ant. Pilelii, 1465, e. 188 b.
5) P- 311-
6) Prot. Mar. di Fiore, 1488—89, e. 74b, 75 a.
7) Prot. M. d. Fiore, ivi, e 41—42.
I Correttori. 145
revisum per clarum doctorem iurium paridem parthenopensem".
Nel 1485 infine volle essere egli stesso il correttore della seconda
edizione della sua opera De Syndicatu (Bibl. 64), impressa
da F. del Tuppo.
HI. Pietro Oliverio è detto napoletano nei documenti
del tempo.') Fu dottore in diritto ed insegnò nello Studio di
Napoli nel 1470 — 71.'') Venne creato nel 1480 giudice della
G. C. d. Vicaria, ufficio che tenne ancora negli anni 1484, 1496
e 1503.3) Fu R. Consigliere e nel 1484 venne delegato a risol-
vere una controversia occorsa tra Francesco e Bernardino di
Montefal clone. Nel novembre dello stesso anno fu spedito nelle
terre di S. Severino e Camereto per punirne gli abitanti. Nel
i486 fu uno dei commissarii e consiglieri nel giudizio dei
Petrucci e del Coppola. Eletto R. Auditore in Barletta nel
1487 e nel 1489 in Terra di Bari e di Otranto con la prov-
vigione di 300 ducati, in Abruzzo nel 1492 e 1' anno appresso
in Calabria, nel 1498 fu mandato dal Re in Capua a far giustizia
sommaria degli aggressori di PYancesco Brancaccio, e nel
1501 in Cittaducale a comporre una vertenza fra questa città
e quella di Rieti. Nel 1506 venne elevato al Sacro Regio Con-
siglio. Lasciò nel 1510 i pubblici ufficii e visse più anni tran-
quillo. Nel 1513 comprò per 350 ducati la bagliva di Valva. •♦)
Sembra che fosse ancora vivente nel 15 17, se è lui quel
Pietro Oliverio U. J. D. che s' incontra come testimone in un
atto del 30 ottobre di quell' anno.s)
1) Prot. M. di Fiore, 1486—88, e. 245.
2) V. i doc. n. 713, 716 e 771 del Cannavale (Lo Studio di Napoli
nel Rinascimento). Nei Rotuli figura una sola volta nel 1470 — 71, con
lo stipendio di IO due.
3) Una Emptio serve prò petro Oliverio sì legge nel prot. di Gio.
de Carpanis, 1484—85, e. 228.
4) Abbiamo desunto tutte queste notizie, compendiandole, dal ms. di Luigi
Volpicella Regis Ferdinandi I Instructionura Liber (Bibl. d. Società
Napol. di Storia Patria), p. lOl. Per altre notizie biografiche v. Arch. Stor.
Campano, a. II, voi. II (92 — 93), p. 13Ó, in nota.
5) Prot. di P. de Electa, a. 1517, e. 70a.
Fava e Bresciano, La itampa in Napoli. I. XO
146 Capitolo XVII.
Secondo il Tutini Pietro Oliverio glossò con altri dotti i
Capitoli del Regno.
P. Oliverio e Paride del Pozzo con Francesco del Tuppo
sono i primi correttori che s' incontrano negli annali della
tipografia napoletana. L' Apparatus super Constitutionibus
Regni di Andrea da Isernia, pubblicato dal Riessinger nel
1472, a spese del libraio ^lartinello Carnefice, fu riveduto dal-
l' Oliverio.' >
IV. Il medico Angelo Catone Supinate, ossia di Sepino
nel Beneventano (ora in provincia di Campobasso), fu uno dei
più dotti uomini del suo tempo. Il Re Ferdinando I lo invitò
ad insegnare filosofia ed astronomia nello Studio di Napoli nel
1465,^' ma sembra che avesse tenuto 1' insegnamento solo per
pochi anni. Tra i documenti pubblicati dal Cannavale^' 17 ri-
guardano Angelo Catone, e vanno dal 1465 al 1474. Nei
Rotuli il suo nome comparisce nel 1465 con 120 ducati di
provvigione, nel 1470 — 71 con 60, nel 147 1 — 72 con 120, nel
1472 — 73 con 125 e nel 1473 — 74 con 100. Nel 1478 — 79 figura
un Angelus medicus con 50 ducati.'»^
Poche notizie abbiamo trovato di lui nei documenti del
tempo. Una cessio prò egregio viro domino angelo
catone supinate, fatta il 29 genn. 1477, è nel Protocollo di
Fr. Russo (a. 1476 — 77, e. 56^).
Nel 1472 pubblicò l'opuscolo De Cometa, che dedicò a
Giovanni d'Aragona (V. liibl. 21). Scrisse anche un commentario
suir Etica di Aristotele, che cominciò a Parigi nel 1487 e terminò
in Roma nel 1493.-^ Fu archiatro alla Corte di Francia''^ e
1) „Sixtus hoc impressit scd bis tami-n ante revisit Egregius Doctor Petrus
01iveriu!>", come si lc{;^e nell' epi|:;ramma posto in fine alla detta opera. Il libraio
M. Carnctice era allora bidello delio Studio di Napoli e 1' Olivicii vi era lettore
allorché si occupò della correzione dell' Appara tus (1470 — 71).
2) Signorelli, Vicende, II, p. 331.
3) Lo Studio di Napoli nel Rinascimento (Napoli, 1895).
4) Cannnvalr, op. cit., p. 44.
5) Nica<tro, Beneventana Pinacoihcca, p. 102.
6) Marini, Degli Archiatri Pontìticii, I, p. 313, nota b.
I Correttori. I47
molto caro al re Carlo VIII.'^ e nel 1482 divenne arcivescovo
di Vienna nel Delfinato.^^ Morì in patria e fu sepolto nella
chiesa di S. Maria delle Grazie secondo il Nicastro,^^ il quale
però non indica 1' anno della morte. Secondo altri fu sepolto
nella sua chiesa Metropolitana in Vienna.'*^
Si deve ad Angelo Catone la bella edizione del 1474
delle Pandette di Medicina di IMatteo Silvatico, che egli,
essendo allora lettore nello Studio di Napoli, volle pubblicare
a vantaggio degli studenti di filosofia e di medicina pei tipi
di Arnaldo da Bruxelles. „Opus magna ex parte depra-
vatum, dice nella prefazione, emendare et dare in
lucem . . . institui". Vi premise un lungo proemio o dedica
al Re Ferdinando, nel quale proemio celebra le lodi di Napoli
e del Regno. Esso è riportato integralmente da noi altrove
(V. Bibl. 86) e fu anche riportato dal Giustiniani.^^
Nello stesso anno curò 1' edizione del trattato de fe-
bribus di Antonio Guainerio e quella del Mesue, eseguite
entrambe da Bertoldo Rihing (Bibl. 102 e 103). A questa
premise una sua epistola indirizzata al Collegio dei Medici
napoletani, con la data del 26 ottobre 1474: a quella una
lettera diretta al medico del re Ferdinando, Antonello Bolum-
brello.
V. Le notizie relative a Pietro Luigi Riccio, da noi
rinvenute nelle carte del tempo, vanno dal 1469 al 1502. È
nominato come testimone o come parte in molti atti notarili
degli anni 1469, 70, 79, 87, 89, 91, 98, 99, 1500 e 1502.^^
1) Nicastro, 1. e.
2) Marini, 1. e. Secondo il Gams tenne la cattedra dal 1482 al 1495.
3) Op. cit., p. 103.
4) Marini, 1. e.
5) Op. cit., p. 74 e segg.
6) Prot. Petruccio Pisano, 1469 — 70, e. n. n. (in princ. e passino); N. Casa-
nova, 1479 — 80, e. I07b; Fr. Russo, 1487, e. ójb e 1489, e. 32; FI. Santoro, 1491,
e. 33; Fr. Russo, 1497. e. 443 e 1498 — 99, ce. 78, 149, 176 e 403; 1497 — 98,
ce. 44 e 74; C. Malfitano, 1499 — 500, ce. 763, 79 b, 34T, 381; e 1500 — 02, e. 119;
e N. A. Casanova, 1499 — 1500, e. 38b (82 a).
IO*
148 Capitolo XVII.
Figlio di Michele Riccio seniore ebbe dal Re Alfonso,
alla morte del padre avvenuta nel 1457, 1' ufficio di guarda-
sigilli della Gran Corte della Vicaria.'^
È detto Conte Palatino in un documento del 1470'^
come pure nella soscrizione della Lectura di A. da Isernia.^*
In un altro documento vien detto „vir Domine Jacobe barrilis,
filie domini Bisicti et sororis domini Vinccntii"/*
A Pier Luigi Riccio .si deve 1' edizione della Lectura
in usibus fcudorum di Andrea da Isernia (1476). Preparò
quest' edizione conquisitis undiquc cxcmplaribus, com' egli
stesso dice nella lettera ad Antonio d' Alessandro che precede
r opera, e poi summis vigiliis opus peregrine correxit,
com' è detto nella dedica a Gio. Batt. Be.itivoglio.^^
Il Riccio fu molto amico di S. Riessinger. Nella citata
lettera al D' Alessandro dice di essere stato indotto ad im-
prendere il lavoro appunto dal R., „cuius ego consuetudine,
soggiunge, ob ingenium manusquc industrias plurimum
delector".
VI. Di Giuniano Maio come letterato umanista trattò
già diffusamente il Pcrcopo.^'
Non si conosce 1' anno in cui nacque e della sua \'ita
privata si hanno ben poche notizie."' Scolare di Antonio Cal-
àdio fu, alla sua volta, maestro di tutti i giovani latinisti
l) V. Biografie dci;li Accademici Pontaniani di C. Minicri Riccio (Italia
Reale, i88l, appendice n. 2S).
3) Prot. P. Pisano, 1469 — 70, a e. s. n.
3) V. Bibl. 39.
4) Prot. C. Maifitano, 1490, e. 79.
5) Secondo il G. nella Biblioteca Hiancacciana si conserva una sua lettera
diretta al D'Alessandro, dimorante allora nella Spa{;na, con la quale gli annunzia
il dono di un esemplare della Lectura. V. Bibl. 39.
6) Arcb. stor. Nap., XIX, p. 740 e segp.
7) Alle notizie date dal Prof. Pcrcopo si ac;;iiingano le se;;uenti. Kbbe in
moglie Francesca Cam|>ucza, che è nominata io un documento del 37 die.
1489 (Prot. F. Russo, 1488 — 89. e. 140 b), ed ebbe, oltre al Tratello Masone e ai
figli maschi Fabio ed Antonio di cui parla il Percopo, una figliuola Dionea,
che nel 1488, vedova di Giov.innotto Gi;:lio, si rimaritò con G. B. de Marrone di
Capua (Prot. M. d. Fiore, 148Ó— 88. e 313—314), e poi nuovamente nel 1498 con
Bartolomeo Ceses di Ferpignano (Prol. Buon. Vinciguerra, 1498, e. 37 — 38).
I Correttori. I49
napoletani della seconda metà del quattrocento, fra i quali
vanno ricordati Jacopo Sannazaro e Antonio d' Alessandro.
Dal 1465 al 1488, cioè per 23 anni, lesse rettorica nello
Studio di Napoli. Insegnò lettere latine a molti giovani delle
principali famiglie di Napoli e fu maestro di alcuni dei principi
aragonesi, cioè di D. Pietro d'Aragona, dopo il Bienato, e poi
di D. Alfonso e di D.Carlo d'Aragona.'^ Nel 1491 il Re
Ferdinando lo nominò suo cortigiano. Morì tra il gennaio
1493 e il 20 aprile dello stesso anno. Fu lodato dal Fontano,
che compose per lui un epitaffio latino, dal Sannazaro nelle
Elegie e nell' Arcadia (in cui il pastore Enareto „sopra gli
altri pastori doctissimo" e „a cui la magior parte dele cose
divine e umane è manifesta", secondo il Percopo,'') rappresente-
Comprò nel 1487 la terra di Pomigliano di Atalia (Prot. di M. d. Fiore, I487,
22 nov.). Una sua transazione con Elisabetta Caracciolo .«i legge a e. 31 del
prot. di Fr. Russo (1477). È assai frequentemente nominato negli alti notarili
degli anni 1477, 79, 84, 85, 87, 88, 90 e 91 (Prot. F. Russo, 1476—78, e. 31 — 32
(2* num.); M. di Fiore, 1486—88, e. 158, 142, 143, 33, 80, 153—154, 250, 251,
213 — 214; e 1488—89, e. 166. In molti documenti è detto nobile e miles. Nel
1490, come si rileva da un documento, era segretario del Marchese di Marso
(Cancellarius Illmi Marchionis Marsi) (Prot. Vino, de Monte, 1489 — go, e. 107:
Ms. della Biblioteca Brancacciana IV. B. 15.). Nel 148Ó (23 ag.) si obbligò ad
insegnare per un anno e mezzo ad Annibale de Anape di Napoli, figlio di Teseo,
la grammatica positiva, le epistole scelte di Cicerone e tre o quattro commedie
di Terenzio, col compenso di 12 ducati, come si ricava da un documento pubbli-
cato da T. de Marinis. Del fratello Masone de Maio e di una Lisa sua moglie
si fa menzione in un doc. dell' li ag. 1488 (Prot. di Paolo Gugl. de Cristofano,
i486 - 90, e. 90a e 91 b).
Un Ambrosino de mayo scrivano di razione (scriba pcrcionis) del
Duca di Calabria è nominato frequentissimamente negli atti notarili, nei quali
suole intervenire a nome del Duca (V., fra i tanti altri , i prot. di F. Russo,
1488—89, e. 140, 155, 156; 1487—88, e. 275).
Un Ambrosio de madio librario è teste in un atto del 24 ott. 1488
(Prot. di M. di Fiore, 1488— 1489, e. 453).
V. per altre notizie su Giuniano 1' articolo biografico di C. Minieri-Rkcio
(Italia Reale, a. 1881, appendice no. 54).
i) I suoi averi gli erano talvolta pagati in panni : „a M. Juliano de mayo
de napoli mastro de scola la valuta de d. Vili, t. II, gr. X ... a di 13 aprilis
[1480] (Cedole, voi. 85, e. 96); „a M. Juliano de mayo de napoli per lectura la
valuta de XL d. in le infrascripte robe a di 8 novembre [1480] (C. 85, e. 176 a).
2) La prima imitazione dell'Arcadia, p. 34-
150 Capitolo XVII.
rebbe appunto Giuniano Maio), dal D'Alessandro, dal Cariteo,'^
che lo chiamò un Quintiliano, e da P. J. de Jennaro nel poemetto
delle Sei e tate.
Dopo Biagio Romero troviamo Giuniano Maio come
correttore di M. Moravo. Si devono a lui 1* edizione delle
Epistole di Plinio, che egli preparò, curò e volle dedicare
a Girolamo Carafa, e la scelta delle Orazioni di Cicerone,
pubblicata nel 1480. Non si trova il suo nome in altre edizioni
del Moravo, ma è possibile che egli ne curasse altre.
VII. Pietro Gulosio da Amalfi, „filosofo" e medico
com' egli stesso s'intitola, insegnò medicina in Napoli dal 1465
al 1479,-^ e a vantaggio dei suoi scolari curò nel 1478 un' edi-
zione delle opere di Me su e pei tipi del Guldenmund (Bibl. 160).
Mori nel 1479.^^
Una sua Expositio Aphorismorum Hippocratis e una
sua Declaratio quaestionum Gentilis [Fulginatis] si con-
servano in un codice della Nazionale di Napoli (Ms. XV. C. 46).
Quel Fr. Bernardino Siciliano Minorità, che fu il correttore
del Messale Moraviano del 1482 e del Breviario impresso nel
1485, ci pare che debba identificarsi, senz' alcuna esitazione,
con r autore del poemetto volgare o leggenda in versi sulla
traslazione delle reliquie di S. Gennaro e sulla cappella del
succorpo, ampiamente illustrato dal Miola (Napoli Nobilissima,
VI, 161 — 166 e 180 — 189). Egli fu, secondo lo Sbaraglia „vir
summae eruditionis in humanis sacrisque literis consultissimus".*^
Lo stesso Sbaraglia crede che fosse nativo di Troina e Vicario
Generale del suo Ordine, predicatore assai reputato e autore
di prediche quaresimali, di sermoni e di altre opere. Il poe-
metto volgare, che il Wadding e lo Sbaraglia credettero riferire
all' anno 1497, fu scritto, come dimostrò il Miola, nel 1503.
Niente sappiamo del monaco Cisterciense Fr. Roberto
l) Rime, ed. Percopo, p. 367.
a) V. i documenti relativi al Gulosio (Golioso, Golisso, Petro de
Amalf.-i ecc.) presso il Cannavale (op. cit.).
3) Cannavale, doc. 925.
4) Supplem., p. 134.
I Correttori. 151
d' Euremodio, correttore dei Disticha di D. Catone, e di
Fr. Antonuccio da Sulmona, Celestino, che corresse il Bre-
viario del suo ordine.
Il Brevi arium Aversanum stampato da F. del Tuppo
ebbe per correttore Paolo Prassicio, canonico della Cattedrale
di Aversa, forse fratello di Luca. ') Fu accademico Pontaniano
e amico del Fontano stesso, che gli dedicò il libro de rebus
coelestibus per la grande coltura che egli aveva negli studii
astronomici, e ne fece uno degl' interlocutori dell' Actius, nel
qual dialogo si accenna pure alle teorie astrologiche del Prassicio.
Anche nella soscrizione del Breviarium Aversanum è detto
poeta astrologus Istoriografus atque theologus
christianissimus. Qualche altra notizia del Prassicio e della
famiglia di lui dette il Minieri Riccio (Biografie degli Accade-
mici Alfonsini, p. 162).
Una rara edizione del Liber Aggregationum di Alberto
Magno, senza data, ma certamente napoletana e che dovette
veder la luce probabilmente verso la fine del sec. XV, ^) fu
curata dal noto medico e filosofo napoletano Gio. Batt. Elisio, 3)
r autore del libro De naturali Philosophia-*^ e della versione
latina di un Libellus Arabicus in malos medicos (Caronti,
n.475). L'Elisio vi premise una dedica a Ferdinando d'Aragona.
Nella soscrizione si avverte che 1' opera fu diligentemente
corretta e castigata „per eximium artium et medicinae doctorem
Johannem Baptistam Elisium parthenopeum publice docentem";
il che farebbe credere che avesse curata questa edizione verso
il 1487 — 88, giacché pare che solo in quegli anni abbia in-
segnato nello Studio di Napoli.s>
1) Parente, Origine e vicende ecclesiastiche della città di Aversa
(Napoli, 1858), voi. II, p. 594.
2) V. Bibl. 203.
3) V. le notizie biografiche del Minieri Riccio in Italia Reale, 1881,
appendice 5.
4) Ibidem,
5) Nei Rotuli figura solo nel 1481 — 88. I doc. n. 774 bis e 991 relativi
a un G. B. de Ulisio vanno probabilmente riferiti a lui.
Capitolo XVIII.
La tipografia ebraica napoletana.
Sommario: I. Le tipografie ebraiche a Napoli. — II. Josef e Azaricl
da Gunzenhausen. — III. Isaac di Juda Cattorzi e Josué Salomon
Soncino. — IV. Tipografi e correttori.
I. La storia dell' antica tipografia napoletana presenta
ancora dello lacune e delle questioni non risolute e forse non
risolubili, ma quella della tipografia ebraica napoletana è ancora
più oscura ed incerta, né le nostre ricerche hanno dato risultati
tali da apportare nuova luce su questa materia. E noi avremmo
volentieri soppresso quest' ultimo capitolo, se non avessimo
creduto di venir meno al compito nostro, che e' impone il
dovere di dar notizia di tutti i tipografi napoletani del XV s.
e d' indicare almeno, brevemente ma esattamente, quelle edi-
zioni napoletane che non ci è dato di descrivere compiuta-
mente. Lo avremmo soppresso volentieri, soprattutto perchè
la materia non può essere trattata convenientemente da chi
non abbia una speciale competenza nella letteratura e nella
bibliografia ebraiche, ed anche perchè si attende che un chiaro
studioso, il Dr. A. Freimann, pubblichi il suo lavoro sugi' in-
cunabuli ebraici, annunziato già da qualche tempo e che sarà
certamente definitivo ed esauriente.
L' argomento è degno di un' ampia trattazione, giacché
nella storia della tipografia ebraica Napoli ha uno dei pri-
missimi posti. Nessuna delle città d' Italia, di Spagna o di
Portogallo che ebbero tipografie ebraiche, quando si eccettui
Soncino, produsse tante edizioni ebraiche quante ne furono
La tipografia ebraica napoletana. 153
stampate in Napoli dal i486 al 1492; e ciò non ostante nessuno
si è ancora occupato di proposito e largamente della tipografia
ebraica napoletana.'^ Ma, come si è detto, noi non avevamo
la necessaria speciale competenza per imprendere questo studio,
né potevamo far di meglio che seguire il De Rossi^^ e gli altri
che dopo di lui hanno trattato della tipografia ebraica in
generale e incidentalmente della napoletana.^^ Pertanto, non
volendo omettere una breve notizia della tipografia e delle
edizioni ebraiche napoletane, ci limiteremo a riassumere i
risultati degli studii fatti sinora su 11' argomento, e a indicare
sommariamente, nella Bibliografia, le singole edizioni ebraiche
con la scorta del De Rossi, alle cui opere si potrà ricorrere
per una più ampia notizia di ciascuna edizione.
Per quanto vi sia qualche incertezza circa il numero
delle tipografie ebraiche napoletane e circa le persone che si
possono indubbiamente considerare come tipografi, giacché
alcuni che sono stati indicati come tali non furono forse che
correttori e viceversa, è fuori di dubbio che le venti edizioni
ebraiche napoletane che si conoscono provengono da tipografie
diverse, e sembra certo che queste tipografie, in parte con-
temporanee e forse anche rivali, siano state almeno tre: quella
di Josef di Jacob da Gunzenhausen, quella d' Isaac Cattorzi e
quella dei Soncinati.
Il Jacobs pone fra i tipografi anche Chaiim d' Isaac Levita,
Jom Tov e Salomon ben Peretz e Azariel da Gunzenhausen;
ed il De Rossi considera pure come tipografi lo stesso Chaiim
i) Non abbiamo potuto vedere l'articolo di M. Soave, Edizioni di opere
ebraiche fatte in Napoli dal 1487 al 1493 inserito nel Corriere Israelitico
di Trieste, a. 1879, n**. del 4 giugno,
2) Annales Haebraeo-typographici saec. XV. — Parmae, ex Regio Typo-
grapheo, 1795.
3) Jacobs, J., articolo Incunabula nella Jewish Encyclopedia,
voi. VI, p. 575—80 (New York, 1904).
Amram, David Werner, The makers ofHebrew books in Italy. — Phila-
delphia, J. Greenstone, 1909.
Qualche notizia sui tipografi e sui librai ebrei a Napoli nel XV s. si
trova nell'articolo di N. Ferrarelli riprodotto nella Bibliofilia, Vili (1906— 7),
p. 219 — 21.
154 Capitolo XVIII.
e Samuel di Samuel da Roma. Ma è certo, come osservò e
riconobbe lo stesso De Rossi, '^ che 1' edizione dei Prove rbii
in cui s' incontra il nome di Chaiin (Bibl. 259) e quella di
Job che reca il nome di Samuel da Roma (Bibl. 260) furono
impresse con gli stessi caratteri dell' edizione dei Salmi,
stampata, come si dice chiaramente nella soscrizione, per
opera di Josef tedesco (Bibl. 261); e lo stesso De Rossi opinò
che queste tre opere, che egli considera come le tre parti di
una sola raccolta (Hagiographa), dovettero uscire dalla stessa
tipografia.** Pertanto è da credere che Chaiim e Samuel siano
stati o correttori o compositori nella officina di Josef da
Gunzcnhausen, e che abbiano volato apporre i loro nomi ai
volumi da essi corretti o composti, come costumarono altri
correttori e compositori ebrei.
Lo stesso può dirsi di Jom Tov e di Salomon ben Peretz,
giacché le due opere in cui s' incontrano i loro nomi (Bibl. 264
e 266) furono impresse nella tipografia di Josef da Gunzen-
hausen. Lo attestano chiaramente le due soscrizioni, la seconda
delle quali indica chiaramente Salomon come correttore. E
quanto ad Azariel da Gunzcnhausen egli, piuttosto che rap-
presentare una tipografia distinta dalle tre da noi indicate,
non fu che il successore di suo padre Josef nella officina da
costui fondata e diretta fino al 1490, officina che, morto Josef,
continuò a funzionare sotto la direzione di Azariel fino al 1492
almeno.
IL La prima in ordine di tempo e la più importante
per il numero delle opere impresse fu la tipografia di Josef
di Jacob tedesco (Aschenazi) da Gunzcnhausen, come si chiamò
dal suo luogo d' origine. Fondata nel i486, se non nel 1485
com' è più probabile, si resse fino al luglio del 1492 almeno,
e produsse non meno di quattordici edizioni.
Ci attesta un documento che ai 19 di marzo del 1487 si
conchiuse una certa transazione fra un Manuele de Cave,
1) I. p. sa.
a) Ivi.
La tipografìa ebraica napoletana. 155
banchiere ebreo dimorante in Napoli, un Elia Voi gh eri altro
ebreo di Napoli, e i maestri Jacob e Josef ebrei, i quali avevano
stretta fra loro una società per la stampa dei libri („ad in-
stampandum libros"), e che per effetto della transazione Elia
uscì dalla società ricevendo da Manuele 30 ducati in compenso
del suo lavoro; e ci attesta pure che questa società, la quale
forse produsse gli Hagiographa (Bibl. 259 — 61), dovette aver
principio con tutta probabilità nel 1485, giacché nel marzo del
1487, quando Elia si separò dai suoi socii, questi dichiararono
di avere „olim'* costituita la società e di averla per un certo
spazio di tempo seguita ed amministrata („predictam societatem
per certum temporis spatium contraxisse, fecisse et admini-
strasse"), e d' altra parte il pagamento dei 30 ducati ad Elia
per il lavoro già da lui fatto („propter industriam et fatigia
positam et posita per eundem Elyam in societate") prova che
nel marzo 1487 si era già compiuto un lavoro tipografico
notevole.
Josef da Gunzenhausen iniziò 1' impresa con 1' appoggio
del banchiere ebreo Manuele che nel contratto di società si
era obbligato a fornire il capitale necessario, '^ e diresse la
stamperia fino al 1490 o al principio del 1491, giacché sappiamo
che era ancora vivente nel gennaio del 1490 (Bibl. 267), ma nel
novembre del 1491 era già morto e la tipografia era passata
al figlio Azariel, come si rileva dalla soscrizione della I^ parte
dell'Avicenna (Bibl. 273) in cui si prega requie alla memoria
di Josef.
Sotto la direzione di Azariel la tipografia si sostenne fino
al luglio del 1492 almeno (Bibl. 276), e forse anche per qualche
breve tempo ancora, se si vuol seguire il De Rossi nelle sue
congetture circa la data dell' Agur (Bibl. 277).
III. Mentre era ancora in esercizio la tipografia fondata
da Jacob tedesco due altre tipografie ebraiche furono quasi
contemporamente stabilite in Napoli verso il 1490: quella di
Isaac Cattorzi e quella dei Soncinati.
I) V. documento XVIII.
156 Capitolo XVIII.
Isaac ben Juda ibn Cattorzi originario dell' Aragona e,
come parrebbe dal nomc,'> d' una famiglia stabilita nella Spagna
al tempo degli Arabi, aveva forse appreso 1' arte tipografica
da qualcuno dei tipografi ebrei che esercitarono quest' arte
nella Spagna prima della generale espulsione degli Ebrei
avvenuta nel 1492.-^
Di Isaac Cattorzi si hanno due sole edizioni degli anni
1490 e 1491 (Bibl. 26S e 272). Questa tipografia sembra che
rivaleggiasse con quella dei tedeschi, come farebbe supporre
la soscrizione del Kimchi \Bibl. 272).
Quasi contemporaneamente fu impiantata in Napoli
un' altra tipografia ebraica: quella dei figli di Soncino. Josué
Salomon Soncino, che aveva esercitato per alcuni anni 1' arte
della stampa nell' officina Soncinate fondata per iniziativa di
suo padre Israel Natan, costretto ad emigrare, dopo di aver
perduto in Soncino il padre ed il fratello Mosé, ed a cercarsi
una nuova sede per le persecuzioni di Ludovico Sforza contro
gli Ebrei di Lombardia, pensò di stabilirsi a Napoli, dove gli
Ebrei vivevano tranquillamente, protetti da Ferdinando d'Ara-
gona, e dove era stato preceduto da Salomon ben Peretz
(Bonfoi) che aveva trovato lavoro presso la tipografia di Josef
da Gunzenhausen e che, come crede 1' Amram,^' era stato già
uno degli artefici della tipografia di Soncino.
Josué Salomon venne a stabilirsi in Napoli nel 1490 e vi
pubblicò dal 1490 al 1492, per quanto finora si conosce, quattro
edizioni. La più antica edizione datata impressa in Napoli coi
caratteri di lui è il Salterio pubblicato nel dicembre del 1490
(Bibl. 2Òg^^^), seguito, come pare, dalla Bibbia senza data, che
il De Rossi crede del 1490 — 91 (Bibl. 270). Nel 1491 venne
fuori dalla sua tipografia il Pentateuco (Bibl. 271) e nel 1492
la raccolta intitolata Mi sena (Bibl. 275I Dopo la pubblicazione
di quest'opera, avvenuta nel maggio del 1492, sembra che la
tipografia dei Soncinati non aì^bia prodotto altre edizioni.
i) Amrim, p. 64.
a) Ibidem.
3) P. 64-
La tipografia ebraica napoletana. 157
Sopravvennero tempi difficili per gli Ebrei, ed anche le tipo-
grafie ebraiche napoletane ebbero a soffrirne: talché dopo il
luglio 1492 non troviamo più alcun libro ebraico stampato
in Napoli, né in altre città d' Italia, se si eccettuano Brescia
e Barco.
S' ignora se Josué sia morto in Napoli, come suppone
l'Amram,'^ o sia sopravvissuto agli avvenimenti dolorosi che
seguirono; ma è probabile che egli morisse tra il 1492 e il
1493. L' Amram a questo proposito osserva che se Josué non
fosse morto in quel torno, si sarebbe probabilmente rifugiato
a Brescia dal suo nipote Gerson o Gherescom, ed il suo nome
s' incontrerebbe in qualcuno dei libri pubblicati a Brescia
negli anni successivi.''^
IV. Oltre ai tipografi già nominati, che furono proprie-
tarii o direttori di stabilimenti tipografici, conosciamo i nomi
di parecchi altri tipografi i quali prestarono 1' opera loro, per
lo più come compositori, nella officina di Josef da Gunzen-
hausen; ma, come dicemmo, è dubbio se alcuni di essi siano
stati piuttosto correttori delle opere in cui si trovano i loro
nomi, com' è dubbio se qualcuno di coloro che sono general-
mente considerati come corretttori sia stato invece artefice
tipografo.
Tipografi, e forse compositori, nella officina fondata da
Josef tedesco furono, oltre quell' Elia che abbiamo testé nomi-
nato, Chaiim d'Isaac Levita, tedesco (Bibl. 259), Samuel da
Roma (Bibl. 260), Ascer di R. Peretz Mintza che si qualifica egli
stesso compositore o „tipoteta" (Bibl. 273) e Abraam di R.Jacob
Landò (Bibl. 273) che si dichiara eg-li pure compositore, con-
giunto, come crede 1' Amram, ^* di Jacob Baruc che corresse
r edizione dei Salmi del 1487 (Bibl. 261).
Furono correttori, oltre il predetto Jacob Baruc di R. Juda
Landò, tedesco di origine (Bibl. 261), parente, come ora notammo,
I)
p-
68.
2)
Ib
lidem
3)
P-
66.
158 Capitolo XVIII.
del tipografo Abraam e che 1' Amram'Mdentifìca con l'autore
del libro Agur pubblicato a Napoli nel 1492 (Bibl. 277), Mosè
ben Chaviv di R. Scem Tov, spagnuolo d' origine (Bibl. 262
e 276), Jom Tov di R, Peretz (Bonfoi) francese (Bibl. 264),
Salomon di R. Peretz, fratello del precedente (Bibl. 266), e
Samuel di R. Meir Latef (Bibl. 269), non diverso forse da quel
Samuel che stampava in Mantova nel 1513.-^
Abraam Talmìd e Josef Aben Piso spagnuoli concorsero
col loro danaro alla stampa e alla pubblicazione della raccolta
delle tradizioni Giudaiche (Miscnà), insieme con Josué Salomon
Soncino (V. Bibl. 275).
1) Ibidem.
2) p. 64.
Appendice.
L' arte della legatoria a Napoli.
Sommario: I. La legatoria nel medioevo. Periodo angioino-aragonese.
— II. La legatura al tempo dell' introduzione della stampa. —
III. B. Scariglia. — IV. Altri legatori: N. di Leonardo,
T. Aulesa, T. De Venia, A. Vitolo, G. Vaglies, Fr. d'Am-
brosio, Donno Colella, N. di Riccardo, S. de Nastasi,
M. de Manso, T. d'Ancona, S. Canthax. — V. Genere
delle legature. — VI. Loro prezzi.
L In una città come Napoli, che anche nell' alto medio
evo fu asilo di cultura e di studii e vantò cospicue biblioteche,
che era sede di molti insigni e ricchi monasteri, che fu la
prima, e per quasi due secoli la sola, in tutto il mezzogiorno
d' Italia ad avere uno Studio divenuto ben presto fiorente, che
fin dal secolo XIII, fatta metropoli del regno, aveva accolto
una corte magnifica e protettrice delle arti e delle lettere,
e che ebbe tra i suoi monarchi Roberto il Savio, Renato
d'Angiò ed Alfonso il Magnanimo, 1' arte di legare i libri
dovette di necessità in ogni tempo e senza interruzione
essere largamente coltivata: così che al tempo della in-
troduzione della stampa poteva già vantare antiche e buone
tradizioni.
Della biblioteca degli Angioini, che ai tempi del Re
Roberto era già divenuta celebre, si hanno notizie fin dal
1280, conoscendosi i nomi di molti amanuensi allo stipendio
di Carlo I (1280— 1282), come pure di correttori, rubricatori,
miniatori e traduttori, e del custode della biblioteca, che era
l6o Appendice.
Giovanni de Nigellis fisico di Corte. E fin da quel tempo
richiama la nostra attenzione la ricchezza delle legature reali.
Sappiamo, infatti, che un certo Marco orefice lavorò nel 1282
i fermagli per alcuni volumi rilegati.'' Altre notizie di volumi
fatti rilegare al tempo di Re Roberto dette il Giustiniani,
traendole dai registri Angioini,'^ notizie che qui stimiamo
superfluo riportare.
Un Jannello legatore, ricordato dal Filangieri, lavorava
nel 1332 per conto della Biblioteca reale.^^
Il citato Mazzatinti ha raccolto molte notizie intomo al
genere di rilegatura di alcune opere. I,e legature ordinarie
erano, come è noto, in assi coperte di cuoio impresso; ma
quelle di lusso erano coperte di seta o di velluto, e i fermagli
di argento o di oro servivano appunto a queste.
Non è, però, intendimento nostro di tentare uno schizzo
storico dell' arte della legatura in Napoli : ci contenteremo di
esporre, il più brevemente che sarà possibile, quali fossero a
Napoli le condizioni e i progressi di qucst' arte, così stretta-
mente connessa con quella della stampa, nel tempo in cui
questa venne introdotta nella nostra città.
IL In quei tempi la professione di libraio andava quasi
sempre, se non sempre, congiunta con quella di legatore, e
qualche volta anche con la professione di tipografo. I libri,
così quelli scritti a mano, come quelli a stampa, non si vende-
vano d' ordinario che legati ; e però i mercanti di codici e più
tardi gli stampatori solevano tenere nelle loro officine degli
artefici incaricati della legatura dei volumi, ed accoglievano
anche apprendisti coi quali facevano dei contratti. Così il noto
libraio catalano Giovanni Vaglies nel i486 si obbligò di tenere
per tre anni nella sua bottega, col salario di un' oncia 1' anno
I) Mazzatinti, Bibl. dei Re d'Araf^ona, p. III.
2] Giustiniani, op. cit., p. 32.
3] Ai 5 maggio 1332 rìccre 6 tari egr. IO prò ligatura tabule ystoria-
rum romanarum ed 8 Uri prò ligatura unius libri conditi centra
gentil es. (Filangieri, Documenti per la itoria delle arti etc, VI, p. 18.)
Appendice. l6l
oltre il vitto e 1' alloggio, il barcellonese Ferrerio Prats libraio
legatore e d' insegnargli 1' arte;'^ e Francesco d' Ambrosio,
altro libraio, prese con sé nel 1478 il fanciullo Nicola Janni-
celli, per insegnargli ministerium ligandi et coperiendi
libros.'>
Come legatori possono perciò considerarsi quasi tutti, se
non tutti, i librai che in gran numero dimoravano a Napoli
nella seconda metà del XV secolo e che, dalle notizie da
noi raccolte, sappiamo che superavano di molto il centinaio.
Tuttavia noi qui diremo solo qualche cosa di quelli che
nei documenti si trovano chiaramente indicati come legatori.
Questi, come si vedrà, furono quasi tutti, alla lor volta, anche
librai.
III. Principe dei legatori del periodo aragonese fu il
catalano Baldassarre Scariglia della cui attività troviamo
per circa cinquant' anni (1451 — 1497) copiose notizie, sia nelle
Cedole della Tesoreria Aragonese, sia nei protocolli notarili.
Lo Scariglia entrò nella biblioteca reale ai tempi di
Alfonso il Magnanimo. Ai 30 settembre 1450 si trova notato
un pagamento di 21 ducato e 3 tari fatto ad uno Scarinxj
della libreria che, se non c'inganniamo, non può essere altri
che Baldassarre. 3)
Addì 16 luglio del detto anno 1451, come scrivano aiu-
tante della libreria, ricevette il compenso di certe spese fatte
pel suo officio.'*^ Nel 3 settembre 1453 ebbe il pagamento di
un registro da lui comprato, come librer.s) Ma in altre nota-
zioni del 1465^) e 1466 è detto aiutante e sembra che nei
primi tempi il suo ufficio fosse proprio quello di legatore della
biblioteca, perchè, oltre al gran numero dei pagamenti a lui
l) Filangieri, op. cit., VI, 311.
a) V, documento XXI.
3) (30 sett. 1450) libreria ... A scarinxj xxi d. iii t. (Cedole, voi. 13",
e. 393 b);' (19 nov. 1451) libreria ... a scarinzi xxi d. iii t. (Ced., t. 14, e. 3193).
4) Ced., V. 14, e. i6aa.
5) Ced., V. 25, e, I33a.
6) Ced., T. 42, e. 2403.
Fava e Bresciano, La «lampa in Napoli. I. II
102 Appendice.
fatti per legature, di cui le Cedole hanno conservato il ricordo,
qualche volta nelle Cedole stesse si trova qualificato legatore
di libri, invece di aiutante.
Troviamo poi che agli 8 nov. 1455 furono pagate diverse
somme agli scrittori e ad altri officiali della biblioteca, fra i quali
lo Scariglia occupa 1' ultimo posto come ligador de libres.'^
Nello stesso anno riceve la largizione di drappi di lana per
una roba, capa e forradura.*)
Nel 1465 (12 giugno) tolse in fitto una casa da Angelillo
Imperato „sitam et positam in plathea ubi dicitur ad fontana
de fistula" pel prezzo di un' oncia e 5 tari (Prot. di Paolino de
Golino, 1465 — 66, e. 76"^).
Negli anni 1472 e 73 gli furono pagati dalla Corte
4 ducati pel fitto di una casa posta nel Vico S. Bartolomeo,
presa in fitto dalla Corte per los malalts de casa del
Senyor Rey.^^ Lo Scariglia dovette forse recarvisi ad
alloggiare, perchè infermo.
Al grado di librer o librctieri era annessa la prov-
vigione mensile di due. 4, 2 tari e 10 gr. (lorde di alaggio),^'
provvigione che lo Scariglia aveva ancora nel 1474^^ e nel
1486.^^ Nel febbraio 1480 era aiutante di camera e riceveva
in dono alcuni drappi.^* Senonchè nel 1481 si trova nominato
non più librerò, ma sottolibrero^^: la biblioteca reale aveva
il librerò magiorc in persona di Giovanni Brancate'^
1) Ced., V. a8, e. 2640.
3) C, ▼. 29. e. 5690 e 5733.
3) C, T. 61, e. 23ób e V. 63, e. 274.
4) C„ V. 56, e. 98.
5) C. V. 66, ce. 2351, 363», 454 b, 549».
6) C, V. 119, e. 236 b.
7) C, V. 85, e. 183 a.
8) C, y. 85, e. 240.1.
9) (2 (jcnn. 1481) „Misscr luync et Francisco Coppula donate ad mister
Ioan brancato librerò magiore del S. Re tre canne de Lorenza paor.azo fino de
grana per una ciocia long» et ona Canna Scp'e palmi de florcnza fina Accolorata
per uno ponello longo et uno paro de calsc al quale lo dicto Signore le comanda
donare cracioianicnlt" (C, t. 78, e. I72a). Il Rr.wicato fu librerò magiore anche
neirSo— 84 (P6rcopo in Rass. crii. d. lelt. ilal., II, p. 128).
Appendice. 163
Oltre quello di bibliotecario altri ufficii gli furono conferiti
dalla benevolenza dei suoi sovrani. Alfonso I nel 1450 lo creò
Guardiano della R. Dogana di Napoli, con 1' annua provvigione
di once 4, portate 1' anno successivo ad 8.'^ Con privilegio
del 29 maggio 1469 gli fu concesso 1' ufficio di Procuratore
fiscale in Capua per sé e per gli eredi.-^ Pel maritaggio di
una sua figlia gli furono largiti nel maggio 1489 ducati 96.3)
Nel 1489 sembra che fosse il primo bibliotecario (librerò
maggiore), perchè in una cedola di quell'anno è detto chiara-
mente che a lui era affidato il governo della biblioteca."*) Da
un' altra cedola del 1492 ricaviamo che lo stipendio annesso
al novello grado era di 54 ducati 1' anno,^^ oltre le solite
largizioni.*^)
Sembra però che la direzione della biblioteca gli fosse
affidata solo temporaneamente: nel 1491 era bibliotecario capo
(librerò maior) con la provvisione di 100 ducati annui l'u-
manista Francesco Pucci, che rimase in tale carica fino al
150 1.7)
Era ancora vivente e al servigio della Corte ai 28 aprile
1497, trovandosi registrata una largizione, fatta a lui ed alla
moglie, nel detto giorno, di varie canne di stoffa pel loro
vestire.^) Il Percopo suppone che lo Scariglia morisse nel
1497.9)
i) Com. Somm., v. 5° (1449—51), e. 128 e v. 4 (1451 — 52], e. lOb.
2) Priv. Somm., v. 50, ce. igyb — 198.
3) Ced., V. 133, e. 239b.
4) (maggio 1489) „a Baltasarro scariglia che tene in gouerno la libraria
del S. R. XXV d. iiij. t. xij a compliment de XXVII d. . . . per la prouisione soa
de sey misi" etc. (C, v. 133. e. CC).
5) Allo stesso XXV d. 4 t. 12 gr. a compimento di 27 d. per la sua prov-
visione di 6 mesi (C, v. 146, e. 2563).
6) Allo stesso „. . . I d. iij t. V. li sonno Comandati donare per le coseture
de soi vestiti per lo presente anno" (C, v. 142, e. 320b).
7) Pèrcopo, in Arch. stor. Napol., XIX, p. 390 e segg.
8) Ced., V. 161, e. 97 (1503).
9) In quel!' anno vien ricordata sua moglie come percepitrice del suo
stipendio (Rassegna crit. d. lett. ital., II, p. 12S).
II*
1 64 Appendice.
Credette il Mazzatinti che nel 1456 lo Scariglia avesse
legato il maggior numero di volumi per la biblioteca reale,
ma, come appare dalle notizie riferite, egli continuò a legame
in grandissimo numeio fino agli ultimi anni del secolo. E da
due cedole del 1491 e del 1492 rileviamo che non lavorò solo
da legatore, e che a lui si faceva capo dalla Corte per altri
lavori affini,'^ ed anche per la decorazione artistica di tappezzerie
di cuoio.'^
Oltre r ufficio di legatore e custode della Biblioteca reale,
che lo Scariglia tenne per quasi mezzo secolo, esercitò libera-
mente la sua professione, nella quale fu, senza dubbio, un
artista abilissimo. E pare che la professione gli fruttasse
molti guadagni e una discreta agiatezza.^^
Da un interessante documento del nostro Archivio nota-
rile, che riproduciamo integralmente +^ in fine, si rileva che egli
nel novembre 1490 era a capo di una società stretta fra lui,
Giacomo Scariglia suo figlio ed il libraio Girolamo d' Ambrosio
per r esercizio dell' arte.
Degl' innumerevoli lavori di legatura, eseguiti dallo
Scariglia, avremo più volte occasione di occuparci. Ci limi-
teremo però a quelli che, per qualche particolare ragione, sono
più degni di nota, e indicheremo pure alcune legature ancora
1) (25 maggio 1492) „a Baldax.nrro scariglia adi xxv de magio iiij. t. li sonno
comandali donare per io preczo de dee caxccte de carta copeite de coyramo carmo-
sino tucti lauorati con fogliagij de oro et quelli ha consigniati in la R> Guarda-
roba dicto di: d. iiij. t. (Ced. Tts., v. 146, e. 3670).
2) (16 giugno 1491) „A Baldaxarro scariglia adi xvj de lugno Cxiiij d. a
complimento de Cxxxviiij d. ij t. li sonno Comandati donare cioè Cij d. iiij t. per
la manufaltura de cincocento quattordicc canne de friso lauorato doro de orifice a
fogliagi haue facti sopra pelle de corduana negra quale sonno Inirate in la guarni-
cione de noue picczi de panno de coyro stampati che per essere stati multo grandi
ne sonno stati facti ziij peczi e In quattro bancali puro de coyro stampati per
parare de quilli la Camera de paramento de soa M'» a ra." de j t. la canna . . ."
(Ced. T., V. 142, e. 275b).
3) Una locatio honorum prò nobili viro baldaxare scariglia
dell' 8 agosto 1487 ti legge nel Prot. di Mar. di Fiore, i486 — 88, e. 112.
4) V. documento XXV.
Appendice. 165
esìstenti, che ragionevolmente possono considerarsi come
opera sua.
IV. Di parecchi altri legatori, contemporanei dello
Scariglia, abbiamo sicure notizie. Nicolò di Lionardo da Bi-
tonto, libraio, Tommaso Aulesa e Tommaso de Venia, sebbene
non risulti chiaramente dai documenti, furono, secondo ogni
probabilità, anche legatori. Come tali furono considerati, il
primo dal Filangieri, gli altri due dal Mazzatinti. Da Nicolò
di Lionardo comprò nel 1443 il Re Alfonso un S. Tommaso
legato in assi coperte di cuoio bianco, per la somma di
IO ducati (Filangieri, VI, 59).
Tommaso Aulesa dal 1443 al 1453 tenne l'ufficio di
custode della Biblioteca reale.'^ Fu probabilmente abile lega-
tore, secondo risulta da varie cedole, nelle quali sono registrati
pagamenti, a lui fatti, per compra di varie cose attinenti alla
legatoria.
Addì 2 giugno 1443 ricevette 16 ducati per la compra di
varie pergamene ed altri oggetti di legatoria.'^
Ai 5 genn. 1451 gli furono pagati no ducati, di cui 100
per comprare pergamene, il resto pel viaggio ad Isernia, Taglia-
cozzo ed altre città per cercarvi pergamene. Il 24 agosto
dello stesso anno per la stessa ragione ricevè altri 139 ducati,
ed il 13 settembre dello stesso anno, parimente per lo stesso
motivo, altri 400 ducati.3)
Tommaso De Venia sembra che nel 1455 — 56 fosse
legatore della biblioteca reale insieme con lo Scariglia: così
parve al Mazzatinti, ed è molto probabile. Questi, però, cre-
dette che Tommaso morisse nel 1456 e che lo Scariglia rima-
i) Ced., V. 6, e. ayóa e v. 26, e 92.
Il Mazzatinti (p. C) e il Percopo ricordano altri due legatovi della Biblioteca
Aragonese, Attanasio Passare e Francesco Cipolla (Rassegna critica della Letter.
Ital., II, p. 127); ma di essi non abbiamo trovato notizie.
2) Ai 2 giugno 1443 gli furono pagati 16 ducati per le spese da fare „en
compra de pells vermelles, preguemins, cantoneres e guafets de leuto, tatxes, posts
e fil per cobrir e ligar los libros" (Cedole, voi. 6°, e. 347).
3) C, V. 14, e. 239 a.
l66 Appendice.
nesse solo nel suo ufficio di legatore e vice-custode della
biblioteca. Ma Tommaso viveva ancora e godeva buona salute
nel 1468, tanto che in quel!' anno pensò di prender moglie.
Il 18 gennaio gli furono, in fatti, donati dal Re 12 ducati en
adiutori de les despeses de les sues noces.'> Dai docu-
menti da noi veduti risulta solo che fu scrittore della biblio-
teca reale. Nel maggio 1466 scriveva un Plinio.^' Altre volte
è nominato nelle cedole di quegli anni ed è sempre chiamato
scriptor.5'
Andrea Vitolo, libraio amalfitano, risulta che fu anche
legatore da questa notazione del 10 agosto 1455: „Item doni
a andria de vitulo de amalfa librer iij d. ij t. xv. gr. los quals
li cren deguts (;o es per prcu de ij cubertes engrutades que
feu per hun libre racional e ordinari tercer" etc. (Ced., v. 28,
e. 150»).
Giovanni Vaglies (1457 — 1493), il noto libraio catalano
che già nominammo altrove, fu anche legatore. Anzi in un
documento del 1478 è detto senz' altro magistcr ligandi
libros.^' Era di Tarragona^* ed ebbe un figlio a nome
Gaspare che fu anche libraio. Di lui daremo più diffuse
notizie in un altro lavoro.
Egli forniva pure alla Corte i registri amministrativi (ce-
dole) belli e legati^^ ed era incaricato di rilegarli.'^ Queste
legature dei libri amministrativi erano in pergamena, talora
ornate di fregi impressi e con lo stemma reale/'*
i) C, V, 46, e. loòb.
a) C, V. 44, e. 29ób.
3) C, V. 46. ce. 2073, 284b, 304b.
4) V. documento XXII.
5) Prol. di G. Ingrigneiti, 1472—74, e. 88.1.
6) (iS gen. 1471) „A1 dil lohan vallerà librar per lo prcu ... de un.i ccdula
o libre de CCCC cartes cuberl de pergami ab correla e fibia per continuar los
pagamenti de la trcsoreria per Io prcscnt any iiij t. et per lo preu de una rubrica
etc. (C, V. 56, e. 131 b).
7) „AI dit lohan Vallers per lo lig.tr de ij. librcs ha iigats cuberts de pergami
ab correges et fibics dels pagaments de la Cori" etc. — d. ij t." (C, v. 56, e. 262).
8) (4 fcbbr. 1474) „A eli matcix per lo lij^ar e fcr cubertes engrutades de
aluda bianca picadcs ab Ics armes del Senyor Rey. 90 es hu per los comptei de
la mia administracio ... iij d." (C, ▼. 66, e. 213).
Appendice. 167
Francesco d'Ambrosio di Valentino fu anche libraio,
come un suo fratello a nome Girolamo.
Nel 1478 prese con sé a bottega, per 8 anni, il tanciullo
Nicola Jannicelli di Salerno, a cui si obbligò d' insegnare
ministerium ligandi et coperiendi libros.'^
Donno Colella non ci è noto altrimenti che sotto questo
nome. Si sa che il 6 maggio 1485 gli fu pagato dalla Corte
un ducato per la legatura di un codice contenente „la prag-
matica con li capitoli del S. re" scritto da Giovan Rainaldo
Mennio e miniato da Cristoforo Maiorana.^^
Nicolantonio di Riccardo libraio-legatore (1488 — T489)
era di Amalfi. Sappiamo che prese a bottega in quegli anni
„Simone di Errico, del pari amalfitano, per un anno ".3)
Salvatore de Nastasi (1491 — 92) di Amalfi fu libraio
e appartenne ad una famiglia di librai. Baldassarre de Nastasi,
anche libraio, era forse suo fratello. Lavorò per la Corte.
Ai 5 marzo 1492-*' gli si pagò da questa un ducato e 4 tari
per la legatura di un trattato di architettura „ detto Averlino"
(Filangieri, voi. VI, p. 213), cioè del trattato de Architectura
di Antonio Averlino, il Filarete. Questo codice si conserva
ora nella Biblioteca Universitaria di Valenza. (Alazzatinti, La
Biblioteca dei re d'Aragona, pag. 140).
Sappiamo che Salvatore de Nastasi aveva legato il libro
del celebre architetto con ..montonina verde e con oro stam-
pato de sopra et guarnitolo de quactro apontatore de cinto (?)
carmosino et postoce due carte de pergamino" etc.^)
Girolamo d'Ambrosio nel 1490 si strinse in società
con Baldassarre e Jacopo Scariglia per esercitare 1' arte della
legatura. Questi si obbligarono a dargli a legare tutti i libri
che avessero ricevuto, signanter a regia Curia.^^ Si deve
1) Prot. di Fr. Russo, 1478—79, e. lOOb — lOia.
2) Ced., V. 116, e. 62 a.
3) Filangieri, op. cit., voi. VI, p. 353.
4) Non 25 febbraio, come pongono altri.
5) C, V. 14S, e. 82b. V. Arch. stor. Nap., X, p. 12 — 13.
6) V. documento XXV.
1 68 Appendice.
quindi credere che questo artefice legasse buona parte dei
libri della Biblioteca Aragonese.
Marino de Manso o Manzo fu di Agerola (1491 — 95). Ai
24 nov. 1491 egli prese in fitto per 3 anni da Bertoldo Carafa
una bottega abitata già dal noto libraio e legatore Giovanni
Vaglies, posta nelle vicinanze dell' Olmo, ossia a S. Biagio dei
librai, facendosi fare malleveria dall' altro libraio e legatore
Salvatore de Nastasi.'» Egli dovette essere un abile artefice,
perchè meritò di essere chiamato al servizio del Re Ferrante.
Il 30 marzo 1493 il Re gli fece pagare 2 due. e 73 gr. per la
legatura di un S. Tommaso, con la coperta lavorata de
interlaczi de oro. (Cfr. Filangieri, VI, p. loi). Si trova come
testimone col libraio Sossio Rufolo in un atto notarile del
22 giugno 1495-"^
Tommaso d'Ancona, libraio, fu certamente anche
legatore (1492).
Nelle annotazioni di alcuni pagamenti a lui fatti dalla
Tesoreria Aragonese al suo nome è aggiunta la qualifica
legatore o che liga libri (Cedole, voi. 146, e. 85^).
Nel 1492 era stipendiato dalla Corte, giacché sappiamo
che in queir anno furono pagati „a Tomaso di Ancona 15 d.
I t. e lò gr. per 4 mesi di paga e poi altri 1 1 d. 2 t. 12 gr.
per la provvisione sua di 3 mesi" (Cedole, voi. 146, e. 85^ e
voi. 151, e. 1 19^).
Un Mastro Salvatore Canthax libraio (1492) è men-
zionato nelle Cedole, a proposito della legatura da lui fatta di
due libri in cordovana rossa con interlaczi e czagarelle.^)
La coincidenza del nome Salvatore, dell' anno e di altre cir-
1) V. documento XXVII.
2) Proloc. di C. Malfitano, a. 1494—95, e. 271 b.
3) „a m** Salvatore canlhax librare adi xvj de lo mese de Icnaro de lo
presente anno 1492 .ij. d. ij t. li sonno comandati donare cioè j d. j t. per U
manufactura, et ligatura de dui libri grande de carta reale et j d. j t. per lo
preczo de una pelle de corduana roxa vno alfabeto vna luta bianca per Inferrare
dieta pelle doe borcie de carta de coyro grande con le figliole per cusire dieta
coperta per vnaltra luta Liancha per lauorare li Interlaczi et czagarelle et vna
boccola dactone . . . ij d. ij t. (Ced., voi. 146, e. 426 b).
Appendice. 169
costanze fanno pensare ad una possibile storpiatura del cognome
del già nominato libraio e legatore Salvatore Nastasi,
V. Le legature in uso a Napoli nel secolo XV erano
di diversi generi, che andavano dalle rozze e povere legature
in assi col dorso di cartapecora alle ricchissime in seta e in
velluto, con ornamenti di argento. Quelle indicate in primo
luogo rappresentano il genere più rozzo ed economico, che
potrebbe dirsi medievale o monacale, trovandosi ordinariamente
in tal modo coperti i libri, per lo più manoscritti, provenienti
dai conventi, specialmente dell' Abruzzo. I nervi, che reggono
le cuciture del dorso, sono fissati sopra le facce interne delle
due assi di legno, le quali per economia si lasciavano scoperte.
Sul dorso è rozzamente, e spesso irregolarmente, incollato un
pezzo di cartapecora o di pelle di troia, che ricopre parte dei
due piani e su cui d' ordinario è scritto a grosse lettere il
titolo dell' opera.
Il genere più comune è rappresentato dalle legature in
assi coperte di vacchetta o di cuoio impresso. Il cuoio è di
solito nero o vermiglio e le impressioni sono a secco. E da
credere che queste legature, semplici ma solide e ornate di
fregi di uno stile severo, fossero eseguite, secondo il costume
di quei tempi, nelle botteghe stesse dei librai (che quasi sempre
erano anche legatori, o almeno avevano con sé dei legatori,
come vedemmo) e nelle officine tipografiche, nelle quali i libri
non solevano allora vendersi se non legati. Parecchi libri
stampati nel s. XV a Napoli e posseduti dalla nostra Biblio-
teca Nazionale conservano queste legature originali, sicura-
mente napoletane. Tali sono quelle dei volumi segnati IL
D. 27 (Manuale baptisterium), I. E. 17 (Kimchi), I.
G. 21 (Miscnà), XI. F. 36 etc. Ottimamente conservata è
quella del Libro dei duelli di Paride del Pozzo di recente
acquistato.
L' esecuzione di queste legature comuni mostra che 1' arte
della legatoria era giunta in Napoli ad un alto grado di per-
fezione.
Meno frequenti erano le legature in tavolette coperte di
170 Appendice.
pergamena o di cuoio bianco. Vedemmo che in cuoio bianco
era legato il manoscritto di S. Tommaso venduto da Nicolò
di Leonardo al Re Alfonso I nel 1443. Un' altra legatura
simile è ricordata dal Mazzatinti (p. XX). E meno frequenti
ancora erano le legature in pergamena molle, limitate natural-
mente ai libri di piccolo formato.
In pergamena molle solevano legarsi i libri amministrativi
della Corte, più raramente in pergamena ornata di fregi im-
pressi, sulla quale talvolta imprime vansi pure le armi reali,
come abbiamo veduto farsi da Giovanni Vaglies.
Intorno alla decorazione e ornamentazione delle legature
le carte del tempo ci hanno conservato molti minuti parti-
colari, i quali attestano ampiamente e luminosamente i grandi
progressi fatti presso di noi da quest' arte, specialmente per
opera dello Scari glia, di Marino de Manso e di Salvatore de
Nastasi. Disgraziatamente non ci rimane, o non si conosce, di
quest' arte perfezionata quasi nessun monumento: appena qual-
che avanzo, e dei più modesti, delle legature aragonesi si
conser\'a nella Nazionale di Parigi, nella Nazionale di Napoli
e nella Imperiale di Vienna. Ma le notizie ci soccorrono
in gran copia, e sono sufficienti a dare una idea abbastanza
esatta dell' alto grado di perfezione raggiunto dalle legature
napoletane dell' epoca aragonese, che preluse degnamente alla
grande arte italiana del cinquecento.
Le legature in cuoio, in pelli diverse'^ e anche in perga-
mena, che a quei tempi solevansi generalmente decorare con
semplici freg^ impressi, venivano bellamente ornate di fregi in
oro di varie forme. Erano già in uso, come provano i docu-
menti contemporanei e qualche legatura superstite, i fregi a
fogliami ed a fiori (fugliagii e fiurecti) e quelli a rabeschi,
o ad intreccio (interlaczi), sì largamente, poi, adoperati dagli
artisti italiani e francesi nei secoli seguenti. Esistono ancora,
fortunatamente, nella Nazionale di Parigi alcune di queste
legature, già della Biblioteca Aragonese, esegxiite sicuramente
l) Cioè in cordoTana nera o rossa, in pelli di montone di vario colore
(montonina, moltonina ec), in cuoio ecc.
Appendice. 17^
sotto la direzione dello Scariglìa. Esse furono indicate dal-
l' illustre Delisle. '^ Le due legature più notevoli sono quelle
dei n. 2^ e 58 dell' elenco del Delisle (Libro VI delle
Decretali [n. z^"] e Decretali [n. 58]): sono in tavolette
coperte di cuoio impresso con ornamenti dorati, che fanno un
beli' effetto (d'un assez bon effet, dice il Delisle). Questi
due volumi conservano nei fogli di guardia degli avverti-
menti al legatore, scritti da un bibliotecario napoletano, che,
come lo stesso Delisle congetturò, potrebbe essere Baldassarre
Scariglia.
Quello del n°. 25 (Libro VI delle Decretali) ci è stato
conservato solo in parte, ed è il seguente: „Et volse legare
qui denante cinque fogli de carta, et derietro a 1' ultimo cinque
altri fogli, et volse coprere tucto de una pelle de colore
marrochino, et volse bene stampare; et le chiudende se voi
mectere de socto dala pelle, et le corregecte vole essere de
quella medesima pelle che sera coperto et vole essere doppie"
(N°. E. 29 dell' Inventario).
Il n. 58 del Delisle (Decretali di Gregorio IX), che
pure conserva la legatura originale in assi ricoperte di cuoio
impresso con ornamenti dorati, reca, in principio e in fine, le
seguenti note: „. . . el quale se voi coprere in tucto de pelle
verde, et bene stampare, et le chiudende se voi ponere socto
la pelle, et le correggiette volo (sic) essere doppie et de quella
medesima pelle che sera coperto el libro. — Recordeve mastro
legare qui derietro cinque fogli di carta". Queste due note
sono pure riportate dal Mazzatinti, con qualche piccola variante
(p. CI).
Anche il n. 99*" (Nonio Marcello), sebbene rilegato ai
tempi di Enrico II, conserva nelle carte di guardia le due note
seguenti: „Qui denante se voi legare quindeci fogli de carta";
„Qui derietro se voi legare diece fogli de carta."
I seguenti volumi conservano pure la legatura aragonese:
il N. 4 in assi coperte di cuoio nero impresso (n°. H. 145 del-
l'Inv. d. Réserve) ; il N. 24 in assi coperte di cuoio impresso
l) Mélanges Graux, p. 252.
\']2 Appendice.
(n. E. 91 dell' Inv. d. Réserve); il N. 50 in assi coperte di cuoio
impresso (n. K. 4 dell' Inv. d. Réserve); il N. 158 in assi coperte
di cuoio impresso (n. I. 241 dell' Inv. d. Réserve); il N. 163 e
il N. 165 simili.
La legatura del codice XII. E. 34 della B. Nazionale di
Napoli, scritto dal calligrafo sorrentino Giovan Rainaldo
Mennio, certamente napoletana, è anche notevole per i fregi
ad intreccio (interlazzi) che 1' ornano, impressi in oro. E in
pelle vermiglia ed ha il taglio dorato.
Quattro legature napoletane del secolo XV., in assi coperte
di pelle con fregi impressi in oro, due delle quali (n. 16 e 17)
provengono certamente dalla Biblioteca Aragonese, sono state
recentemente descritte e riprodotte dal Gottlieb.''
Egualmente in uso presso i nostri legatori era il taglio
dorato, che lo Scariglia spesso adoperava pei libri della biblio-
teca reale. '^
Non altrimenti faceva il legatore Marino de Manso, il
quale, come già vedemmo, nel 1493 eseguì la legatura di un
S. Tommaso. „con la coperta lavorata de interlaczi de oro"
e con „li tagles de le carte de oro".^)
Lo Scariglia, però, oltreché dell' oro, si serviva anche
di colori, ordinariamente dell' azzurro, per le decorazioni delle
sue legature, precorrendo agli artisti, che produssero più tardi
le legature policrome del Maioli e del Canevari : ciò è provato
in modo non dubbio da alcuni luoghi delle Cedole della
Tesoreria.*)
i) K. k. Hofbibliolhck Bucheinbànde etc. (Wien, Schroll, 1910), n. i6,
17, i8*-b.
2) „Et per Io prero de CCL pani doro darefcce a comprati quale anno
leruuto per fare fuUagii et interlaczi alle coperte et inaurare li tagli delle carte
de dicti libri etc. (Ced. T., v. 78, e. 109 b). V. il documento che riproduciamo
integr.ilmente in fine.
3) V. Filangieri, Documenti. VI, p. loi.
4) „. . . per mcza uncia de aiuro per dicti tagli fugiiagii interlaczi et fiurecti
XII gr. ^^ (Ced., v. 78, e. 261 b).
nEt per lo prezo de meza unza dazuro per adornare li dicti fuUagi interlazi
et fiurecti ha facte in diete coperte de libri XII. gr. -r" (Ced. t. 78, e. 300 a).
V. 1 (lue documenti riprodotti da noi intcgr.ilmente in fine sotto i n. XXIII
e XXIV.
Appendice. 173
La pelle, che si adoperava per queste ricche legature,
era di solito il marrocchino o cordovano di levante di color
rosso (pelle de corduana de constantinopoli rossa,
pelle de cordellato vermeglie turchesche). Pei capitelli
s' usava la seta e 1' oro filato. Compivano la legatura i cantoni
e i fermagli (tancature) che d' ordinario erano di ottone e
spesso di argento.'^ Talora fu adoperata la decorazione a
fregi d' oro e di argento su cuoio nero,^^ che non poteva non
riuscire di buon effetto. Usavano pure la pelle di montone
di color vermiglio per lo più e qualche volta di altro colore.
Vedemmo che Salvatore de Nastasi legò per conto della Corte
un libro in „montonina verde con oro stampato de
sopra".3)
Per le legature di lusso continuò ad usarsi il velluto, a
preferenza rosso. Così fu legato dallo Scariglia un messale
per la cappella della Duchessa di Milano.*^
Anche la seta era talvolta usata: sappiamo che due
volumi di Rasis della biblioteca reale angioina erano coperti
di seta gialla. =^
Delle legature della Biblioteca Aragonese trattò il lodato
Mazzatinti nel paragrafo XVI del cap. Ili della sua nota opera.
Parecchie di quelle legature erano veramente meravigliose,
particolarmente quelle dei libri, che Ferdinando e il Duca di
Calabria ebbero in pregio maggiore. „Coverti di seda e d' oro
con li zoli d' argento indorati" erano, dice Marin Sanuto, i volumi
della libreria; e alcuni cioè la Bibbia, Livio e Petrarca, che
1) V. per tutti questi particolari i due documenti citati.
2) „a ultimo dagusto 1482 ... a Baldassarre Scariglia libritierj sei ducati
dui tr. e dece gr. e sonno per la ligatura et intauolatura de uno missale che de
presente e stato comperato dal priore de sanato pietre martire, el quale ha coperto
de coyro nigro musiate tucto de sopra doro et argento e cossi le carte tucte
daurate de fora etc." (Ced., v. loo, e. lOl a).
3) Ced., V, 145, e. 82b.
4) (sett. 1488) „Abaltesaro scarriglia librare del S. R. iiij. d. li quali li
sonno comandati donare per la manufactura de hauere ligato et anectato et cuperto
de velucte carmosino uno misale de pergamino quale serue per la Illraa duchessa
de milano per la sua capella . . ." (Ced., v. 126, e. 350h).
5) Mazzatinti, op. cit., p. III.
174 Appendice.
ammiravansi sopra una tavola coperta „d' uno bellissimo
tapedo damaschin" nello „studio tutto intorno et di sopra
lavorato di tarsia", erano „coperti di seda con li zoli et cantoni
d' arzento".')
VI. Il prezzo delle legature variava naturalmente secondo
il formato del libro, il numero dei quinterni, la materia adoperata
e la decorazione.
Si distinguevano questi formati o forme, come allora
si usava dire: la forma maggiore o reale (cioè l'in folio
grande), la forma bastarda (o sia 1' in folio minore o piccolo),
la forma comune (ossia 1' in 4°), ed in fine il quarto de
folio (il piccolo formato, cioè 1' in 4° piccolo e forse 1' 8°).
Le materie adoperate per la legatura e la covertura dei
libri erano le tavole o assi di legno, la pelle o pergamena, i
capitelli, i fermagli, gli angoli, 1' oro per le dorature e talvolta
i colori.
Le tavole per 1' intavolatura, grandi per i libri in folio,
costavano 3 grana 1' una.'^ Per covertura si adoperavano pelli
di vario genere o pergamene.
Le pergamene che s' adoperavano dai legatori solevano
essere di capra, o pecorine grandi, e costavano da io grana a
I tari r una. Le pelli adoperate più frequentemente erano
quelle di montone (montonina, moltonina) e il marrocchino
o cordovano.
Le pelli di montone rosse costavano di solito i tari e
8 g^ana 1' una.^^ La pelli di cordovano di levante (corduana
l] Mazzalinlì, p. C. A proposito della ricchezza delle legature Aragonesi
narra Ulisse Aldovrandi clic" volendo egli [Alfonso] ristorare la rocca di Napoli,
comandò che li fosse portato il libro dell' Architettura di Vilruvio et hauendolo
ricevuto senza ornamento alcuno et senza assi, che a quel tempo si usava, disse
non essere ragionevole che tanto bello libro che c'insegnava tanto dottamente
come habbiamo da difenderci da' venti, piopgic, fosse nudo esso medesimo, et 11
fece fare una bellissima coperta" (Mazzatinti, op. cit., p. XXVI, in nota).
a) V. documento XXIII.
3) (20 luglio 1469) „a Antonio de Simone per lo preu de vj pells vermelles
de moltonina de florenza a rabo de i tr. viij. gr. cascuna" etc. (Ced., v. 51, e. ma).
Appendice. 175
de constantinopoli) costavano 4 tari 1' una, il cordellato
turchescho i tari e mezzo 1' uno.'^
I fermagli (tancadure), se di ottone, costavano 2 grana
e mezzo il paio. L' oro, di cui si servivano i legatori per le
dorature, vendevasi a pani: 6 pani costavano i carlino.
L' azzurro, di cui talvolta erano dipinti i fregi, costava 1 tari
e 5 grana 1' oncia.' ^
La manifattura in fine dell' artefice, quando si trattava di
ricche legature, ornate di fregi di oro, tagli dorati ecc., si pagava
a un di presso i tari a quinterno pei volumi di forma reale
(fol. grande): poco più di io grana per quelli di forma
bastarda e comune.^) A dare una più esatta idea del costo
totale delle legature, potranno anche servire queste notizie.
Un messale legato in velluto cremisi da B. Scariglia fu pagato
nel 1488 4 ducati.') Per la legatura di un breviario, nell'anno
appresso, si pagò allo stesso i due. e io gr."*) e per legatura
di due libri „uno de architettura et 1' altro delle Croniche de
napoli et de due offitii del S. Duca" di Calabria pagaronsi al
medesimo, nel 1488, 5 ducati. 5) La legatura di cinque libri
della Cappella Reale, eseguita dallo Scariglia, costò, nel 1492,
8 due, 4 tari, 3 gr. 1/2-^^
La legatura di sette volumi in folio grande (de forma
reale), eseguita dallo stesso, nel 1480, in tavole coperte di
cordovana rossa di levante, con fregi a fogliami e fiori im-
pressi in oro e dipinti di azzuro e coi tagli dorati, costò 59 due,
I t. e II gr., cioè circa 8 ducati e mezzo per volume. La sola
manifattura fu pagata allo Scariglia in ragione di 7 ducati a
volume.7>
Dieci volumi in folio, in 4° e in 8°, legati allo stesso modo
1) V. i docuraenli XXIII e XXIV per tutte queste notizie. I pani dice-
vansi pure panelletti (Ced., v. 142, e. 275b).
2) V. i documenti predetti.
3) Ced., V. 12Ó, e. 350b.
4) Ced., V. 123, e. 3i9b.
5) Ced., V. 123, e. 288b.
6) Ced., V. 146, e. 436 a.
7) V. i documenti XXIII e XXIV.
176 Appendice.
dallo Scariglia, costarono 32 due, 2 t. e 19 gr. La manifattura
fu pagata in ragione di 3 due. e mezzo pei volumi in folio
piccolo (forma bastarda) che avevano dai 26 ai 30 quinterni,
di 2 due. e 2 t. per quelli dello stesso formato che avevano
dagli 8 ai IO quinterni, di 3 due, per un volume in 4° di 31 quin-
terno e di 3 tari pei volumetti in 8°.'>
Due documenti citati dal Mazzatinti'^ e tratti dalle
Cedole della Tesoreria Aragonese, di cui ci siamo già larga-
mente valsi, potranno completare ed illustrare questa breve
esposizione; e perciò li riproduciamo integralmente in fine.^^
i) V. i documenti predetti.
2) Op. cit., p. C— CI.
3) Documenti XXIII e XXIV.
Documenti.
I.
Emptio cartarum prò lohanne de alferio potecario.
Die viij augusti viiije Indictionis [a. 1476] neapoli coram nobis constitutus
lacobus de aquino de capua habitator neapolis cartarius presentialiter et manualiter
lecepit et habuit a lohanne de alferio de neapoli apotecario sibi dante de propria
sua pecunia tarenos vigintiquinque de carlenis prò quibus ex nunc dictus lacobus
vendidit et venditionis nomine dare et assignare proraisit eidem lohanni presenti
paria ducentum de cartis aptis ad ludendum secundum exemplar et formam sibi
datara coram nobis per paria duo cartarum bonarum et receptibilium secundum
formam predictam, non peius sed pocius melius, ex nunc et per totum mensem
octobris proximi futuri In pace etc. Et prò Inde obligauit se dictus lacobus eius-
que heredes successores et bona eius omnia etc. ad penam dupli etc. medietate etc.
Et insuper ad maiorem cautelam et securitatem dicti lohannis emptoris fiideiussorem
et principalem expromissorem dedit et posuit penes dictum lohannem presentem etc.
prouidum et discretura virum nomine lobannem sanguineum de neapoli presentem
etc, qui ad preces et rogatum dicti venditoris promisit suo proprio nomine prin-
cipaliter et In solidum dare et assignare seu assignari facere dieta paria ducentum
de cartis eidem lohanni etc. In tempus supradictum, secundum formam et modo pre-
dicto, sub pena predicta applicanda et persoluenda ut supra, cum potestate capiendi
etc. constitutione precarii etc. Renunciauerunt etc. et lurauerunt etc. presentibus
Indice loysio de flore, dompno saluatore paulino, Antonio de resina de neapoli,
Antonio cicala, baptista devena, (habuit copiam dictus emptor — habuit copiam
dictus fideiussor).
Die xxij mensis nouembris X^ Indictionis neapoli coram nobis dictus
lohannes apotecarius spónte confessus fuit habuisse promissionem a dicto nominato
lohanne tamquam fideiussore ut supra per magistrum nicolaum gallum de suexa
cartarium de sibi assignandis dictis paribus ducentis cartarum Infra certum ter-
minum, et prò Inde dictus nominatus lohannes soluit tamquam fideiussor ut supra
medietatem predi conuenti Inter Ipsum et dictum magistrum nicolaum, prout In
actis diete magne curie asseruerunt contineri sub eodem predicto die. Et propterea
dictus magister lohannes tenens se contentum de promissione predicta Ipsum pre-
nominatum lohannem presentem etc. quietauit etc. per aquilianam stipulationem
etc, et cessit omne lus et actionem quod et quam habet vigore dicti Instrumenti
Fava e Bresciano, La stampa in Napoli. I. 12
178 Documenti.
contra dictum magistrum lacobum de aquino de capua vigore Instrumenti pre-
dicli ponens etc. constituens etc. Et promisit dictam quietacionem et cessionem
habere ratam etc. ad penam dupli etc. Renunciavit etc. et lurauit etc. preseniibus
ludice loysio de flore, notario marino de flore, siluestro de ludice de tramonto.
(Protocollo di notar P'rancesco Russo, a. 1475 — 76, a e. 116.)
II.
Die vjo mensis februarii secunde Indictionis [a. 1484] constitutus In nostri
presentia Erculea ceruera frater ex vtroque parente ut dixit febi cernerà etate
annorura octo Incirca, prout In aspectu sui corporis coram nobis euidenter apparuit,
sponte coram nobis locavit opera et seruicia persone dicti febi, et Ipsum febum
posuit et firmauit ad standum cum lacobo de aquino de capua Cartario Ibidem
presenti etc. spacio annorum quatuor a presenti die In antea numerandorum, Cum
pactis Infrascriptis videlicet: Quod prefatus Ercules promisit eidem Jacobo
presenti etc. se curaturum etc. quod dictus febus durante dicto tempore die
noctuque horis consuetis et debiiis bene fideliter sollicite et legaliter seruiet etc.
Et non recedei etc, et si decederci etc. Et versa vice prefatus lacobus teneatur
et promisit eisdem ercules (sic) et febo presentibus etc. durante dicto tempore
dare eidem febo victum, potum, calciamenta et vestimenta, ac lectum ad dor-
miendum, et docere artem faciendi cartas, et Interminum dicti tempori (sic) par
vnum de formis In pace etc. ad penam vnciarum quatuor. Renunciauit etc. et
lurauit etc. presentibus ludice nardo luca cotugno ad contractus. Ambrosio tra-
montano, troyano de asantc et Francisco de violante.»)
(Protocollo di not. Nicola Scarano, a. 1481 — 85, verso la fine.)
III.
Empcio cartarum prò albaro de sancta anna.
Eodem die [XI mensis seplembris] eiusdem [V* Indictionis i486] Ibidem
[Neapoli] constitutus in nostri presencia lacobus sardanus de neapoli sponte
coram nobis sicut ad conuencionem deuenit cum albaro de sancta anna Ispano
pictore vendidit eidem albaro presenti etc. paria mille ducentum cartarum
prò ludcndo finarum boni papiris (sicj lini Intra et extra bene laborata cum
coloribus tinis et necta prout in quadam monstra per Ipsum lacobum in
manibus mei notarli leronimi traddata (sic) et assignata prò precio ducatorum
septem prò quolibet centenario; quam quantitattm cartarum prefatus lacobus dare
soluere et assignare promisit eidem albaro uel alteri eius nomine mense quolibet
paria centum quo usque fuerit eidem albaro de dictis cartis satisfactum; quod
precium prefatus albarus ad rationem predictam dare et assignare promisit eidera
lacobo uel alteri eius nomine mense quolibet ratam In pace etc. Et promisit
l) Con un contratto simile del 6 luglio 1492 il cartaio F. Babusco (V. i
doc. IV e V) prese a bottega il fanciullo undicenne Alfonso de Filippo originario
del Cilento (Prot. di G. de Carpanis, 1491 — 92, e. 317).
Documenti. 179
dictus lacobus durante anno vno a presenti die In antea numerando mense quo-
libet dare eidem albaro uel alteri eius nomine paria centum cartarum bonarum vt
supra et a diete labore durante anno predicto non desistere aliqua ratione uel
causa. Et Insuper prefatus lacobus coram nobis ac rati nomine et pagamenti
presencialiter et manualiter recepit et habuit ab eodem albaro sibi dante etc. ex
causa predicta ducatos octo de carlenis quos excomputare promisit eidera albaro
mense quolibet ratam In pace etc. Et prò Inde diete partes obligauerunt se
Ipsas earumque heredes successores et bona earum omnia ad penam dupli etc.
medietate etc. Cum potestate capiendi etc. constitutione precarii etc. Et renun-
ciauer\mt etc. Et lurauerunt etc. presenlibus ludica marco antonio [de carpanis?],
berardo Imperato, lohanne calar catalano.
(ProtoC. di n. Girol. Ingrignetti, a. i486, ce. 3 — 4.)
IV.
Societas prò francischo babusco.
Eodem die [26 mensis aprilis X* Indictionis 1492] Ibidem [Neapoli] con-
stitutis In nostri presencia prouidis personis francisco babusco de neapoli cartario
agente prò se etc. ex vna parte, et lohannello bocto et nardello conte de neapoli
agentibus etc. ex parte altera; prefate vero partes sponte coram nobis societatem
fecerunt et contraxerunt ad commune comodura et In comodum In earum arte
siue ministerio faciendi cartas et vota in apoteca Ipsius francisci durante tempore
videlicet bine et per totum quintumdecimum diem proximi futuri mensis augusti
huius presentis anni, et a dicto quintodecimo die dicti mensis augusti per annum
unum In antea numerandum. Cum pactis subscriptis videlicet : quod prefatus
franciscus promisit dictis lohannello et nardello et cuilibet Ipsorum presentibus etc.
durante dicto tempore ponere In dieta societate totum extaleum necessarium et
omnia alia necessaria prò confectione cartarum et votorum ac omnes formas tam
cartarum quam votorum quas ad presens habet Ipse franciscus, et versa vice pre-
fati lohannellus et nardellus et quilibet Ipsorum promiserunt dicto francisco
presenti etc. durante dicto tempore ponere In dieta societate eorum Industrias,
fatigia, labores et assiduitatem eorum personarum, et cartas ac vota laborare et
lacere, Ipsasque cartas et vota vendere et finire preciis quibus potuerint melioribus,
et precia Ipsa ad eorum manus recipere et mense quolibet durante dicto tempore
Inter se Ipsos facere racionem et diuidere lucrum ex dieta societate proueniendum,
prò tercia parte dicto francisco et prò duabus aliis terciis partibus dictis lohannello
et nardello prò eorum fatigiis et laboribus, Et In fine dicti temporis Inter se
Ipsas partes facere finalem, legalem, lucidam et claram racionem et proposicionem
diete finalis racionis deducto eidem francisco dicto suo extaleo et suo capitali
per eum ponendo vt supra, deductis eciam ducatis quatuor prò pensione diete
apotece tangentibus eisdem lohannello et nardello prò dicto anno, deductis eciam
aliis expensis merito deducendis: quidquid Inde lucri uel augumenti superfuerit
Inter easdem partes diuidere et communicare, prò dieta tercia parte dicto francisco
et prò aliis duabus terciis partibus eisdem lohannello et nardello prò eorum
laboribus et fatigiis. Et sic, quod absit, de dampno uel excapito etc; cum
l8o Documenti.
hac dcclaracione quod si aliquis Ipsorum lohannellus et nardellus durante dicto
tempore defecerit In quolibet die laboris quod eo casu Ille qui defecerit teneatur
soluere de sua propria pecunia eidem francisco carlenum vnum prò quolibet die
laboris In quo defecerit. Quam quidam societatem promiseiunt prelati lohannellus
et nardellus durame dicto tempore bene fideliter et legaliter exercere et In eadem
non commiclere dolum, furtum, fraudem uel rapinam aliquam In pace etc. ; prò
quibus omnibus et eorum singulis firmiler per Ipsas partes etc. actendendis etc.
et centra non ueniendo etc. prefate partes etc. sponte obligauerunt se Ipsas etc.
sub pena et ad penam etc. presentibus Indice marcho antonio de carpanis ad
contractus, lohannello sparano, leronimo sparano, petro ambrosio de aruersa (sic)
et federico de carpanis.
(Prot. di n. Giov. De Carpanis, a. 1491 — 92, ce. 253 — 54.)
V.
Societas prò francisco babusco.
Die quintodecimo mensis nouembris decime Indictionis [a. 149 1] neapoli
constitutis In nostri presencia prouidis personis francisco babusco alias dicto
cartario de neapoli agente prò se eie. ex ma parte. Et matheo de Jordano de
trayecto neapoli commorante cartario, agente similiter prò se etc. ex parte altera:
prefate vero partes ad Inuicem societatem fecerunt et firmauerunt ad commune
comodum et In comodum In arte et minislerio eorum faciendi cartas durante
tempore videlicet vsque et per totum quintum decimum diem proximi futuri mensis
augusti huius presentis anni. Cum pactis subscriptis videlicet quod prefatc partes
promiserunt ponere In societate Ipsa durante dicto tempore, videlicet dictus
iranciscus promisit ponere omnem et quamcumque quantitatcm pecuniarum ne-
cessariam prò conficicndo et laborando cartas predictas, ac omnia alia necessaria
speclancia ad dictum ministerium et apolecam suam vbi ad presens habitat; Ipse
franciscus Et prefatus mathcus similiter promisit dicto francisco presenti etc.
durante dicto tempore ponere In dieta societate labores et Industrias (sic) ac
fatigia sue persone et dictas cartas laborare pingere et Ipsas vendere et finire In
apoteca predicta dicti ftancisci preciis quibus potcrit melioribus, et precia Ipsa
ad eius manus recipere. Et a dicto labore non defìcere nee cessare durante dicto
tempore de die nee de nocte ac temporibus congruis et oportunis aliqua racione,
occasione uel causa, Et mense quolibet durante dicto tempore facere racionem
cum dicto francisco, et diuidere lucrum ex dieta societate proueniendum prò
medietate vnicuique Ipsarum parcium , Et In fine dicti temporis teneantur partes
Ipse Inter eas facere et ponere finalem, Ifgalem , lucidam et claram racionem et
proposicionem diete finalis racionis deductis eidem francisco, primo et ante omnia,
ducatis tribus de carlenis argenti prò quolibet centenario dictarum cartarum vt
supra per eos fiendarum, deduciis tarenis duodecim prò pensione diete apotece
eidem francisco et aliis cxpensis merito deducendis; quid quid Inde lucri uel
augumenti super fuerit Inter eas<lem partes diuidere et communicare prò medietate
vnicuique parcium prcdictarum vi supra, et sic, quod absit, de dampno uel ex-
capito etc. Quam quidem societatem prefatus mathcus promisit dicto tran-
Documenti. l8l
cisco presenti etc. durante dicto tempore bene, fideliter et legaliter exercere et In
eadem non commictere dolum, furtum, fraudem uel rapinam aliquam In pace etc. ;
prò quibus omnibus et eorum singulis firmiter per Ipsas partes etc. actendendis etc.
et centra non veniendo etc. prefate partes etc. sponte obligauerunt se Ipsas etc.
presentibus ludice leronimo de Ingrignectis de neapoli ad contractus, Francisco
de campora, lohanne de orlando, notario marco antonio de carpanis et federico
de carpanis de neapoli.
(Prot. di n. Giov. De Carpanis, a. 1491 — 92, e. 87.)
VI.
Societas inter antonellam apam et lucam de jacobo.
Die septimo mensis aprelis iij Indictionis [a. 1500] neapoli constitutus In
nostri presencia magister lucas de lacobo cicha de neapoli cartarius agens et inter-
veniens ad Infra scripta prò se ac nomine et prò parte laurite eius uxoris, prò qua
promisit suo proprio nomine de rato et rati nomine etc. et eorum heredibus et
successoribus ex una parte, Et honorabilis antonella apa de neapoli mulier vidua
relieta quondam honorabilis vicencii mollicelli de neapoli, vivens Iure romano ut
dixit, agens similiter prò se etc. ex parte altera: prefate quidem partes quibus
supra nominibus sponte coram nobis ad Invicem societatem contraxerunt In arte
faciendi cartas actas (sic) ad ludendum. Quam voluerunt fore duraturam bine et
per totum quintodecimo die (sic) futuri mensis augusti presentis anni et deinde
In antea per annum unum continue numerandum: In qua quidem societate prefate
partes quibus supra nominibus promiserunt ponere personas eorum et Industrias,
ac Ip?am societatem bene, fideliter et legaliter, sine fraedo (srcj et dolo, tempore
supradicto durante, exercere, et non committere negligenciam, furtum etc. nec non
partes ipse posuerunt et ponunt In societate predicta videlicet ipsa antonella libras
duas de verczi [no], Item oncze XXV de peczocte, Item oncze tre de verde
rame, Item resimas octo de carta, Item quaterna quactuordecim, Item quactuordecim
altere quaterne de carta frabiana, Item uno paro de stampe, Item dui vite, Item
una vita grande con cinco tavolille, Item dui raspe, Item uno paro de forfece;
nec non similiter promisit ponere omnes pecunias necessarias In dieta societate
tociens quociens necesse erit; et Ipse lucas promisit ponere personam suam et diete
sue uxoris . . . [documento interrotto: la e. seguente è bianca]
(Prot. di Aniello Giordano, a. 1500, a e. 137^).
VII.
Eodem die [13 mensis augusti 11^ Indictionis] eiusdem [a. 1499] Ibidem
[Neapoli] constitutus In nostri presentia mateus cartarius de neapoli ut dixit sponte
coram nobis vendidit honorabili alonso de palma presenti etc. paria centum
paginarum finarum, prout est solitum dare eidem alonso, prò precio ducatorum
sex de carlenis etc, quos presentialiter et manualiter recepit et habuit a dicto
alonso presenti ac sibi dante de sua propria pecunia ut dixit. Et promisit et
conuenit dictus mateus sollemni stipulatione legitime Interueniente , et sponte
iSz Documenti.
coram nobis obligauit se eiusque heredes succesiores bona etc. dicto alonso pre-
senti etc. dictam quantitatem paginarum bonitatis et qualitatis vt supra dare et
consignare dicto alonso vel eius heredibus et successoribus qualibet septimana
paria decem Incipiendo a die octo mensis septembris proximo venturi In pace etc.
Et proinde obligauit se ad penam dupli etc. medietate etc. etc. presentibus Indice
lacobo de philippo de neapoli, notarlo vincendo de sumonte, t'rancisco castello de
neapoli. Die xxij mensis augusti ve Indictionis [a. 1502]. Cassata est presens
nota de voluntate dicti alonsi quia confessus fuit se recepisse dictam quantitatem
cartarum, Et dictus raatteus recepisse dictum precium et propterca se ad Inuicem
quietauerunt etc. etc.
(Prot. di A. de Summonte, a. 1500 — 1504, a e. 47*).
Vili.
Pro lohanne rummo.
Eodem die [12 ott. 1471] egregius vir lohannes rummus de neapoli constituit
pròcuratorem suum Raynaldum de bruxella presentem etc. ad omnia negocia etc.
et ad manutenendum omnia et singola bona sua, tam mobilia quam stabilia, ipsa-
que locandum et concedendum etc, et ad recoUigendum fructus et debita que-
cumque etc, et de percipiendo, quietando etc, et ad causas motas et mouendas etc
cum potestate substituendi etc. et generaliter etc. et lurauit etc. ludice sal-
uatore apicella, lohanne pignatello, lulio de raymo, Rafaele pichero, cesare
Amalfitano.
(Prot. di notar Francesco Basso, 1471, a e 15^ u. n.).
IX.
Procuratio prò herrico teotonico In personam belardini.
Eodem die [XI. mensis lulii VII. Indictionis] eiusdem [a. 1474] Ibidem
[Neapoli] coram nobis constitutus herricus theotonicus oppressator (sicj librorum
sponte constituit pròcuratorem suum belardinum de albasio de neapoli presentem
etc. ad omnes et singulas causas, lites et questiones ciuiles et criminalcs presentes,
pendentes, preteritas et futuras, motas et mouendas, tam prò quam contra, In
omni curie loco et foro etc. cum potestate substituendi etc. promictens de rato etc.
Sub ypotheca et obligatione omnium bonorum suorum etc. Presentibus ludice
loysio de flore, loysio russo, notano lacobo stracza.
(Protoc. di not. Francesco Russo, a. 1473 — 1475, a e 92'').
X.
Socictas prò Nicolao Jacobo et Sociis.
Die iiij mensis augusti xje Indictonis [1478] neapoli Conslitutis In nostri
presencia Nicolao lacobo de luciferìs de neapoli agente etc. ex una parte, Et Nicolo
bencdicti veneciano et Johanne adam agente etc. ex parte altera : prefate vero
partes sponte asserucrunt pariter coram nobis Inter se ipsas partes certa pacta et
Documenti. 183
capitula de construccione librorum ad stampam Inita et firmata fuisse: Quorum
pactorum et capitulorum tenor sequitur et est talis.') Pacti et capitali ragionati
tra Cola lacobo da una parte Et Nicolo benedicti Veneciano et lohanne adam
suo compagno da laltra parte: de certa compagnia quale Intendeno, piacendo ad
dio, de fare de componere libri. In primis el dicto colaiacobo promecte dare et
ponere ala compagnia torculari et lictere dela sua forma et dare la stancia con
lecto comodo da potereno dormire li predicti Nicolo et lohanne, et bisognando
ad altri compagni laboranti; et li dicti nicolo et lohanne in Inscontro dello sopra-
dicto poneno loro persuni, fatica et industria. Item promecte lo dicto cola lacobo
dare et ponere la despesa deli predicti et compagni laboranti, et ponere la mita
de la carta che bisognara alle opere et libri che haueranno da fare, et più pagare
la mita de tucto salario che bisognasse pagare la compagnia ad altri laboranti
che li predicti Nicolo et lohanne pigliassero ad laborare o ad seruire ad loro per
comodo della ditta compagnia; et che facta la opera se habia ad cauare la de-
spesa delo magnare et bevere che serra facta in dinari contanti, et più dicti lohanne
et Nicolo siano tenuti vendere dicti libri de comone con diligencia et fedelitate
de la compagnia: deductis expensis fiat diuisio et lo resto se habia ad dispartire
per mita, czo e una parte habia ad essere de lo dicto cola lacobo et laltra mita
de li predicti Nicolo et lohanne; la quale compagnia sia firmata tra diete parte
per vno anno Incoraenczando dala mita delo presente mese In nante, et dopo dicto
vno anno ad beneplacitum. Item per più chiaricze et firmicze dela compagnia
uoleno diete parte facto cunto dela despesa mese per mese et ad equiperare li
dinare che ipso cola lacobo hauerra receputo de libri che Berranno venduti, et
sempre fare cunto finale quanto e stata la dispesa et quanto e stato lo dinaro
perceputo: et li predicti Nicolo et lohanne poczano vendere dicti libri et lo re-
tracto se habia ad dispartire comò e dicto de sopra prò medietate , meczo lo
dinaro ad cola lacobo et laltra mita a li dicti compagni. Et se da fora volessero
vendere sia con licencia de dicto colaiacobo volendo, et quando non volesse Ipsi
poczano mandare la loro parte. Et promiserunt et conuenerunt etc. presentibus
Indice lohanne de burgo de neapoli ad contractus, dominico cesare boczuto,
notarlo paulino de golino, petro sperandeo et geronimo de Stefano de neapoli.
(Prot. di C. Malfitano, a. 1477 — 78, ce. 95 — 9Ó [51 — 52]).
XI.
Capitula et Societas prò magnifico Dominico Carafa et sociis.^)
Die XXVUII" mensis octobris XV e Indictionis [a. 1481] neapoli Constitutis
in nostri presentia Magnifico Dominico carrafa de neapoli agente etc. ex vna parte,
1) [e. 5ib]
2) Furono pubblicati da G. Bresciano (Di tre sconoscimi tipo-
grafi . . . dimoranti in Napoli nel secolo XV) nella Saramlung
bibliothekswissenschaftlieher Arbeiten (Heft 14) e da T. de Marinis
(1901), e riprodotti nella Bibliofilia, III, p. 68 e segg.
184 Documenti.
Et lohanne staingamer de landsperg et bernero raptoris de marburcs theothonicis
agentibus etc. ex parte altera: prefate uero partes sponte asseruerunt pariter coram
Dobis Inter se ipsas paries certa pacta et Capitula habila Inita et firmata fuissc
ratione certe Inpressionis librorum de nono fiendorum ad stampam per ipsos
lohannem et bernerum durante tempore anni vnius et mensium sex a presenti die
in antea numerandi. Quam quidem societatem durante dicto tempore parte (sic)
predicte coram nobis Inierunt et fìrmauerunt sub pactis conditionibus et declara-
tionibus supradictis et Infrascriptis habitis et frematis (sic) coram nobis. Tenor
uero dictorum pactorum et capitulorum est talis videlicet : Inprimis quod dictus
dominicus dare et assiguare debeat dictis lobanni et bernero tempore supradicto
durante habìtationem condecentem diete arti, ubi ad presens Ipsi lohannes et
bernerus habitant, et lectum unum fulcilum ut decet, et unum torcular in ordine,
et licteras cum quibus alias dictus dominicus laborari fecit euangelia; Et in fine
dicli temporis dictum lectum, torcular et lictere sint et esse debeant dicti dominici,
alia uero de nouo emenda sint inter dictas partes communia prò ratis introsciiptis;
£t promiserunt et conuenerunt prefati lobannes et bernerus et quilibet ipsorum in
solidum stipulatione legitima precedente dicto dominico presenti etc. durante dicto
temf)ore diciam societatem bene et diligenter exercere etc. omnesque libros tam
magnos quam paruos, prout eis melius uidebitur, Inprimere seu Inprimi facere
semel et pluries, prout fuerit necessarium, super cartas assignandas per eundem
dominicum eisdem lohanni et bernero. Item promisit dictus dominus
dominicus eisdem lohanni et bernero presentibus etc. de suo proprio emere
omnes cartas ad pecuniam manualem seu ad tempus necessarias prò Inpressione
dictorum librorum; et quod lohannes et bernerus ipsi teneantur etc. sibi ipsis
facere exspensas (sic) prò eorum victu, et in fine cuiuslibet mensis ponere eidem
dominico rationem de exspensis per eos factis, et>) ipsa sic posita ratione dictus
dominus dominicus promisit dare et assignare etc. dictis lohanni et bernero
integram terciam partem exspensarum vt supra fiendarum in pecunia numerata,
minime deducendam (sic) per ipsum dominicum seu detraendam ex libris vi supra
fiendis. De quibus exspensis et aliis Inde fiendis dare debeantur scribi et annotari
per dictas partes duo quaterni, videlicet vnus per eundem dominicum et alter
per ipsos lohannem et bernerum, dìctisque operibus factis et sic de aliis Inde
faciendis modo et forma premissis dicti libri In loto uel In parte vendantur, et,
deducto capitali dictarum cartarum et exspensarum Inde fiendarum vt supra, libri
ipsi vendantur prò communi et indiuiso, seu diuidanlur inter cosdem dominicum,
lohannem et bernerum, cuilibet Ipsorum prò lercia parte: tali quidem declaralione
quod vbi dampnura, quod absit, contingeret Inde venire Io societate predicta
absqne culpa alterìus Ipsorum, quod vnusquisque Ipsorum dominici johannis et
bemerì sensiet (sic) et supportct prò integra lercia parte. Item fuit ctiam conuentum
coram nobis Inter paries easdem quod vbi contingcrit prò aumento diete
societatis seu necessitate alio» laboranles habere quod postini Ip^os rccipere ad
salarìum sea aliter et in exspensis Inde fiendis quilibet Ipsorum dominici lohannis
I) [e. 27..]
Documenti. 185
et berneri interuenire debeat prò lercia parte. Item piefatus dominus dominicus
promisit coqui facere omnia necessaria ad victum ipsorum magistrorum tempore
supradicto durante. Item fuit etiam conuentum Inter easdem partes quod vbi,
quod absit, pestìs superueniret in hac ciuitate neapolis tempore supradicto durante
quod liceat etc. dictis magistris habitare in dicto loco cum dicto stileo et rebus
et finire libros per eos Inchoatos, Ipsisque finitis diuidere seu alios Inchoare prout
Inter dictas partes fuerit concordatum. Et vbi partes Ipse seu altera Ipsarum
velit relinquere societatem predictam, quod liceat, tempore pestis durante, eam
relinquere et postmodum reuertere et sequi dictam societatem eamque finire prò
tempore supradicto. Item quod lictere sint in pondera rolulorum quatraginta
septem cum cassecta assignanda per eosdem magistros dicto dominico in fine
dicti temporis, habita consideratione vsus inde fiendi. Et promiserunt et con-
uenerunt ambe partes Ipse et quelibet Ipsarum pacta capitula et conuentiones
predictas factas modo premisso ac omnia predicta et subscripta alia et eorum
singula semper et omni futuro tempore habere et tenere ratas gratas et firmas
ac rata grata et firma. Pro quibus omnibus et eorum singulis firmiter per ambas
partes Ipsas et quamlibet Ipsarum ac eaium et cuiuslibet Ipsarum heredes et
successores actendendis etc, prout ad unamquamque Ipsarum partiumO spectat et
pertinet. Ambe partes ipse et quelibet Ipsarum sponte obligauenint se Ipsas et
quamlibet Ipsarum ac earum et cuiuslibet Ipsarum heredes successores et bona
earum et cuiuslibet Ipsarum omnia etc. vna pars videlicet alteri et altera alteri
presenti etc. Sub pena et ad penam vnciarum auri quinquaginta, medietate etc.
Cum potestate capiendi etc. Constitutione precarii etc. Et renunciauerunt etc.
Et iurauerunt etc. presentibus ludice Paulino de golino ad contractus, antonio de
valle, berardino de cioffo et magistro Corrado guldemund theothonico.
(Pot. di B. Ces. Malfitano, dell'anno 1481, a ce. 26b — 27».)
XII.
Electio Consulis prò Egregio arnaldo brussell.
Eodera die [xii" mensis decembris prime Indictionis 14S2] nobis prefatis ludici
notarlo et Infrascriptis testibus personaliter accersitis ad preces et requisiciones
Instancium nobis factas prò parte infrascriptorum hominum ad Apothecam magistri
Gulierimi angoglio sutoris sitam et positam in plalhea spedarle regionis portanoue
ciuitatis neapolis. Et dum essemus Ibidem Inuenimus in apotheca predicta magni-
ficos et honorabiles viros de regno angrie et ciuitate lugdunorum videlicet Jacobum
finxi de lugdono regni angrie capitaneum et patronum regie nauis sub vocabulo Sancle
Marie de turri, guillelmum unin cott, gualterum brun, lacobum nicolai, thomam
rustun, lohannem damne, riccardum pot nal, thomam fissiar et robertura bout;
agens nihilominus Ipse lacobus patronus et capitaneus ut supra ad infrascripta
omnia tam prò se quam nomine et prò parte magistri nauis predicte et omnium
aliorum in eadem nani nauigancium , ac etiam nomine quorumcunque aliorum
anglicorum in futurum in hoc regno Sicilie citra farum et presertira in hac ciuitate
I) [e, 27b.]
l86 Documenti.
neapolis tam per mare quam terram confluencium. Qui quidem lacobus guillelmus
gualterius et alii supra nominati Ibidem congregali ad honorem et fidelitatem
diete sacre regie maiestatis in nostri presencia constituti asseruerunt pariter coram
nobis se ipsos disposuisse et ordinasse prò nacione anglica theotonica et scota
eligere et ordinare Consulem unum prò causis ciuilibus et aliis negociis Ipsarum
nacionum in hoc regno Sicilie citra farum, et presertim in hac ciuitate neapolis,
vertenlibus et succedentibus, decidendis et determinandis, et aliis exequendis prò
nacionibus predictis, prout hactenus per alios predecessores consulea extitit con-
suelum. Et propterea plenarie ab experto confisi de fide, probitate, sagacitate et
virtutibus nobilis et egregii viri Arnaldi brusselle ducalus brauancie ciuis et habita-
toris neapolis Ipsum videlicet arnaldum Ibidem prcsentem et consencientem sponte
predicto die coram nobis unanimes et concordes, beneplacito et assensu diete
sacre regie Maiestatis saluo semper et reseruato, eligcrunt, ordinauerunt et crea-
uerunt etc. verum et legitimum Consulem dictarum nacionum anglie, theothoni-
corum et scocie in toto predicto regno Sicilie citra farum, et presertim in hac
ciuitate neapolis, cura Illis honoribus, prerogatiuis , lurisdictionibus et facultati-
bus quibus alii Consules dictarum nacionum ab hactenus ordinati usi fuerunt:
Dantes et concedentes dicti lacobus guillelmus gualterius et alii supra nominati
et quilibet Ipsorum coram nobis eidem arnaldo plenam, generalem et omnimodam
facultatem ex nunc In antea et de cetero dictum officium consulatus in dicto regno
Sicilie citra farum et presertim in ciuitate neapolis prò nacionibus predictis et
qualibet Ipsarum gerendi, exercendi et amministrandi, quascumque causas ciuiles
Inter mercatores et alios dictarum nacionum ex nunc in antea vertentes, videndi,
cognoscendi, decidendi et determinandi more mercantili summarie, simpliciter et
de plano, sola facti veritate Inspecta, neminem condemnando prece, precio odio
vel amore, ac cum Consilio proborum virorum mercatorum earundem nacionum
et aliarum ubi opus fuerit: nec non priuilegia dictis nacionibus et cuilibet
Ipsarum concessa et de cetero concedenda et impetranda tuendi et defendendi,
et prò eisdem nacionibus et qualibet Ipsarum coram regia maiestatc eiusque sacro
Consilio, magna Curia Vicarie ac quauis alia curia comparendi, et earum causas
ciuiles et criminales defendendi, tuendi et protegendi, Immunitales et priuilegia
earumdem nacionum et cuiuslibet Ipsarum conservandi si et prout alii consules
eiusdem arnaldi predecessores extiterunt consueti conservare et facere. Vice con-
sulem loco sui subsliluendi >), eum vel eos reuocandi ctc, cum hac declaracione
quod potcstas eadem extendalur cum reseruatione dicti domini regis angrie, et
emolumenta et iura racione dicti officii consulatus pcrcipi solita consueta et
debita petendi exigendi recipiendi et habendi. Et generaliter omnia alia et singula
faciendi, gerendi, amministandi et exequendi que ad dictum officium consulatus
spedare et pertinerc noscuntur. Que omnia modo predicto acta et gesta ego
prenominatus notarius leronimus tamquam persona publica a dictis lacobo
guillelmo, gualterio et aliis supra nominalis recepì ac sollempniter et legitime
stipulatus fui prò parte omnium et singulorum quorum et cuius Inde Interest et
') [e. 54».]
Documenti. 187
Interesse poterit quomodo libet In futurum. In cuius rei Testimonium etc. presen-
tibus Indice francisco spingarda de neapoli ad contractus, andrea vitulo, laymo
ripaha et bernardino de cioffis et marco antonio de carpanis.
(Prot. di not. Girol. Ingrignetti, a. 1482, a e. 53.)
XIII.
Locatio lictere prò Magnifico dominico carrafa.i)
Eodem die [xix Decembris secunde Indictionis] eiusdem [a. 1483] Ibidem
Constitutus In nostri presentia Magnificus Dominicus carrafa de neapoli sponte
coram nobis locavit et concessit magistro Insto theothonico Ibidem presenti etc.
Quandam suam licteram actam ad stanpandum libros ponderis librarum cenlum
viginti duarum vsque et per totum quintumdecimum diem meusis augusti proximo
venturum (sic) huius presentis anni secunde Indictionis prò ducatis decem de
carlenis argenti; quam licteram prefatus magister lustus coram nobis presentialiter
recepit a dicto dominico sibi dante etc. Quos ducatos decem de dictis carlenis
argenti etc. prefatus magister lustus promisit etc. dicto Dominico presenti etc.
dare etc. eidem Dominico etc. In pagis et terminis Infrascriptis videlicet ducatos
quinque ex eis in medietate dicti temporis et alios ducatos quinque in fine
dicti temporis vna cum dieta lictera eiusdem ponderis librarum centum viginti
duarum In pace etc. Et nichilominus prefatus dominicus confessus fuit recepisse
a dicto magistro lusto sibi dante etc. quandam licteram Ipsius magistri Insti
similiter actam (sic) ad stanpandum libros ponderis librarum centum duodecim.
Quam licteram prefatus dominicus promisit restituere eidem magistro lusto receptis
per eum dictis ducatis decem vna cum dieta lictera In pace etc. Et prò predictis
actendendis etc. etc. Presentibus ludice lohanne de burgo ad contractus, Oliuerio
longobardo, francisco de ametrano et Anibale de burgo de neapoli.
(Protoc. di not. C. Malfitano, dell'anno 1483 — 1484, a ce. 8ob — Si»).
XIV.
Eodem die [XXVIII mensis lanuarii 1484 secunde Indictionis Neapoli]
existentibus nobis prefato ludice notarlo et subscriptis testibus ante apothecam
magistri lohannis vaglyes librarli, sitam et positam In ciuitate neapolis prope
domum heredum quondam nobilis viri loisij thomacelli de neapoli viam publicam
et alios confines; ante quam quidem apothecam franciscus de tuppo de neapoli
nonnuUas rissas, lites et altercaciones faciebat cum simone de friberica theotonico
et clerico missinensis dioceseos In et super demonstracione cuiusdam casse
librorum de stampa, super quibus altercacionibus franciscus Ipse coram nobis per
vira et violenciam arripuit a manibus et 2) posse dicti Simonis quandam litteram
sui clericatus bullatam cum certa bulla parua de ferro stagnato albo a qua quidem
1) Pubblicato dal Filangieri in Arch. stor. napol., XII, 50 (nota) e recente-
mente da T. de Marinis, non senza qualche inesattezza, nel catalogo VI (Incunables
et livres à figures), pag. XII — XIII.
2) [e. 203 b.]
l88 Documenti.
littera franciscus Ipse eleuauit dictam bullam que simul cum dieta littera coniunla
erat priusquam dictus franciscus eam deuastasset; ciiius qiiidem littere tenor per
omnia sequitur et est talis: Vniuersis et singulis presentes litteras Inspecturis
Rafael santi georgii ad velum aureum diaconus sante Romane ecclesie cardinalis
salutem In domino: vniuersitati vestrae notum facimus per presentes quod quondam
dominus Jacobus episcopus santi Angeli de Lombardis tunc In Romana curia
residens ex comissione bone memorie domini L. Cardinalis de vrsinis In camera-
riatus officio predecessoris nostri de mandato santissimi domini nostri pape super
hoc uiue vocis oraculo vt asseruit sibi facto et aucloritate sui camerariatus offìcii
ordines clericorum celebrans generales In ecclesia santi bartholomei In Insula de
vrbe die sabbali In vigilia Resurrectionis dominice que fuit vigesima quinta marcii
Mcccc . Lxxv . dilecto nobis In Christo Simoni tauser wolgli scolari misinensis
dioceseos Cupienti milicie clericali ascribi et clericali carattere Insigniri capillos
sui capilis propriis manibus Incidens primam contulit tonsuram clcricalem, eumque
clericali carathere Insigniuit luxta formam et Ritum sante Romane ecclesie In
talibus consuttum: In quorum fidem et testimonium presentes testimoniales fieri
et nostri camerariatus sigilli lubsimus appensione muniri ; datum Rome apud
santum petrum In Camera apostolica anno domini M . ecce . Lxxxiiij . die lune
nona lanuarij, pontificatus santissimi in christo patris et domini nostri sixli diuina
prouidencia pape quarti anno lercio decimo. Adiecto a tergo Ipsius littere:
Registrata In camera apostolica. De qua quidem dcuaslalione diete littere pre-
fatus Simon prò sua(?) indepnitate nos etc. requisiuit etc. quod de predictis
omnibus etc. conficere deberemus publicum Instrumentum. Nos autem etc. pre-
sentibus Indice Nardo luca culugno ad contractus, lohanne baplista de ponte,
Gaspare pizulo, Antonio mercatante accimatore et landulfo de tlumine aurifabro.
(Prot. di not. Nicola Scarano, a. 14S1 — 1484, a e. 203.)
XV.
Pro nìeolao lacobo de licifaris.
Die xiiij maij 1484 cxpcdita fuit literas (sic) passus dircela vniucrs.is et
singulis passagcriis etc. a terra santi scuerii ad hanc ciuitatcm ncapolis ad In-
stanciam nicolai lacobi de licifaris, quod sìnant et permictant dclatores paris vnins
boum quod conduci faceret a dieta terra santi seucrii ad dictam ciuitatem neapolis
prò vsu sue maxarie In forma camere etc, cum pena vneiatum XXV si per
qucmiibct centra factum fuerit etc. sìgnata per dictum Ioannem andream etc
(Privil. Summ. v, 53, e. l64b )
XVI.
Famiiiarilas Magistri lusti Thcotoniei.')
Ferdinandus etc Vniuersis etc. lUos in familiares noslros et domestico»
Dostros libenter recipimus, quos sincera deuotio eomprobat, clara virtus illustrat
l) Fu pubblicato, con qualche inesattezza, da T. de Marinis nel suo catalogo
n. VI (p. XII— XIIIJ.
Documenti. loQ
et opera laudanda comendant: hec itaque in persona nostri dilecti Magistri Insti
theotonici vigere et inesse probabiliter dignoscentes et alias attendentes eius
sincere deuotionis constantiara nec non grata plurimum fructuosa et accepta seruitia
per eundem magistrum lustum Maiestati nostre prestita et impensa, lam dictum
magistrum lustum In familiarem nostrum domesticum et de nostro regali hospitio
tenore presentium de certa nostra scientia ad eius vite decursum constituimus
facimus creamus et ordinamus, numeroque et consortio aliorum familiarium et do-
mesticorum nostrorum et nobis actualiter seruientium agregamus, potiturum et
gauisurum vbilibet de celerò illis honoribus fauoribus libertatibus preheminentiis
prerogatiuis et gratiis quibus alii nostri familiares domestici et nobis actualiter
seruientes potiuntur et gaudent ac potiri et gaudere soliti sunt et debent, licet
ipse actu nobis non seruiat personali, volentes et decernentes expresse harum
serie de certa nostra scientia, quod dictus magister lustus tamquam familiaris
noster domesticus ex nunc In antea habeatur et reputetur. Quo circa Illustrissimo
et Carissimo filio nostro Alfonso de aragonia Duci Calabrie primogenito et vicario
Generali intentum nostrum declarantes, viceregibus Insuper lustitiariis comissariis
Capitaneis Ceterisque vniuersis et singulis offitialibus nostris maioribus et minori-
bus quocumque nomine nuncupatis , officioque dignitate auctoritate et potestate
fungentibus in toto hoc regno nostro Sicilie constitutis et constituendis, eorumque
locatenentibus et Substitutis presentibus et futuris damus harum serie expressius
in mandatis, Quatenus eundem magistrum lustum tanquam familiarem nostrum et
domesticum, licet actu nobis non seruiat personali, habeant, teneant, reputent ac
decenter et honorifice tractent, Ac illis honoribus fauoribus libertatibus preheminentiis
prerogatiuis et gratiis vti et gaudere Inuiolabiliter faciant Quibus ceteri nostri
domestici et familiares ac nobis actualiter seruientes potiuntur et gaudent, ac
potiri et gaudere Soliti sunt et debent. Et contrarium non faciant etc. In cuius
rei testimonium etc. Datum In Castello nono neapolis per antonium de alexandro
locumtenentem tundorum Comilis etc. Die xvij lanuarii i486 : Rex ferdinandus.
Dominus Rex mandauit mihi Antonello de petrutiis.
(Privilegiorum Sumraariae, voi. XX, e. 24.)
XVII.
Cessio prò Egregio francisco de tuppo.
Die vijo mensis lunii quarte Indictionis [a. 148Ó] neapoli Constitutis In
nostri presentia egregiis viris Nardo louene de neapoli et notarlo Marco antonio
de tocco viro et legitimo procuratore vt dixit Ioanne louene sororis dicti Nardi,
agentibus ad Infrascripta omnia nomine et prò parte dictorum Nardi et lohanne
etc. eorumque heredum et successorum ex vna parte. Et Nobili viro francisco de
tuppo de neapoli agente sirailiter prò se eiusque heredibus et successoribus ex
parte altera: prefate vero partes nominibus quibus supra sponte asseruerunt pariter
coram nobis olim dictos Nardum Ioannam et quondam Benedictum louene eorum
fratrem, tamquam nepotes quondam nobilis Menece donadeo, conuenire fecisse in
magna Curia vicarie quasdam nobiles personas lacobum de tuppo et Ilariam de
I go Documenti.
scarfellitis coniuges et parentes Ipsius francisci super assistenciam et apprelium
cuiusdam domus site et posile In regione sedilis portus Ciuitatis neapolis In loco
vbi dicitur ala piazecla luxta bona domini Consalui de corduba vias publicas a
duabus partibus et alios confines, prò vnciis sex et tarenis viginti prò lercia parte
dotium diete quondam Menece, et facto certo processa per dictam magnam Curiam
lata fuit quadam (sic) senlenlia, a qua quidem sententia fuit appellatum ad regium
sacrum consilium et per eundem sacrum consilium fuit lata quadam alia sententia
In fauorem dictorum fratrum et sororis condempnando eosdem lacobum et Ilariam
seu alterum eorum ad assistenciam prestandam et apprecium fiendum super dieta
domo; cuius quidem sententie late per dictum sacrum consilium vigore dictos
Nardum Ioannem et quondam Benediclum positos fuisse in possessionem diete
domus prò dictis vnciis sex et tarenis viginti prò lercia parte dictarum dotium
diete quondam Menece facto prius apprecio diete domus, Nec non prò aliis tarenis
quindecim prò expcnsis factis In litteris exequutorialibus expedilis in eodem sacro
Consilio, quarum litterarum exequutorialium vigore et caplionis possessionis diete
domus dicti Nardus, lohanna et quondam Benediclus tenuerunt et possiderunt
dictam domum percipiendo fruclus redditus et lura prouenientes et prouenientia
ex dieta domo prò rata dictarum vnciarum septem et tarenorum quinque. Demum
vero dicti Nardus et nolarius Marcus antonius quibus supra nominibus promisisse
eidem francisco, quandocumque Ipse franciscus dedisset et assignasset eisdem
Nardo et lohanne seu diclo notario Marco antonio nomine Ipsius lohanne dictas
vncias septem et tarenos quinque, cedere et renunciare eidem francisco omne lus
omnemque aclionem eis nominibus antediclis competens et competenlem In et
super dieta domo virtute diete sententie late in diclo sacro Consilio, prout In
quadam obligatione facta penes acta magne Curie Vicarie hec et alia dicuntur
latius conlineri; vigore cuius promissionis dictum franciscum tenuisse et possedisse
dictam domum , post modum uero Ipse franciscus dedisse soluisse et assignasse
dictas vncias seplem et tarenos quinque de carlenis argenti, videlicet diclo notario
Marco antonio nomine et prò parte dicti Nardi prò parte dotium diete lohanne
dictas vncias septem et prefato Nardo dictos tarenos quinque; et In alia manu
eliam dedisse soluisse et assignasse prò pensione diete») domus prò rata dictarum
vnciarum septem et tarenorum quinque, tam diclo Nardo quam quondam Mayocie
eius mairi nomine et prò parte Ipsorum Nardi fratris et sororis vncias duas de
carlenis argenti prò parte temporis predicti vsque ad lempus obligalionis et pro-
missionis predicle. Quibus omnibus sic assertis eie. prcfali Nardus et notarius
Marcus antonius quibus supra nominibus tam ralione dictarum vnciarum nouem
et tarenorum quinque per eos vt supra rcceptanim et liabitarum a diclo francisco,
quam ralione et causa promissionis prediate ac volentes obseruare et ad Implcre
promissa per eos sponte predicto die coram nobis non vi dolo eie. ex nune libere
cesserunt, renunciauerunt, refutauerunt et iranslulerunt eidem francisco presenti
eie. omne lus omnemque aclionem eie. eisdem Nardo et lohanne competens et
compelcntem In el super dieta domo virtute dictarum sententie et litterarum cxe-
I) [e. i66«.]
Documenti. IQI
quutorialium predictarum, ponentes etc. Et constituentes eum procuratorem etc.
Itaque libere liceat etc. eidem francisco etc. tam dictas vncias nouem soluta» per
eundem franciscum ut superius continetur quam pensionem debitam a tempore
obligationis predicte vsque In presentem diem patere, percipere, consequi, exigere,
recolligere et habere In et super dieta domo et a possessoribus Ipsius et de eis
lacere et disponere prò eius arbitrio voluntatis. Et promiserunt et conuenerunt
prefati Nardus et notarius Marcus antonius nominibus quibus supra sollempni
stipulatione legitime Interueniente et sponte obligauerunt se Ipsos nominibus
antedictis et quemlibet Ipsorum ac eorum et cuiuslibet Ipsorum heredes et
successores et bona dictorum Nardi et lohanne omnia etc. dotes etc. dicto
francisco presenti etc. cessionem et renunciationem predictas . . . habere et tenere
ratas gratas et firmas etc. sub pena et ad penam dupli etc. etc. presentibus Indice
lacobo antonio de rogeriis ad contractus, Carulo surgente, francisco de biase,
lohanne de biase de neapoli et Stephano de marco de cayacio,
(Protoc. di not. C. Malfitano, a. 1485 — 1486, a e. 165.)
XVIII.
Cessio et quietatio prò manuele de caue hebreo et Elya volgheri hebreo. i
Eodem die [XVIIII mensis marcii] eiusdem [a. 1487] Ibidem [Neapoli] in
presentia quorum supra Constitutis In nostri presencia Infrascriptis personis videlicet
manuele de caue hebreo bancherio habitatore vt dixit ciuitatis neapolis agente etc.
ex vna parte, Et elya vogheri similiter hebreo habitatore in dieta ciuitate neapolis ut
dixit agente etc. ex parte altera: prefate uero partes sponte asseruerunt pariter coram
nobis olim Inter se Ipsas partes vna cum magistro lacob hebreo et magislro losep
hebreo theotonicis fecisse et contraxisse quandam societatem ad Instampandum
libros et promisisse vnum alteri et alterum alteri ponere in dieta societate, videlicet
dictum manuelem ponere totum capitale necessarium in dieta societate et dictos
elya lacob et losep ponere Industriam eorum personarum; cum certis aliis pactis
condictionibus et modis prout hec et alia In quodam publico Instrumento facto
manu publici notarli latius asseruerunt contineri. Subiuncto per ambas partes
predictas in earum assercione predicta dictam societatem modo quo supra per
certum temporis spacium contraxisse, fecisse et administrasse, et poslmodum de-
uenisse ad Infrascriptam nouam et bonam transapcionem (sic) et concordiam
videlicet: Ipsum eliam eidem manueli transportare Renumptiare trastulere (sic) et re-
futare omne lucrum omneque lus et actionem quod et quam dictus elya habet in
dieta societate ratione diete Industrie sue persone posite in societate predicta, et
Ipsam societatem deinde in antea minime sequi; et Ipse manuel dare traddere et
assignare deberet eidem elye propter Industriam et fatigia positam et posita per
eundem eliam in societate predicta ducalos triginta currentes de carlenis argenti,
et vnus alterum et alter alterum quietare , liberare et absoluere deberet a socie-
i) Pubblicato recentemente da T. de Marinis (Catalogo n. VI (Incunables
et livres à figures), p. XIII — XV), non senza qualche inesattezza.
192 Documenti.
tate predicta de omnibus et quibuscumque gestis et administratis per eos in
societate predicta a tempore predicto et vsque In presentem diem. Quibus omni-
bus et singulis sic assertis per ambas partes Ipsas et quamlibet Ipsarum ut pre-
dicitur, Ambe partes Ipse et quelibet Ipsarum volentes conuencionem et concordiam
predictas ad Implere Ipsasque realiter ad effectum ducere, prefatus elya prò pre-
dictis ducatis triginta quos diclus elya sponte coram nobis confexus fuit recepisse
et habuisse ab eodem manuele sibi dante etc. sponte predicto die coram nobis
dedit, cessit, trastulit, remisit et refutauit orane lucrum sibi competens ex societate
predicta virtute diete sue Industrie posite vt supra eidem manueli presenti etc,
cedens etc. ponens etc. constituens etc, et promisit cessionem Ipsam etc. omni futuro
tempore habere ratam etc, nec non vnus alterum et alter alterum sibi Ipsis ad In-
uicem quietauerunt etc. tam de dieta societate quam de omni eo et toto ad quod vnus
alteri e* alteri alter quomodolibet teneretur et debitor appareret a totis temporibus
predictis et vsque In presentem diem. Et promiserunt etc. quietationem Ipsam
omni futuro tempore habere ratam etc; prò quibus omnibus etc. obseruandis etc.
etc. presenlibus Indice Anello canzano ad contractus, liseo amalfitano, lenario
Crispino de neapoli et loiiannello de seculo? de sancto seuerino.
(Protoc. di not. Marco Laudario, 14SÓ — 1.187, a e senza segnatura, verso
la metà.)
XIX.
Io. marci cinici.
Bando et Comandamento da parte del Serenissimo Signore lo Signore don
ferrando de aragonia per la gratia de dio Re de Sicilia hitrusalem etc. lo quale
nostro Signore dio prospere, S.ilue et victorioso mantenga amen.
Considerato che Ioanmarco de parma scriptore de Soa Maestà et mastro
mactia morauo tudisco haueno diligentemente stampato duìmilia volumi de libri
de li Sermoni, siue predicatione composte et ordinate dele feste de tucto lo
anno per lo Reverendo frate Roberto carazolo mastro In theologia episcopo de
Aquino, et Sua Maestà per suo oportuno') priuilegio haue ordinato che finche
siano venduti li dicti duimilia volumi de libri, accadendo che tale opera se
stampasse dentro o fora del Regno, non si possa vendere dentro lo regno, finche
siano venduti li dicti duimilia volumi stampali per lo dicto Ioanmarco et mastro
mactia, sub pena confìscationis librorum et honorum omnium contrauenientium
secundo In dicto priuilegio più largamente se contene; volendo soa Maestà che
tale ordinatione non sia occulta, ma peruenga ad notitia de omne persona ad ciò
che nisciuno possa allegare ignorantia, Vole soa Maestà, ordina et comanda che
si per casu si stampassero, o fossero stampali dentro, o fora del Regno le diete
predicatione, o Sermoni compilati per lo dicto episcopo de aquino, non sia ni-
sciuno, de qualseuole grado, stato et conditione se sia, presuma de quilli
vendere In lo presente regno finche siano venduti li dicti duimilia volumi
stampati per lo dicto Ioan marco et mastro mactia, et chi farà lo contrario cada
I) [ciosb.]
Documenti. 193
Impena de confiscatione deli libri, et de tucti soi boni. Et Si alcuno presumesse
vendereli quello che lo reuelera guadagne la quarta parte de quanto se hauera
per soa reuelatione et serra tenuto Secreto. Datum In Castello nouo neapolis
xxij augusti 1489. Rex ferdinandus.
Io. pontanus.
(Collaterale Partium, voi. 5 [a. 1489 — 1490], a e. 105.)
XX.
Ayolfì mediolanensis Impressoris.')
Ferdinandus etc. vniuersis et singulis officialibus nostris maiotibus et
minoribus quocumque titulo auctoritate et potestate iungentibus et presertim
Regenti et ludicibus magne Curie vicarie, nec non impressoribus librorum in hoc
Regno commorantibus et aliis omnibus ad quos presentes spectauerint et fuerint
quomodolibet presentate fidelibus dilectis gratiam et nostram bonam voluntatem.
Cum magister Ayolfus Ciuis mediolanensis neapoli commorans Intendat In eadem
Ciuitate neapolis imprimere quoddam nouum opus nominatum formularium in-
strumentorum, quod asserit subditis nostris valde commodum atque vtile fore, et
quoniam In Imprimendo opus predictum varie diuerseque expense atque labores
occurrent sibi, Supplicauit propterea Maiestati nostre ne aliquem^) permitteremus
per triennium formularium predictum imprimere posse in dicto Regno, et si extra
imprimeretur illud non posset ingredi neque vendi in eo. Nos vero peti-
tionibus predicti magistri Ayolfi benigne annuentes ob commoditatem subditorum
nostrorum Tenore presentium certa ex nostra scientia, dicimus committimus et
expresse mandamus omnibus predictis officialibus et aliis ad quos spectauerit,
quod absque aliqua contradictione obseruent et obseruari faciant tenorem et
continentiam presentium, nec permictant quod aliquis nisi predictus Ayolfus dictum
opus in regno imprimat et si extra regnum Imprimeretur, non possit adduci neque
In eo vendi durante dicto triennio, quod volumus numerari a die date presentium.
Et contrarium non faciant prò quanto gratiam nostram caram habent, Iramque
et Indignationem nostram ac penam mille ducatorum cupiunt non subire. In
quorum fidem etc. Datum Vto mensis X^ris M" CCCC . LXXXXII . Rex
ferdinandus.
Dominus Rex mandauit mihi Io. pontano.
(Collaterale Partium, voi. 6 [1492 — 93], e. 166.)
XXI.
Locatio persone prò francisco de ambrosio.
Die ij" mensis decembris xij* Indictionis [a. 1478] neapoli constituta In
nostri presencia Antonella lannicelli de Salerno nunc neapoli commorans mulier
1) Anche questo documento fu pubblicato da T. de Marinis nel suo
Catalogo VI, p. XV— XVI.
2) [e. 166 b.]
Fava e Bresciano, La stampa in Napoli. I. li
1 94 Documenti.
vidua , mater legitima et naturalis Nicolai lannicelli etatis annorura octo ut dixit,
sponte coram nobis locauit opera et seruicia persone dicti Nicolai et ipsum
nicolaum posuit et firmauit ad standum Cum francisco de ambrosio de neapoli
librario Ibidem presente et conducente etc prò annis octo a presenti die In antea
numerandis; Cum pactis et declarationibus Infrascriptis videlicet: quod dieta
Antonella teneatur et sic coram nobis promisit se curaturam et faclurara realiter
modis omnibus') cum effectu etc. quod dictus nicolaus die noctuque horis con-
suetis et debitis bene, fideliter, soUicite et legalitcr seruiet eidera francisco tam
In domo quam In apotbeca Ipsius francisci omnibus seruiciis licitis et honestis
etc, Et non discedat ab eius seruiciis tempore supradicto durante aliqua ratione,
occasione uel causa, Et ubi dictus Nicolaus discesserit seu aufugerit a seruitiis
predictis teneatur et promisit dieta Antonella eumdem nicolaum perquirere Ipsum-
que luxta sui posse Inuenire Ipsoque Inuento reducere ad prestina seruicia dicti
francisci ; Et versa vice prefatus franciscus promisit et conuenit stipulatione legitima
precedente eisdem Antonelie et nicolao presentibus etc. dare diete eidem nicolao
durante tempore supradicto Cibum et potum calciamenta et vestimenta ac lectum ad
dormiendum secundum eius condecenciam Ipsumque bene tenere et pertractare
Ae doeere eumdum Nicolaum suam artem et ministerium ligandi et coperiendi
libros luxta sui Intellectus eapacitatem Quia sic etc; prò quibus etc. actendcndis
etc. prout etc. per ambas partes etc. obligauerunt etc. Sub pena et ad penam etc.
Renunciauerunt etc. et lurauerunt etc. presentibus Indice nardo luca cotugno de
neapoli ad contractus, Nardo fauale de neapoli, presbytero Bartholomeo maglyulo
de neapoli, Geronimo de paulo de neapoli, et francisco muezono de neapoli.
Ego qui super Index nardus lucas Subscripsi.
(Protocollo di notar Francesco Russo, a. 1478 — 1479. a ce loob — loi»).
XXII.
Debitum prò pelro pericoles.
Eodem die [23 decembr.] eiusdem [anni 1478] Ibidem [Neapoli] constitutus
in nostri presencia prouidus vir lohannes vaglyes calelanus neapoli commorans
magister ligandi libros sponte coram nobis non vi dolo etc , ad Interrogacionem
sollemniter et legitime sibi factam per honorabiiem virum petrum pericoles mercha-
torem perpinianensem neapoli commorantem Ibidem presentem etc, confessus
fuit se teneri dare debere ac verum debitorem esse eidem petro In vnciis undecim
de carlenis argenti boni et Insti ponderis sexag.t^ per Tnciam computatis, In
quibus dictus lohannes debitor apparebat honorabili signorello de balsamo de
messana, prò preeio vallarum octo papiri boni etc. venditarum et assignatarum
per dictum signorellum eidem lohanni et prò rata maioris summe et quantitatii
pecunie debite per dictum signorellum dicto petro virtute cuiusdam scripte sub-
scrìpte proprie raanus dicti signorelli. Et promisit et eonvenit prefatus lohannes
debitor sollemni stipulatione etc, ac sponte coram nobis obligauit se suosque
l) [e lOI».]
Documenti. 195
heredes successores et bona eius omnia mobilia et stabilia etc. dicto petro presenti
etc. In omnera euentum et casum etc. dictas vncias vndecim de dictis carlenis
argenti et computatis ut supra dare, traddere, soluere et assignare dicto petro
creditori vel eius heredi et successori aut procuratori suo legitimo etc. In
terminis et solucionibus subscriptis, videlicet medietatem ex eis bine ad menses
duos et reliquam medietatem ad complementum totius debiti supra dicti bine ad
menses quatuor a presenti die In antea numerandos In pace etc. etc. presente quoque
Ibidem dicto signorello preraissa omnia ratificante etc. etc. presentibus Indice nicolao
felice de carpanis de neapoli ad contractus, francisco spingarda, Trancino lauritano,
notarlo angelo de golino et marino de landò de neapoli.
(Prot. di not. Giov. De Carpanis, a. 1478 — 1479, a ce. 1971» — igSa.)
XXIII.
Pro Baldassarro Schariglia.
A Lo magnificbo petro bernardo regente la thesauraria delo S. R. Significo
yo diomedes carrafa conte de madalune et scriuano de oracione (sic) de casa delo
dicto Signore comò baldassarro Schariglio Socto librerò delo S. R. deue hauere
le quantità Infra disignate per ragione delo magisterio legature et auarie de
Sepcte volumj de librj dela libreria delo dicto Signore che haue ligati et posti in
ordinj Computando dalo mese de octufro (sic) proximo passato dellanno M^cccc
Lxxviiij" fino et per tucto lo presente et subscripto mese de frebaro (sic) appresso
Sequente secondo Inferius destintamente se contene.
Primeramente deue hauere per lo prezo de xiiij tauole quale Intraro in la
legatura de dicti libri ad ragione de tre grana luna . ij . tr. ij . gr. Et per lo prezo
de vj . pelle de corduana de constantinopoli rosse per coperire dicti tauole a
ragione de quactro tarj la peza iiij . d. iiij . tr. et correye et filo per legare quillj
i tr. Et per seta et oro filato per fare li Capitellj . iij . tr. Et dallaltra parte
per lo prezo de CCL panj doro daurefece a comprate quale Anno seruuto per
fare fullagij et Interlazi alle coperte et Innaurare li tagli delle Carte de dicti libri
a ragione de Sey panj accarlino . iiij . d . xvj . gr. '. Et perlo prezo de meza vnza
dazuro per adornare li dicti fullagi Interlazi et fiurecti ha facte in diete Coperte
de librj . xij . gr. ; E pio bauante deue hauere per lo magisterio suo delo legare
dicti sepcti volumi liquali sonno quisti videlicet: lo terzo volume de Nicolo de
lira de xxxvij . quinternj et doy Carte ; lo tortoliano de xxxij . et doy carte ; lo
secondo volumo dela Catena Aurea de xxviiij . et doy Carte; lo Sexto volume de
vincenfo istoriale de xxiij . et tre Carte ; lo Septimo volume delo dicto vincen90
de XXX . et quactro Carte ; lo libro de Sancto thomase de vicij et virtute de
XXX . et vna Carta et vnaltro libro delo dicto Sancto Thomase deli vicij de xxj .
quinternj et tre Carte: tucti de forma riale che ad ragione de Secte ducati
cziaschuno libro, Como cussi lesiano stati ajudicati, xxxxviiij . due; Et cussi
Sonno Insomma tucti le Supradicti quantitate allo dicto baldassarro schariglio
deuute per le diete ragiune secundo lo cunto facto per lohanne pug oliuerj de
mio officio che In tucte le sopradicte cose per me ey Interuenuto Cinquanta None
Due. vno tr. et vndice gr. a. v . tr. per ducato de moneta Corrente delo riame.
13*
ig6 Documenti.
Sta In uirita che tucti li dicti libri sonno stati consigliati a misser Ioan branchato
dicto latino librerò magiore del S. R. et per ipso alo dicto baldassarro Schariglia
socto librerò alo quale ne ey stato facto lo debito notamento. Scripto in la
Cita de napoli lo vltinao delo mese de frebaro dellanno MCCCC . LXXX .
(Ced. d. Tes. Arag. voi. 78, ce. 199 b— 200».)
XXIV.
Pro Batassarro Schariglia.
A Lo magnifico Petro Bernardo Regente la thesoreria del S. R. Significo
yo diomedes carrafa conte de madalune et Scriuano doracione (sic) de Casa del
dicto Signore Como baldassarro Schariglia Socio librerò delo S. Re deue hauere
le quantitate Infrascripte per ragione diuerse spese gli ha connenuto fare in legare
et coperire alcuni libri Inferius Annotati quali erano in la libraria de Sua M'»
che de Comandamento de epsa M'» ha ligati e posti in ordene, Computando dalo
mese de marzo proximo passato fino et per tucto lo presente et subscripto mese
de lullio appresso sequente, Ciò e Incompera de tauole pelle filo correye et
tanchature et altre cose necessarie alo dicto lauore Secundo Appresso particular-
mente Se demostra. Et Imprimis deue hauere per la spesa ha facla in legare deice
(sic) volume de libri de forma bastarda et altre scripli Inpergameno nominati lo
scutrino Scripturarum de quaterni . xxvj . et Carte iiij; lo aristotele de anima-
lebus de quaterni .xxx.; lo comienlo de marciale de quaterni xxviij . et carte
.iij.; festo ponpeo de quaterni .x. Carta vna; Maicho varrone de lengua latina
de quinterni .x.; vno altro libro Ampellato (sic) la storia boemica facto per
lasantitha de papa pio de quinterni . viij . et Carte . iij ; vn altro libro nomi-
nato bircio de forma comone de quinterni xxxj . et Carte .iij., et tre altri libii
de forma de quarto de foglio reali, che luno e lordinacione de campo facto per
ducha dascoli de quaterni .Sey et li dui restante de fare Ismagrire 9Ì0 et luno
latino et laltro vulgare composti per misser Ioanne de altaldo: in liquali ha posto
la spesa sequente videlicet per correye et filo per legare con lectauole per Inta-
uolare dicti libri per tucto .iij. tr. x. gr. ; per oro filato et Seta per fare li
capitelli . ij . tr.; Et per CCLla pani doro de aurefece per durare li tagli dcle
carte et fugliagii a ragione de sey pani a Carlino .iiij. d. xvj . gr. ; per meza
vncia de azuro per dicti tagli, (ugliagii, Interlazi et fiurecti xij . gr. ; ; per vj . pelle
de Cordellati vermeglie turchesche per coprrire le tauole deli dicti libri arragionc
de vno tr. dece gr. luna . j . d. iiij. tr. ; per xxxij" . para de tanchature de adone
ad ragione de duy grana emezo lo paro .iiij . tr. ; et per ccntrelle che chyauaro
diete tanchature in li Supradicti dece volumi de libri . x . gr. Et liquali li sonno
stati ajudìeati per Io magisterio suo et legare dicti libri arragionc Ciò e lo
Scutrino, lo aristotele et lo Comiento de marciale de tre due. e mczo luno; lo
festo pompeo, marcho varrone et Ustoria boemica de duy due. duy ir. (iafcuno;
bircio de forma Comone per tre ducati, Et li tre librecti de quarto de foglio tre
tr. lo pezo: che fanno per tucti . xxij . d. ij . tr. x. gr. Et Cussi sonno Insomma
tucte le Sopradicte quantitate deuute al prenominato baldassarro schariglio per la
nominata ragiune, secundo lo cunto facto per yXntonio stene de mio officio che
Documenti. 197
Intuctó le diete cose per me ey Interuenuto, Trenta due. duy tr. decennove gr. a
cinquo tr. per dueato de moneta Corrente del riame. Ey certo Impero che tucti
li dicti libri sonno stati consignati ad misser Ioanne branchato dicto latino librerò
maiore del S. R. et per ipso allo dieto Baldassarre Schariglio Socto librerò alo
quale ne ey stato facto lo debito notamento. Scripto in la Cita de napoli lo
vltimo del mese de luliolo fstcj del anno M. ecce Lxxxta.
(Ced. d. Tes. Arag. v. 78, ce. 200^ — 201 b.)
XXV.
Societas Inter baldaxarem scariglya, laeobum eius filium et Iheronimum de
ambrosio.
Die x" mensis nouembris viiije Indictionis [a. 1490] neapoli Constitutis In
nostri presentia Egregiis viris baldaxare fcariglya de neapoli regio librario et lacobo
scariglya de neapoli eius filio legitimo et naturali dicti baldaxaris cura consensu
Ipsins presentis etc, agentibus dietis patre et filio ad Infrascripta omnia et singula
prò se Ipsis et quolibet Ipsorum ac eorum et cuiuslibet Ipsorum heredibus et
successoribus ex vna parte; Et prouido viro Iheronimo de ambrosio de neapoli
librario agente similiter ad omnia et singula Infrascripta prò se suisque heredibus
et successoribus ex parte altera: prefate partes asseruerunt Inter eas habitum fuisse
colloquium et tractatum de faciendo ad Inuicem soeietatem In et super legacione
librorum durante vita Ipsarum parcium. Et volentes diete partes ad dictum
tractatum realiter procedere sponte coram nobis diete partes contraxerunt ad
Inuicem soeietatem In ligacione et Inpressione librorum predietorum eorum vita
durante sub pactis Infrascriptis videlieet: quod dicti baldaxar et lacobus et qui-
libet Ipsorum In solidum teneantur et debeant prout sponte coram nobis promi-
serunt dare et assignare eidem Iheronimo ad ligandura seu laborandum totam
lUam quantitatem librorum ad eosdem patrem et filium uel alterum Ipsorum
proueniendorum a quibuscumque hominibus et personis et signanter a regia curia,
et dictus Iheronimus teneatur prout promisit Illara librorum quantitatem ligare et
Inprimere bene et diligenter ut decet; et quicquid prouenerit ex eausa ligacionis
librorum predietorum et aliorum prò causa predicta teneantur et debeant prout
promiserunt Inter eas [diuidere] videlieet prò duabus parlibus dietis patri et
filio et prò reliqua tercia parte dieto Iheronimo, dedueto capitali ponendo In
predictis per partes predietas uel alteram Ipsarum In pace ete. ; prò quibus
obseruandis etc. obligauerunt se ad Inuicem diete partes ambe et quelibet
Ipsarum In solidum earumque heredes suecessores et bona omnia etc. ad penam
vnciarum auri decem etc. medietate etc. eum potestate capiendi ete. eonstitutione
precarii etc. renuneiauerunt etc. et lurauerunt etc. presentibus ludice Marino de
flore, notarlo berardino castaido, presbytero daniele vanuso de neapoli et carlucio
tesauro de diano.
(Prot. di not. Luigi Castaldo, a. 1490 — 1491, a e. XXXIIl>.)
198 Documenti.
XXVI.
Promissio prò baldaxare scarilya.
Eodem die [x" mensis nouembris viiije Indictionis] eiusdem [a. 1490] Ibi-
dem [Neapoli] coram nobis constitutus Nicolaus lohannis natalis de castro cam-
pagnani habitator neapolis librarius sponte coram nobis ex certis racionibus, luri-
bus atque causis promisit et conuenit eisdem patri et filio presentibus etc nunquam
ullo tempore loqui nec dicere aliquod verbum centra dictos patrem et filium nec
alterum Ipsorum In dapnum et preiudicium Ipsorum patris et filii uel alterius
eorumdem, nec se Intromictere aliquo pacto In aliquo opere spectante ad dictam
artem sine expressa licencia et voluntate dictorum patris et filii uel alterius
Ipsorum, reseruatis eidem nicolao corrigiis cintis et libris ad stappam (sic) quia
sic etc. In pace etc. ; prò quibus obseruandis etc. obligauit se dictus nicolaus
eiusque heredes successores et bona omnia etc. ad penam vnciarum auri decem etc.
mcdietate etc. cum potestate capiendi etc. conslitulione precari! etc. renunciauit etc.
et lurauit etc. presentibus predictis.
(Prot. di not. Luigi Castaldo, a. 1490 — 1491, a e. XXXIII».)
XXVII.
Locatio apothece prò Marino de manso.
Eodem die [XXIV. mensis novembris decime Indictionis] eiusdem [a. 1491]
Ibidem [Neapoli] In nostri presentia constitutus magnificus miles dominus
Bertoldus carrafa de neapoli sponte coram nobis locauit et ad pensionem dedit
et concessit Marino de manso de agerulo librario Ibidem presenti et con-
ducenti eie. Apotecam unam Ipsius domini Bertoldi, quam ad presens ad
pensionem tenet Ioannes [Vaglies?] librarius, sitam et positam in platea Nidi
ciuitatis neapolis ubi dicitur ad lurmo, iuxla et subtus alia bona dicti domini
bertholdi et iuxta viani publicam , prò annis tribus incipiendis a quintodecimo die
mensis Augusti proximo venturi huius presentis anni decime Indictionis, ad
rationem ducatorum sex de carlenis argenti per annum; quos quidem ducatos
sex de dictis carlenis argenti etc. prefatus Marinus promisit etc. dicto domino
Bertoldo presenti etc. anno quolibet durante dicto tempore Integre et ad plenum
etc. dare, traddere (sic), solucre et assignare etc. eidem domino Bertoldo etc. In
Introytu et exitu cuiuslibet anni secundum usum et consuetudincm diete Ciui-
tatis neapolis In pace etc. Et promisit et convenit prefatus dominus Bertoldus
etc. eidem Marino presenti etc. Ipsum Marinum durante dicto tempore a
dieta loeatione non amovere etc. aliquo pretio etc. ymmo (sic) Ipsum defendere eie.
ab omnibus hominibus eie. Et Insuper dictus dominus Bertoldus coram nobis
presentialiter et manualitcr recepii et habuit a dicto Marino sibi dante etc. tarcnos
dnos cum dimidio de carlenis prò parte Introytus proximi anni. Et nihilominus
prefatus Marinus ad maiorem cautelam et securitatem dicti domini Bertoldi fideius-
sorem et principalem pagat^rem et expromissorem dedit et posuit penes eundeni
dominum Berloldum Salvatorem de nastasio librarium Ibidem presentem et prò
eodem Marino fideiubentem , et suo proprio privato et principali nomine et In
Documenti. igg
solidum promictentem dicto domino Bertoldo presenti etc. dictos ducatos sex de
dictis carlenis argenti Anno quolibet durante dicto tempore Integre etc. dare etc.
eidem domino Bertholdo etc. In Introytu et exitu cuiuslibet anni secundum usura
et consuetudinem diete Ciuitatis neapolis In pace etc. Renuncians expresse
dictus Salvator coram nobis super hiis omnibus etc. Et prò predictis etc.
actendendis etc. prout etc. Arabe partes etc. Et Renunciauerunt etc. Et lurauerunt
etc. presentibus ludice paulino de gelino de neapoli ad contractus, raagistro
Leoneecta (sic) Sagliano , Antonello de memulo de Cagiano et Beneagiamo
campese.
(Protoc, di not. Cesare Maifìtano, a. 1491 — 1492, e. 85».)
Druck von Ehrhardt Karras, Halle a. S.